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VALPERGA. Si muore meno per la droga, ma di più per altre dipendenze

VALPERGA. Si muore meno per la droga, ma di più per altre dipendenze

Dopo il successo della serie “SanPa” di Netflix, torna d’attualità il tema delle cure a chi soffre di tossicodipendenze.

Egidio Costanza, 65 anni, residente a Cuorgné, è Presidente ed educatore dell’Associazione Mastropietro & C. ONLUS.

L’Associazione Mastropietro nasce agli inizi degli anni ‘80, con il primo alloggio in Piazza Pinelli per aiutare i giovani con problemi di tossicodipendenza.  L’iniziativa parte da un gruppo di amici cresciuti in oratorio. Il nostro impegno negli anni si è strutturato e ha portato alla nascita della Cascina di Valperga.

«La comunità Cascina si trova sulle pendici della collina del parco regionale della Riserva di Belmonte. La struttura ha cominciato ad accogliere persone con problemi di dipendenza a partire dal 1986 per poi progressivamente diventare una comunità terapeutica riabilitativa dotata di personale qualificato» racconta Egidio Costanza «La finalità della comunità Cascina è di far sperimentare dei periodi di lucidità alle persone con dipendenza, affinché possano scegliere liberamente di abbandonare l’uso di sostanze stupefacenti o di alcool, o quanto meno provare a migliorare la loro situazione di vita. Gli inserimenti vengono effettuati in base a progetti concordati (e finanziati) dai Ser.D. All’interno di questi progetti possono essere coinvolti i CSM, i Servizi Sociali, i Tribunali di Sorveglianza (questi ultimi per quanto riguarda persone inserite in alternativa alla pena).».

I progetti terapeutici personalizzati — come spiega Egidio Costanza — che guidano la permanenza di ciascun ospite comprendono una prima fase di ambientamento, che permette di iniziare a conoscersi reciprocamente e di individuare alcuni argomenti di lavoro rispetto alla salute, alle capacità relazionali, alla gestione delle emozioni, alla rielaborazione dell’uso di sostanze e al possibile reinserimento socio-lavorativo, se le abilità residue o acquisite lo permettono.

«Strumenti per la realizzazione del progetto terapeutico sono le attività della comunità: a turno ci si occupa della struttura, degli spazi comuni, della lavanderia, del pollaio, dell’orto e della legnaia (acqua e riscaldamento sono prodotti da una caldaia a legna) e vengono effettuati colloqui educativi di sostegno e gruppi di auto mutuo aiuto.» fa seguito il Presidente di Mastropietro «Cerchiamo anche di organizzare attività da svolgere, negli ampi spazi all’aperto circostanti la Cascina, con le realtà locali: gli scout, le scuole, le parrocchie e il Comune di Valperga; questa politica mira un inserimento progressivo della società dopo la fase di blackout iniziale e poter così verificare l’astensione dalle sostanze psicotrope».

La comunità Cascina si avvale di un’équipe multidisciplinare che comprende un’educatrice professionale sanitaria, un’assistente sociale, uno psicologo, un’operatrice di comunità e un’impiegata amministrativa. Sono presenti anche alcuni volontari e vengono, inoltre, ospitati tirocinanti dell’università e studenti in alternanza scuola-lavoro.

La domanda inevitabile che si pone dopo la recente messa in onda del documentario dedicato a San Patrignano (SanPa) sul sito Netflix, è certamente relativa all’opinione che gli operatori della Associazione Mastropietro hanno sui metodi utilizzati da SanPa.

«Il docufilm ha scatenato una quantità di discussioni e prese di posizione inimmaginabili. Ciò non sarebbe male se l’oggetto di discussione fosse centrato sul problema di fondo, che è la persona, i suoi rapporti col mondo circostante, la sua libertà, i suoi limiti ma anche le sue potenzialità, il senso che ognuno riesce a dare alla quotidianità della sua vita. Invece non è stato così» osserva Costanza: «In fondo la questione non è semplicemente se a San Patrignano Vincenzo Muccioli abbia fatto bene o male, se il racconto televisivo sia corretto e veritiero. Dobbiamo renderci conto che si tratta della storia di tante persone che hanno affrontato problemi e situazioni di vita molto particolari. Quando Muccioli fondò San Patrignano in Italia dilagava l’eroina. Ma il problema non era rappresentato dalla  persone che vedevamo bucarsi o anche morire sulle panchine delle nostre città e che potevano turbare il nostro perbenismo di cittadini perfetti.

Il vero problema era motivo che spingeva quegli individui i a bucarsi e a svendere la propria vita».

Degli anni ’80 eroina e cocaina erano le due droghe “pesanti”: la prima quella dei poveri, la seconda quella dei benestanti. Entrambe portavano dipendenza certa e, nella maggior parte dei casi, a morte. Tuttavia, era l’eroina (brown sugar) quella più diffusa perché meno costosa e quindi più facile da comprare.

«Il fatto di costringerli, anche con sistemi duri, a non bucarsi più, poteva loro restituire una piena dignità da essere umano? O la dignità era solo racchiusa nel non bucarsi più, in un lavoretto garantito magari all’interno di una comunità protetta?

Le domande da porsi, a mio avviso sono altre: “Perché così tanta droga in giro? Da dove arrivava? Davvero era in gioco solo il guadagno enorme delle mafie oppure c’era un disegno misterioso sotterraneo per annientare le coscienze libere?” Oggi non si muore più come allora di eroina, ma si continua a morire per l’alcol  (è una morte più lenta), per il fumo, per la violenza indotta nelle menti anestetizzate dalla frequentazione ossessiva dei media (pensate alle televisioni sempre accese nelle case, ai telefonini perennemente nella nostra mano), per i debiti da gioco... Allora vuol dire che la dipendenza c’è ancora, ma è cambiata!» incalza Costanza «Non è con la coercizione che possiamo salvarli. E neanche con un generico e superficiale romantico afflato umanitario, una voglia di bene. C’è una strada che passa attraverso la Scienza e la Giustizia. Non si può fare a meno della Scienza, che ci aiuta ad esercitare le nostre capacità selettive e terapeutiche. E non si può fare a meno della Giustizia: l’individuo è parte di un popolo in cui deve trovare integrazione ed accoglienza, pur con tutti i suoi limiti. E il popolo siamo noi, i suoi vicini di casa, gli abitanti del quartiere, le facce della periferia a cui lo Stato spesso non si interessa».

L’associazione Mastropietro si unisce alla presa di posizione del CNCA, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza: «Anche nella cura delle dipendenze il fine non giustifica i mezzi. Una società spaventata e incapace di affrontare la diffusione di eroina negli anni 80 sembrava aver dato alle nascenti comunità un mandato amplissimo: tutto, anche la violenza, sembrava per qualcuno giustificabile di fronte al mostro della “droga”».

Il fine non giustifica mai i mezzi, ancor più quando i metodi utilizzati ledono i diritti basilari della persona e sono coercitivi e violenti.

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