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TORINO. In aumento gli incendi di depositi rifiuti

TORINO. In aumento gli incendi di depositi rifiuti

vigili del fuoco

E’ di qualche tempo fa, la notizia della scoperta, a Borgaro, di un capannone in cui erano stoccate circa 1.000 tonnellate di rifiuti speciali, soprattutto plastica, con gli impianti antincendio disattivati, pronto per andare a fuoco. In questi ultimi tempi, sembrano moltiplicarsi i roghi di capannoni contenenti rifiuti, sono centinaia ogni anno in tutta Italia, in crescita vertiginosa al Nord, con una media di uno ogni 32 ore. Anche in Piemonte il fenomeno sembra in crescita, tra gli ultimi incendi si contano quelli all’impianto Cidiu di Druento, all’impianto Ambienthesis di Orbassano e alla discarica di Castelceriolo, in provincia di Alessandria. Altri incendi si sono verificati a Pianezza, La Loggia, Collegno e Rosta. A Chivasso, tutti ricordano l’incendio dell’ottobre 2014 all’impianto di trattamento pneumatici della SMC. In questo caso non si è trattato di un incendio doloso, per cui non vi è stato un processo. Il procedimento si è concluso con una sanzione, perché i rifiuti erano stoccati in modo non regolare. Da controlli effettuati negli anni successivi, risulta che i residui dell’incendio siano stati completamente smaltiti. L’emergenza incendi sembra dovuta a due fattori principali. Il primo, secondo la commissione d’inchiesta istituita dal Parlamento, è legato alla chiusura in Cina di oltre 600 imprese addette all’importazione di materiali plastici, che sta mettendo in crisi il nostro sistema. Dall’inizio dello scorso anno, la Cina non vuole più essere il destinatario di rifiuti che provengono da tutto il mondo. Solo per la plastica, oltre la metà degli scarti mondiali erano destinati alla Cina. Plastica, tra l’altro, spesso prodotta nella stessa Cina, dato che sono loro i primi produttori mondiali. Lo stesso problema si pone per la carta da macero, che i Cinesi non accettano più e di cui l’Italia era uno dei principali esportatori. Il secondo fattore è dovuto, paradossalmente, alla mobilitazione dei cittadini della cosiddetta “Terra dei fuochi”, per cui lo smaltimento illecito, attraverso i roghi tossici e le discariche illegali, di rifiuti speciali spesso pericolosi da parte di organizzazioni mafiose sta incontrando sempre maggiori ostacoli. Molti di questi rifiuti provenivano dal Nord e ora non si sa più dove metterli. In più, parte dei rifiuti prodotti al Sud, che prima venivano bruciati o smaltiti illegalmente in loco, ora prendono la strada verso il Nord. A questo punto, il guadagno per la criminalità organizzata sta nell’aggiudicarsi gli appalti per la gestione della maggior quantità di scorie possibile e poi stoccarli da qualche parte senza smaltirli. Se vengono scoperti, si dovrà procedere alla bonifica dei siti, con possibili ulteriori guadagni, altrimenti bruciarli può essere il modo più pratico e veloce per disfarsene. A volte, gli incendi che si verificano in impianti di stoccaggio autorizzati possono anche destare il sospetto che si tratti di un ricatto da parte della criminalità organizzata, per convincere chi si muove nella legalità a lasciare nelle loro mani gli appalti più lucrosi. Alla base di tutto ci sono però alcuni problemi seri e concreti. Il primo è la mancanza di un efficace sistema di tracciabilità dei rifiuti. In realtà, esisteva dal 2013 il cosiddetto SISTRI, che non è mai entrato effettivamente in azione ed è stato soppresso alla fine dello scorso anno. Attualmente è allo studio un nuovo sistema, la cui realizzazione sembra però ancora in alto mare. Un secondo problema è legato alla mancanza di una incisiva politica per la riduzione dei rifiuti, che coinvolga a vari livelli i cittadini e le aziende, con incentivi per i più virtuosi. Un altro importante problema è la carenza di impianti di trattamento e riciclaggio dei rifiuti. Secondo la nuova legge regionale sui rifiuti urbani approvata l’anno scorso, ognuno degli otto ambiti urbani ottimali, ATO, in cui è suddivisa la nostra regione dovrebbe raggiungere a breve l’autosufficienza nella gestione dei rifiuti urbani, dotandosi degli impianti necessari per il recupero e lo smaltimento. Obiettivo però lontano dall’essere raggiunto. Basti pensare, ad esempio, che l’organico raccolto da SETA viene inviato a Montello, in provincia di Bergamo, perché il nostro Bacino 16 non è dotato di un impianto per la lavorazione dell’organico. E’ chiaro che, se i rifiuti cominciano a viaggiare, per di più in assenza di un sistema di tracciabilità, si aprono ampi spazi per la gestione illegale degli stessi. Infine vi è la questione dei controlli. Il settore dei rifiuti, con il sistema degli appalti, dello stoccaggio e dello smaltimento è molto appetibile, perché gli interventi in questo ambito sono costosi. Sarebbe necessario, quindi, un apparato di controlli preventivi efficiente ed efficace. Nel settore dei rifiuti, i controlli sono effettuati dal NOE, il Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri “per la vigilanza, la prevenzione e la repressione delle violazioni compiute in danno dell’ambiente”, che dipende direttamente dal Ministro dell’Ambiente. In Piemonte esistono due reparti del NOE, quello di Torino e quello di Alessandria, che a loro volta dipendono dal Gruppo di Tutela Ambientale di Milano, che coordina tutti i gruppi dell’Italia del Nord.
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