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PONT CANAVESE. Quando c'era "la Gina", nostalgia di un paese che fu

PONT CANAVESE. Quando c'era "la Gina", nostalgia di un paese che fu

Via Caviglione a Pont con i negozi chiusi

E’ cominciato un nuovo anno e, come ormai inesorabilmente accade, prima che quello vecchio si concludesse altri negozi di Pont hanno chiuso. Erano attività commerciali con una lunga storia alle spalle e che godevano di solida fama: due erano ubicate nel centro del paese, la terza nella grossa borgata di Oltresona. In Via Caviglione si trovava la Salumeria-Gastronomia di cui era titolare Susanna Perardi ma che tutti conoscevano come Salumeria Rastello (Rastello è il cognome di suo marito Giuseppe, la cui famiglia vantava una lunga tradizione nel settore). In Via Craveri, all’angolo con la piazza omonima, si trovava l’Oreficeria Mario Faletti, anch’essa presente da tempo nel mondo commerciale pontese. La Panetteria-Commestibili che Lucia Marita Valsoano gestiva in Piazza Sant’Anna veniva ancora denominata “Da Duilio”, come ai tempi di suo padre, anche se da molti anni era il marito di lei Giuseppe a preparare il pane. Sono chiusure che hanno lasciato un vuoto. Nel primo tratto di Via Caviglione, dove negli Anni Sessanta si contavano più di venti botteghe, di negozi ne è rimasto uno: la Panetteria Crosasso. La vicina rivendita di vini è aperta solo il sabato; più oltre c’è un’esposizione di mobili. Lo scorso anno aveva abbandonato la via un altro esercizio commerciale che era lì da una vita: quello di Commestibili, Frutta e Verdura situato all’angolo con Via Marconi. Era l’ultimo negozio di Pont ad aver mantenuto l’abitudine di esporre le merci all’aperto, sotto il portico, come ai tempi della vecchia titolare Gina Boetto, detta semplicemente “la Gina”. Andato in pensione il penultimo proprietario Danilo Simonetti, è passato a suo figlio, che si è trasferito in Via Marconi, in una zona di maggior passaggio ed in locali più adatti alle esigenze contemporanee. Nel corso del 2018 aveva chiuso i battenti il Bar Fiore, gestito da Claudio Frasca con la moglie Marina, anch’esso situato nel primo tratto di Via Marconi. Nato come Caffè Varello, aveva accompagnato la storia di Pont per tutto il Novecento. Se fare il commerciante non conviene più... A differenza che in altre circostanze, quando a cedere le armi erano stati i titolari di attività aperte da poco e subito chiuse oppure negozianti che per anni avevano tentato di resistere senza farcela, questa volta a lasciare il campo sono stati commercianti giunti alla pensione. Nulla di drammatico per loro, quindi: almeno questo! Ma il dramma per il paese, quello c’è. In tempi passati, quando ci si ritirava dal lavoro per motivi di età, si veniva in genere sostituiti da figli o nipoti; se questi non erano interessati si cedeva l’attività ad altri, che l’avrebbero poi portata avanti con maggiore o minore profitto a seconda delle loro capacità e del loro impegno. Da tempo non è più così: gli aspiranti sono pochi e quando sono i famigliari a subentrare al pensionando spesso non è per scelta ma perché, pur avendo studiato, i giovani non trovano un posto di lavoro adeguato. Il problema del commercio non è certo una prerogativa pontese: la crisi dei negozi è ormai gravissima ed apparentemente irreversibile. Le colpe vanno attribuite un po’a tutti: ai legislatori che favoriscono in modo clamoroso la grande distribuzione; agli amministratori locali che, pur di lucrare sugli oneri di urbanizzazione, restano sordi e ciechi di fronte alle ripercussioni negative dei centri commerciali (a Pont non ce ne sono ma nelle località vicine abbondano); ai proprietari degli edifici che spesso chiedono affitti sproporzionati salvo poi vedere i propri locali rimanere vuoti per anni; ai consumatori, che preferiscono i centri commerciali non solo per motivi economici ma perché sono cambiati i gusti e la mentalità. Non è che negozianti siano indenni da colpe (tutt’altro!) ma da tempo sono più vittime che carnefici. Se le difficoltà del commercio al minuto riguardano tutti, è vero che a Pont le difficoltà iniziarono molto prima che altrove, ad epoche in cui, nei centri vicini, il commercio al minuto prosperava. Perché Pont è in crisi permanente e progressiva da più di cinquant’anni, ovvero da quando perse la Manifattura Tessile: una crisi proseguita a fasi alterne, con momenti di stasi ma senza mai un’inversione di tendenza. Fino agli Anni Ottanta si riusciva a vivacchiare nei settori non alimentari mentre quest’ultimo era poco colpito, poi la situazione è precipitata. Solo pochissime attività rimangono redditizie; la maggior parte dei negozianti resiste perché ha troppi anni di attività alle spalle per pensare di cambiare lavoro (e trovarne uno nuovo sarebbe tutt’altro che facile!) oppure perché, avendo messo da parte un gruzzoletto nei tempi d’oro, ricorre ai risparmi di allora per compensare i mancati introiti di oggi. La chiusura delle fabbriche ha dato un altro colpo alla disastrata economia pontese e l’invecchiamento della popolazione non aiuta. Per certi aspetti può essere utile poiché gli anziani sono più abitudinari e meno propensi a spostarsi altrove per gli acquisti ma alla lunga diventa un problema: man mano che l’età avanza ed aumentano gli acciacchi, sono solo le spese in farmacia a lievitare. I molto anziani (ed a Pont abbondano) non escono quasi di casa, non fanno vita sociale ed i loro risparmi li spendono per pagarsi una badante…
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