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Settimo Torinese 160 anni fa

Settimo Torinese 160 anni fa

IN FOTO Contadina al lavoro nella campagna di Settimo Torinese

La microstoria, com’è noto, si occupa di fenomeni ritenuti minimi, ma rivelatori di situazioni più generali. In termini differenti, si parte dalle storie di piccoli gruppi sociali, luoghi e singole famiglie o persone, studiandole alla luce di contesti meno angusti. Stando così le cose, ha senso domandarsi come appariva Settimo Torinese quando fu proclamata l’unità d’Italia, esattamente 160 anni or sono. E come vivevano i suoi abitanti, con quali problemi si misuravano quotidianamente, e via discorrendo. Attraverso la microstoria, infatti, si può risalire a situazioni più generali, cioè alle vicende del Piemonte e dell’Italia.

Le fonti d’archivio ci dicono che Settimo era allora un borgo di circa 3.600 abitanti, a prevalente economia agricola. Gli abitanti erano gente tran-quilla e laboriosa, un po’ tradizionalisti, fedeli al re e alla monarchia, animati da un vivo senso del dovere e dall’amore per la propria terra. In paese non si verificavano né disordini né eventi criminosi di particolare rilievo.

Oltre alle scuole comunali, in Settimo esisteva l’Istituto Antonino, fondato dal teologo Giuseppe Antonino, già rettore della basilica magistrale dei Santi Maurizio e Lazzaro di Torino, parroco di San Pietro in Vincoli dal 1825 al 1860: si trattava di una scuola femminile gratuita, molto frequentata dalle bambine del paese.

Il territorio, irrigato da un’estesa rete di rogge e canali, produceva foraggio, meliga, grano, segale e, in quantità assai minore, avena, patate e legumi. La bonifica della palude Chiomo-Pramorto, nel 1845, a opera del Comune, si era rivelata determinante per innescare quel processo che stava trasformando Settimo in un centro di lavanderie. Sul finire del 1857 erano stati censiti quaranta fra lavandai e lavandaie: poco meno di uno su cinque aveva un’età compresa fra gli undici e i quindici anni.

Il borgo conservava pressoché inalterati i caratteri del piccolo centro rurale. Il nucleo d’impianto storico, limitato verso sud dal ciglio del terrazzo fluviale che divide tutto il territorio, appariva raccolto attorno alla chiesa parrocchiale e a ciò che restava dell’antico castello.

Nel corso dell’anno si organizzavano tre fiere. La prima aveva luogo in maggio ed era nota come «Fera dij cochet» poiché vi si faceva commercio dei bozzoli dei bachi da seta, in piemontese «cochet». La seconda si svolgeva in occasione dei festeggiamenti patronali di fine agosto: era la «Fera dij Còrp Sant». La terza, la «Fera dij còi», veniva organizzata in novembre e costituiva un appuntamento molto atteso dagli agricoltori che esponevano i prodotti di stagione, soprattutto cavoli.

Il carattere contadino del paese si rifletteva nei costumi e nelle usanze. Popolari erano il falò in piazza, per la festa di San Nicola, le sfide fra i giovani e le cosiddette «ciabre» (ossia le scampanate con pentole e padelle a dileggio dei vedovi che passavano a seconde nozze).

Non superando l’ambito della domanda interna, l’artigianato non rivestiva particolare rilevanza fuori del territorio. L’industria era agli albori: esistevano alcune fornaci di laterizi, qualche opificio e un molino all’americana o all’inglese (il Mulino nuovo). La manifattura tessile più importante era la Bellacomba che aveva sede alla periferia orientale del paese, in un caseggiato a corte, e dava lavoro a una settantina di persone. Dai suoi quaranta telai uscivano in media, ogni anno, seimila metri di broccato in cotone e quattromila di broccato in seta, oltre a duecento metri di velluto e a svariate altre stoffe. Le materie prime provenivano dalle manifatture nazionali, ma anche da Lione, Zurigo e Manchester.

Insomma, fra modi di vita consolidatisi nel tempo e timide aspirazioni alla modernità, Settimo era ancora un «piccolo mondo antico». Ma di lì a pochissimi lustri, l’industrializzazione avrebbe radicalmente trasformato il paese e la società locale, aprendo un nuovo capitolo di storia.  

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