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06 Maggio 2018 - 14:58
Margherita RossoMargherita Rosso
Lo diceva già Indro Montanelli: “Gli italiani sono un popolo di contemporanei e non hanno interesse per la propria storia...”. E allora è bene ricordare, a chi non lo sa, chi era e che cosa è stato Antonio D’Ambrosio, morto nel 2012, a soli 72 anni. Medico di Base e dentista in quel di Montanaro, ma originario di Campagna (provincia di Salerno), nel 1988 era diventato dirigente provinciale dell’Msi e nel ‘95 membro dell’assemblea nazionale di An. Eletto per la prima volta in consiglio regionale nel ‘95 è stato per ben due volte assessore regionale alla sanità. Quasi ininterrottamente dal 1995 al 2003. Primo dei non eletti alle elezioni del 2005 aveva poi derminato la sua carriera politica come semplice consigliere regionale subentrando ad Agostino Ghiglia nel giugno del 2008 . E qui ci fermiamo, sottolineando quel “per ben due volte assessore regionale”, caso più unico che raro. Ma non è un caso (e solo uno stolto lo potrebbe pensare) che proprio in quegli anni si siano trovati i soldi (tanti) per trasformare una vera e propria catapecchia, qualcosa di molto simili a un lazzeretto, nell’ospedale che noi tutti oggi conosciamo, con la parte nuovissima appena inaugurata e quella nuova, le due cosiddette “piastre”. E non era ancora finita qui. Perchè è con lui e solo grazie a lui che sono pure arrivati i primari di Nefrologia, di otorinolaringoiatria, di urologia, di neurologia, il day hospital oncologico e sicuramente ci stiamo dimenticando qualche cosa. Che è un po’ come dire che dal niente anche Chivasso finalmente aveva quell’ospedale che in verità non aveva mai avuto. Poi è vero che morto lui, il primario di urologia è stato trasferito a Ciriè e quello di neurologia a Ivrea, ma intanto i reparti sono rimasti e, per il momento, non ci è dato sapere che li vogliano chiudere. Ecco bisogna ripartire da qui per capire, cara Margherita Rosso, perchè, al solo nominare Antonio D’Ambrosio, in più di mille, lo ripetiamo m-i-l-l-e, si siano precipitati a sottoscrivere la petizione. E delle due l’una. O quei mille sono tutti “coglioni” o nei suoi ragionamenti manca la memoria storica. E guardi bene la memoria è anche cultura. Guai a buttarla nelle ortiche o nel cesso come una cosa immonda. Fosse così allora io le direi che è anche inutile intitolare una via a Garibaldi perchè fatta l’Italia siamo ancora qui incredibilmente incapaci di organizzarla. E mi chiederei anche perchè mai sia stato intitolato il campo sportivo all’ex sindaco, socialista, Paolo Rava. E invece no! Glielo dico io perchè. Perchè il giorno in cui morì il quotidiano La Stampa aprì a tutta pagina le cronache di Torino con un titolo da accaponare la pelle: “Per noi si è spento il sole…” e nel giorno dei suoi funerali, tutta la città, di destra e di sinistra si fermò, per camminare al suono di bandiera rossa. Neanche a dirlo, quell’infausto giorno, accorsero in città anche loro, decine di giovani extracomunitari vestiti con gli abiti tradizionali, come lui avrebbe voluto, per piangere a dirotto. Piangevano loro. Piangeva il presidente della Repubblica Sandro Pertini, che solo qualche mese prima gli aveva inviato un telegramma dicendogli di andare avanti così… D’Ambrosio proprio come Rava, ed è per questo che non solo le dico che non mi ha convinto per niente lei, ma mi ha convinto anche di meno il sindaco Claudio Castello. Penoso, oserei dire quasi squallido, il suo comunicato stampa. Poco intelligenti, aggiungo, i modi e i tempi (a ridosso di un consiglio comunale) in cui lo ha inviato alle redazioni dei giornali. E ripartiremo da qui con tanta voglia di “procurar” battaglia, senza nulla togliere alle tante altre battaglie (che noi pur facciamo) per una sanità più giusta, più organizzata, più efficiente, più rispettosa della dignità dei cittadini.Liborio La Mattina
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