E’ già successo molte volte nella storia che esuli politici tornassero in Patria dopo un lungo periodo di esilio perché chiamati a salvarla e a rimettere ordine in ciò che era stato turbato da avventurieri, moti rivoluzionari, dittatori, guerre civili, crisi economiche. O semplicemente da cattivi maestri.
In genere, queste persone, la condizione di esule l’hanno ricavata dal fatto di avere, a volte inconsapevolmente, sfidato l’autorità del Potere. Quello con la P maiuscola, che non ammette repliche né opposizioni. Quello che deriva dall’investitura del “popolo” (poco importa se vera o presunta) a cui piace, si sà, salire sul carro di chi vince per poi, spesso, pentirsi di averlo fatto. Quello assoluto, intollerante, che non ammette la lesa maestà. Quello che dice “tu sei zero” e io sono tutto.
Poi i poteri crollano e gli esuli sembrano essere le persone più adatte a riportare serenità ed armonia, non fosse altro che per aver provato sulla loro pelle il torto di essere allontanati dalla propria casa.
La Francia è stata spesso la terra degli esuli o dei rifugiati politici. Fatte le dovute differenze è utile ricordare che Karl Marx, Lev Trockij e persino Lenin, soggiornarono esuli in Francia. Poi però fu la volta dei Romanov (la famiglia reale russa). Stessa sorte ebbero gran parte degli antifascisti italiani, e poi fu il turno dei Savoia. Se si allarga lo sguardo sul mondo ne potremmo trovare molti altri ancora a conferma della vocazione francese a fornire rifugio a chi fugge dal “potere” costituito.
Ed è qui che troviamo anche il nostro Enrico Letta, il quale, reduce da “quell’Enrico stai sereno” pronunciato dall’astro nascente della politica italiana, nel 2015 si dimette da parlamentare e scopre che esiste altro oltre alla politica. Si trasferisce a Parigi iniziando il suo nuovo impegno da insegnante e da dirigente di una delle più prestigiose Scuole francesi ed europee.E qui finiscono le similitudini. Se domenica sarà eletto segretario del PD, l’esule, il “rifugiato politico” Enrico Letta sarà il primo (e si spera per il futuro l’unico) politico chiamato a fare il Segretario di un partito al quale non è più iscritto da 5 anni.
Ad acclamarlo saranno in buona parte gli stessi capi corrente che nella Direzione del 13 febbraio 2014 votarono per chiedere le sue dimissioni e aprire le porte all’esecutivo guidato da Matteo Renzi.
Così, al posto di un segretario che si è dimesso provando “vergogna” per il partito che dirigeva, verrà eletto chi quella “vergogna” l’aveva già sperimentata 5 anni prima quando scelse la strada dell’esilio.Noi, che esuli restiamo, auguriamo buon lavoro ad Enrico (almeno il nome è una garanzia) e anche un grazie a Zingaretti per il suo coraggio rivelatore. Ad entrambi diciamo di non stare sereni. Avranno molto lavoro da fare, a Roma come a Settimo, per ricostruire un moderno partito socialista europeo, plurale e democratico, una nuova casa dei progressisti dove nessuno possa sentirsi dire “tu vali zero”, dove la comunità sia più importante dei personalismi e politica torni ad essere una parola bella di cui non ci si debba vergognare.
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