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CHIVASSO. PPE Mauriziano: una battaglia iniziata nel 2005 e vinta 16 anni dopo

CHIVASSO. PPE Mauriziano: una battaglia iniziata nel 2005 e vinta 16 anni dopo

Frediano Dutto e Michele Scinica, in una foto del 2005

CHIVASSO. PPE Mauriziano: una battaglia iniziata nel 2005 e vinta 16 anni dopo. Il 9 marzo il Consiglio di Stato, l’organo di ultimo grado della giustizia amministrativa, ha “bocciato” il Piano Particolareggiato cosiddetto del “Mauriziano”. Nel progetto la sentenza rileva errori formali del procedimento avviato nel 2009 dal Comune di Chivasso, e sottolinea che la sua realizzazione comprometterebbe il paesaggio ed esporrebbe gli edifici al rischio alluvione. 

Sull’area potrebbe venire presentato un nuovo progetto? Spetta al Comune, se ne ha la volontà, agire celermente per scongiurare il pericolo, attraverso la via regia della revisione del Piano Regolare Comunale e del recepimento della Direttiva Alluvione. Non basteranno i proclami né le promesse di “salvare il Parco Mauriziano”. 

Del resto, l’attuale amministrazione di Claudio Castello non porta nessuna responsabilità nel pasticcio del Mauriziano, costato al Comune un bel po’ di parcelle di avvocati e di lavoro degli uffici: il progetto fu infatti approvato nel 2009 durante l’amministrazione del sindaco Bruno Matola. Il caso Mauriziano è stato una delle patate bollenti – come quella delle discariche - che il sindaco Claudio Castello ha ereditato dai sindaci precedenti e che ha dovuto cercare di raffreddare. 

IL PROGETTO “MAURIZIANO”

Per essere precisi, il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso presentato da Comune, Regione e proprietà. Essi avevano chiesto l’annullamento della sentenza del 2017 del TAR Piemonte, che dando ragione ai ricorrenti - Legambiente e un residente - cancellava la deliberazione della Regione che nel 2011 aveva a sua volta approvato il progetto Mauriziano e la contestuale variante strutturale di piano regolatore.

Il Piano Particolareggiato detto del Mauriziano prevedeva la costruzione di 56.000 metri cubi di edifici – circa 42.000 di appartamenti in palazzi di sei piani e circa 12.000 di palestra privata – nel terreno al confine del Parco Mauriziano. Un terreno situato fra il Parco Mauriziano a Nord, via Settimo a Ovest, via Foglizzo (cavalcaferrovia per Montanaro) a Est, e l’abitato lungo stradale Torino a Sud. Gli edifici sarebbero stati serviti da una strada lungo il Parco. Essendo un Piano Particolareggiato Edilizio, il progetto risulta “predisposto dall’Area Edilizia e Territorio del Comune di Chivasso a firma dell’Ing. Francesco Lisa”: citiamo dalla prima delibera approvativa del Consiglio comunale di Chivasso dell’aprile 2009. 

L’OPPOSIZIONE DEL CENTRO OTELLI

Si era cominciato a paventare la presentazione del Piano nella primavera del 2005. L’allarme fu lanciato dal Centro “Paolo Otelli” e fu raccolto in sede di consiglio comunale dai consiglieri Frediano Dutto e Michele Scinica. Negli storici locali del Centro Otelli, antica sede dei Verdi chivassesi, nacque il Comitato Parco Mauriziano. 

L’allarme si concentrò in un primo momento sugli aspetti paesaggistici in senso ampio: la strada avrebbe portato rumore e inquinamento anche nel Parco e i palazzi ne avrebbero alterato il gradevole aspetto di zona verde e ombrosa.

In un secondo momento gli ambientalisti osservarono che l’area non pareva idonea a un intervento edilizio di quelle dimensioni: il terreno si trova a valle delle rogge che provengono dall’Orco e che in caso di piena minacciano di straripare, la zona è stata coinvolta dalle due alluvioni del 1994 e del 2000,  la falda acquifera si trova a un metro / un metro e mezzo dal piano campagna e risale fino al piano campagna stesso in caso di piogge nemmeno molto intense. 

UN PROGETTO LACUNOSO E IMPRUDENTE

In una condizione così critica dal punto di vista idraulico e geologico, il Comune incappò in una sorprendente dimenticanza: dopo averlo approvato nella primavera del 2011, il Comune mise in pubblicazione il progetto senza le relazioni idrogeologiche. Una lacuna importante in un territorio che era stato colpito da due catastrofiche alluvioni e da altri straripamenti minori.

Da questa dimenticanza partirono gli ambientalisti per depositare il primo ricorso al TAR. In fondo, dieci anni di ricorsi e appelli, e di spese per il Comune, nascono da quel dettaglio: che era ben poco un dettaglio, tanto da essere citato nella sentenza del Consiglio di Stato di pochi giorni fa.  Questo primo ricorso fu respinto dal TAR: i giudici amministrativi riconobbero il “vizio” rappresentato dalla mancata pubblicazione delle relazioni idrogeologiche, ma, equivocando sulla cronologia dei fatti, non lo considerarono così grave da giustificare l’annullamento della delibera del consiglio comunale. 

Il Piano prevedeva pure l’intubamento di una porzione della bealera che attraversa il terreno: ciò costituiva una violazione delle norme emanate dalla Regione dopo l’alluvione del 1994 e che vieta l’intubamento dei corsi d’acqua. Violazione anch’essa rilevata nella sentenza del Consiglio di Stato.

LA REGIONE APPROVA IL PROGETTO

Comportando una variante strutturale del Piano Regolatore, il Comune dovette sottoporre il PPE Mauriziano alla Regione, alla quale competeva l’approvazione definitiva degli strumenti urbanistici generali. Quasi tutti gli uffici regionali e l’ARPA esaminarono attentamente il progetto, rilevarono gli aspetti critici, suggerirono modifiche e miglioramenti. Ma la nuova amministrazione regionale guidata da Roberto Cota spazzò via i dubbi dei tecnici dell’ente e approvò la variante nel 2011.

Legambiente ricorse al TAR anche contro la delibera approvativa della giunta regionale. E questa volta l’associazione ambientalista trovò “un giudice a Berlino”. Nel 2017 il TAR Piemonte riconobbe la fondatezza del ricorso e annullò la delibera regionale. Regione e proprietà presentarono appello al Consiglio di Stato. Ma il 9 marzo il Consiglio ha a sua volta confermato la sentenza del TAR, con la pronuncia dalla quale siamo partiti in questo articolo: la corte ha annullato sia la delibera regionale del 2011 sia una delibera del maggio 2010 del consiglio comunale di Chivasso. 

Legambiente ha il merito della tenacia: ha tenuto duro per dieci anni. Ma il merito va anche all’avvocato Chiara Servetti di Torino e ai suoi consulenti: il geologo Paolo Quagliolo e l’architetto Flavia Bianchi, urbanista e dirigente regionale di Legambiente.

E IL CONSIGLIO DI STATO LO BOCCIA

La sentenza del Consiglio di Stato è una pesante requisitoria della condotta del Comune e della Regione negli anni 2009-2011. Riportiamo alcuni passi: le scelte urbanistiche dei due enti “sono inficiate da errori di fatto, violazioni procedurali, illogicità abnormi”. Una variante urbanistica “di notevole impatto urbanistico, ambientale e paesaggistico è stata approvata senza che vi sia la certezza che il progetto possa essere effettivamente realizzato in sicurezza da tutti i punti di vista”.  

Si tratta soprattutto della sicurezza dal pericolo di allagamento. L’area oggetto del PPE “è classificata in fascia C del PAI e nella classe IIIb2 della circolare n. 7LAP”. È vero che, come ha sempre messo in evidenza il Comune, negli anni precedenti erano stati effettuati degli interventi di messa in sicurezza: la sentenza cita “le opere di regimazione del rio Orchetto, del Canale di Gronda Ovest e del Canale Scolmatore di Pratoregio”. Ma gli enti non hanno saputo dimostrare “l’efficienza delle opere di sicurezza realizzate nel 2006, né la realizzazione delle opere ulteriori, cui è subordinata l’edificazione in sicurezza dell’area”. E così via.

E ADESSO, SINDACO CASTELLO?

Se vuole, adesso la giunta di Claudio Castello deve dimostrare la stessa determinazione dispiegata nella questione discariche. Dal 2012 le amministrazioni chivassesi promettono di rivedere il Piano Regolatore Comunale decisamente invecchiato: fu approvato definitivamente dalla Regione nel 2004, ma la sua elaborazione risale agli anni precedenti, e le carte idrogeologiche sono state redatte alla fine degli anni Novanta. Nel 2015 la Regione ha emanato la Direttiva Alluvioni e ha messo a disposizione dei Comuni delle carte aggiornate. I Comuni devono recepirle nei loro Piani Regolatori. Alla fine del 2018 l’amministrazione ha affidato a un professionista esterno l’acquisizione della documentazione e l’elaborazione degli studi necessari per adeguare il Piano Regolatore alla Direttiva Alluvioni. Il professionista ha consegnato il lavoro nel 2019. Ci risulta che tali carte siano ancora nei cassetti di Palazzo Santa Chiara. Saremo felici di venire smentiti.

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