Innanzitutto le nostre tasse vengono dal Medioevo. Pensate che nel 1500 a Favria veniva fatta pagare la tassa, o in dialetto la taja, detta focatico, questo lemma è un sostantivo maschile, definito sommariamente "termine storico". Focatico, dicono i vocabolari, significa "imposta su ogni focolare, cioè su ciascuna famiglia", essa risente ancora dei sistemi tributari feudali. L' etimologia conduce al latino "focus", "focolare", con il suffisso "aticum" che, come vedremo, e' tipico delle varie forme di tassazione. Tra l' altro, come rammenta il "Dizionario etimologico" di Cortelazzo.Zolli (editore Zanichelli), "fuoco" aveva anticamente il significato di "nucleo familiare". Accennavo prima al suffisso tipico delle varie forme di tassazione. L' uso piu' noto riguarda il plateatico (dal latino "platea", "piazza"), cioè la tassa richiesta per l' occupazione di suolo pubblico. Ma vi e' anche l' erbatico, antico come il focatico, che significa sia il diritto di falciare l' erba e di pascolare bestiame nei terreni pubblici, sia il tributo che si paga per questo diritto. Stesso discorso per il macchiatico: diritto di tagliare legna nei boschi altrui e canone che si deve versare per godere di tale diritto. Macchiatico e' sinonimo di legnatico, parola piu' recente essendo nata ai primi dell' Ottocento. Se ne trova traccia letteraria in "Una manciata di more" di Ignazio Silone. Per ritornare al focatico, questo nome reca con se' un inguaribile anacronismo. L' idea stessa di focolare e' cambiata, anche nel senso metaforico che si era soliti attribuirle. Soltanto vecchi dipinti, parole di canzoni disperse nel tempo, favole di legna che arde e di neri camini, possono ricondurre a quella idea patriarcale di unione domestica. Già è stato detto che il nuovo focolare è la televisione e per essa si paga il canone, non il focatico. Tassa deriva dal lemma latino medioevale taxa , derivato di taxare ossia “tassare”. Taxare, lemma latino con il significato di biasimare, riprendere; valutare”, forse connesso con l’antico greco, tàsso ”ordinare, ingiungere. Ritengo che comprendere le tasse è il primo passo per cominciare a gestire il “problema tasse”. Non sto parlando, almeno per ora, di comprendere le varie ed esecrate sigle o il modo in cui si pagano o si evitano. Ma il mio discorso è relativo a come comprendere il soggetto delle tasse nei suoi fondamenti, perché esistono, perché siamo obbligati a pagarle anche quando sono ingiuste, cosa dovrebbe cambiare nel sistema fiscale e come? Teniamo presente che oggi ci sono molti altri problemi che si sono aggiunti a quello delle tasse, come la disoccupazione, la crisi economica, milioni di persone che hanno un reddito insufficiente, la difficoltà di accedere al credito bancario che penalizza tantissime imprese, le complessità burocratiche che intralciano la capacità produttiva. Insomma, ci sono un sacco di problemi, in aggiunta all’elevata pressione fiscale, che rendono difficile “sbarcare il lunario”. Quindi, perché parlare per prima cosa delle tasse? Perché, il sistema tributario e simile ad un cestino bucato che invece di risolvere i problemi, con le sue inefficienze ne genera degli altri, danneggiando il rapporto tra lo Stato e i cittadini, distruggendo giorno per giorno la fiducia nel confronti di chi amministra, sgretolando nei nostri animi l’umana speranza di riuscire a produrre ricchezza, soffocando l’iniziativa di chi vuol fare impresa e, non ultimo ma forse la somma di tutti i mali quello di impoverire tutti. Oggigiorno con il termine “tasse”, tendiamo ad assimilare tutte le somme che, per un motivazione o per l’altra, noi cittadini siamo obbligati per legge a versare allo Stato o agli enti delegati dallo Stato centrale, Regioni e Comuni. Ma il termine corretto forse sarebbe dire che parliamo di “tributi”, che includono le tasse e le imposte ma è una distinzione che sta perdendo significato. Nei paesi di diritto romano come l’Italia, l’imposta è un tributo che si dovrebbero versare per finanziare servizi pubblici indivisibili come la difesa o l’istruzione, mentre le tasse sono tributi che si pagano a fronte si una controprestazione, una licenza edilizia, un’occupazione di spazio pubblici la vecchia tassa rifiuti ed attuali filiazioni. Ma nei paesi che adottano la “common law” invece, come America o Inghilterra, questa distinzione non c’è. Anche da noi, sebbene sia improprio, ormai questi diversi tributi vengono identificati nell’uso comune come “tasse” e, al di là del nome, hanno la caratteristica comune di essere imposti per legge. Le imposte come si vede vengono stabilite di imperio e il cittadino le deve pagare indipendentemente che usufruisca di un servizio oppure no; le tasse, almeno in teoria, sono relative ad un servizio di cui ciascun contribuente può decidere se avvalersi o meno. Cesare Beccaria scrisse nel Dei delitti e delle pene che “Le leggi sono le condizioni, colle quali uomini indipendenti ed isolati si unirono in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di godere una libertà resa inutile dall’incertezza di conservarla. Essi ne sacrificarono una parte per goderne il restante con sicurezza e tranquillità”. Come tutti i cittadini rispettoso delle leggi ho rinunciato alla libera disponibilità dei miei pochi beni e del pochissimo denaro, accettando, come tutti che delle leggi stabilissero il prelievo coatto dei tributi, affinché i servizi e le cose pubbliche vengano amministrate dallo Stato e dai Comuni procurandomi così sicurezza e tranquillità. Ma mi rendo conto sempre di più che questa fiducia è tradita, da una parte le somme prelevate coattivamente dal fisco sono sempre maggiori col trascorrere degli anni. Nel contempo le agenzie del fisco che perseguono e reprimono l’evasione fiscale agiscono come se tutti i cittadini fossero dei potenziali evasori. Ma poi vedo che i soldi per le opere pubbliche non ci sono e che il Comune da la colpa allo Stato, lo Stato all’evasione e i veri evasori totali ridono in silenzio nascondendosi dietro a volte alle mendaci dichiarazioni Isee. E la sicurezza e la tranquillità non sono più chiaramente garantite da uno Stato che preleva somme sempre più ingenti ai singoli, mentre non garantisce servizi adeguati a fronte di tali somme. Due cose allora nella nostra Patria sono sempre sicure la morte e le tasse. concludo con la tariffa che è un particolare prezzo fissato in maniera particolare, infatti non fluttua semplicemente in base alle leggi della domanda e dell'offerta, ma viene invece deciso dai Comuni o da altri soggetti pubblici e non, si parla quindi d tariffe della mensa scolastica, tariffe del trasporto pubblico, tariffe bancarie. La tariffa è sempre decisa in anticipo in base a delle tabelle trasparenti. Sul lemma tariffa che deriva dall’arabo ‘ta’rifa, dichiarazione in base al verbo arabo arafa, avviso, che anche in italiano ha lo stesso significato in italiano esiste una storiella etimologica affascinante ma priva di fondamento, circa questa parola che si vorrebbe che derivi dal nome della città spagnola di Tarifa, che prende il nome dal comandante berbero Tarīf ibn Malik, che la conquistò agli inizi dell'VIII secolo, posta all'estremo sud della penisola iberica , la punta d'Europa che sfiora l'Africa. Secondo questa proposta, il nome deriverebbe dai pirati che incrociavano per il mare presso Tarifa, rubando o imponendo dazi. Ma non è così, o almeno è altamente improbabile che lo sia; comunque l'etimologia più accreditata di questa parola si conferma araba , naturalmente ricevuta a prestito dai più grandi mercanti del mediterraneo.
Favria, 24.01.2014 Giorgio Cortese
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