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CIGLIANO. Luigi Bobba: «La sconfitta del Pd non è solo colpa di Renzi. Nel Paese c’è la rabbia degli esclusi, la paura rispetto al futuro Gli elettori hanno scelto risposte rassicuranti ma poco credibili»

CIGLIANO. Luigi Bobba, ciglianese, 62 anni, in Parlamento dal 2006 al 2018, nell’uscente Governo Gentiloni è sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle politiche sociali; prima è stato vicepresidente della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati nonché segretario provinciale del Pd di Vercelli. Alle elezioni politiche del 4 marzo scorso era candidato all’uninominale per la Camera dei Deputati, ma non ha ottenuto i risultati speratie non è stato rieletto. Facciamo quattro chiacchiere con lui.

Partiamo dai risultati delle elezioni politiche. Si aspettava un risultato simile?

«Mi aspettavo un risultato negativo per il Pd, ma non di queste dimensioni. Perchè? Il Governo ha ben operato e dunque, pur in una situazione ancora difficile per il Paese, mi attendevo un riconoscimento per le tante cose positive fatte in questi quattro anni».

Ha fatto bene Renzi a dimettersi?

«Con una sconfitta di queste proporzioni,  era inevitabile che Matteo Renzi rassegnasse le dimissioni da segretario del Pd. Nondimeno, le ragioni  della sconfitta non possono essere messe in capo solo e soltanto a Renzi: serve un’analisi severa ma più approfondita. Credo che ora il Partito Democratico debba prepararsi ad un’opposizione costruttiva e responsabile».

Quale Governo si formerà, al termine delle consultazioni del Presidente della Repubblica?

«Altri hanno avuto il consenso degli elettori: a loro spetta di formare un Governo. In democrazia anche il ruolo dell’opposizione è importante, in particolare se lo si svolge guardando non solo agli interessi di una parte, ma al bene del Paese».

In questi anni, il Pd è stato al centro di numerose polemiche, a cominciare dalla gestione dei migranti, passando per una serie di iniziative considerate da alcune figure di dubbia utilità come il canone Rai in bolletta, il decreto vaccini, le novità sulle pensioni, il Jobs Act. è d’accordo con tutto quello che è stato fatto?

«Lo sforzo per rimettere in moto il Paese e riformarlo è stato enorme. E i risultati – se si guarda da dove siamo partiti – sono altrettanto significativi. Tutti gli indicatori macroeconomici hanno cambiato di segno: da negativi sono diventati positivi. Sono stati creati un milione di posti di lavoro, il PIL è passato da -2 a +1,7. La fiducia delle famiglie e delle imprese è migliorata».

E allora perché tutto questo non è stato riconosciuto?

«Direi per tre ragioni: primo, solo nell’ultimo anno l’inversione di tendenza è diventata percepibile. Le ferite di sette anni di crisi sono ancora molto profonde e si chiamano: giovani senza lavoro, esodati, imprese che chiudono, poche opportunità per le donne, fatica delle famiglie con figli ad arrivare a fine mese. Sono prevalse la rabbia degli esclusi e la paura rispetto al futuro. Si sono preferite risposte rassicuranti ma poco credibili. Annunci mirabolanti che poi in queste settimane sono stati ridimensionati. Ma forse il prezzo più pesante in termini di consenso l’abbiamo pagato sull’immigrazione. Qui sono state caricate sulle nostre spalle le scelte sbagliate dei Governi precedenti e dell’Unione Europea. Certo, se avessimo avuto come ministro dell’Interno Marco Minniti già dal 2014 avremmo certamente trasmesso l’idea che, pur con difficoltà, eravamo in grado di affrontare un fenomeno epocale come quello delle nuove migrazioni. Se si pensa che nel febbraio del 2018, gli arrivi sono diminuiti dell’80%, si può capire quanto abbiamo sottovalutato negli anni precedenti un fenomeno così dirompente».

Dalle votazioni è uscita un’Italia divisa in due: Centrodestra al nord e Movimento 5 Stelle al sud e nelle isole. Come se lo spiega?

«E’ vero che l’Italia è divisa in due: al nord ha prevalso la Lega, al sud i Cinque Stelle. Ma le due forze sono più simili di quanto possano apparire. Hanno dato risposte semplificate e difficilmente realizzabili, ma in questo hanno interpretato quelle paure e quella rabbia così diffuse nel nostro Paese. Adesso però, le stesse forze politiche  sono attese alla prova del governo: e trovare le risorse per la flat tax, per la cancellazione della Fornero e per il reddito di cittadinanza, è operazione  arrischiata se non impossibile».

In Piemonte, il Pd ha vinto a Torino alla Crocetta e a Ivrea, insomma nei collegi “ricchi”. Cosa pensa di questo dato?

«Il voto nella nostra regione è stato in linea con quello del nord: avanti la Lega, Cinque sSelle stabili o in flessione (a Torino). Il risultato del Pd non è diverso dalla media nazionale, con qualche punto in più nell’area torinese. Certamente l’aver avuto più consenso in collegi elettorali popolati da ceti medio alti... un interrogativo lo pone: che cosa abbiamo fatto per tutelare veramente i più deboli, i più indifesi?».

A Cigliano, suo paese d’origine e di residenza, amministrato da tanti anni dal centrosinistra, i risultati del Pd e suoi personali non sono stati tanto diversi dal resto del collegio. Se lo immaginava?

«Il risultato di Cigliano non è diverso da quanto è avvenuto nella provincia di Vercelli e in Piemonte. D’altra parte l’elettore poco ha colto la novità del collegio uninominale e ha votato prevalentemente un simbolo di partito, più che le persone. Io ho ottenuto a Cigliano, su 694 voti alla coalizione di centrosinistra, 167 voti personali ovvero circa il 26%. L’incidenza delle strutture locali di partito – compresa quella del circolo di Fratelli d’Italia – è stata quasi irrilevante. Mi spiego: la Lega, che a Cigliano non ha un circolo, non ha fatto banchetti o iniziative e non aveva neppure un rappresentante di lista, ha comunque ottenuto il migliore risultato».

Il Circolo ciglianese di Fratelli d’Italia pensa che il sindaco Anna Rigazio e la sua Amministrazione si siano «dimenticati dei cittadini» e che «farebbero meglio ad andare a casa». Lei pensa che l’Amministrazione Rigazio stia sbagliando in qualcosa?

«Il giudizio sull’Amministrazione e sul sindaco di Cigliano lo daranno i cittadini nella primavera del 2019. Se Fratelli d’Italia si presenterà con una sua lista, avrà modo di capire se i ciglianesi ritengano che l’attuale Amministrazione sia così mal messa. La mia opinione è del tutto diversa da quelli di Fratelli d’Italia. E sono convinto che i ciglianesi continueranno a premiare chi ha ben governato il nostro Comune».

Passiamo a Lei. Che voto si darebbe?

«C’è un antico proverbio piemontese che dice: “J asu  d’Cavour, as laudu da lur”. Insomma,  non ci si dà i voti da soli».

Dovesse farci l’elenco delle cose portate a termine e di cui va fiero?

«Certamente vado fiero di aver portato a termine la riforma del Terzo Settore che riguarda più di 330 mila associazioni, di cui 36 mila in Piemonte; di aver rilanciato il Servizio  civile volontario passando da meno di 1000 posti nel 2013 a più di 58 mila nel 2018; e di aver reinventato il contratto di apprendistato formativo per consentire ai giovani di studiare e lavorare nello stesso percorso formativo. Spero che questo lavoro possa essere continuato e migliorato da chi ora dovrà guidare il paese».

Si occupava di tematiche importanti. Perché, secondo lei, si fa così fatica a creare posti di lavoro per i giovani?

«I Governi Renzi e Gentiloni hanno ridotto la disoccupazione giovanile dal 44 al 32%: ovvero meno 12 punti. Un risultato importante,  ma non basta. Perché quando un terzo dei giovani italiani non trova lavoro, bisogna concentrare le risorse su questa priorità. Cosa fare? Tre cose: rafforzare la crescita del PIL; solo se le imprese investono avremo più posti di lavoro; secondo, migliorare il rapporto scuola/lavoro con lo sviluppo del sistema duale e dell’alternanza. Solo così creeremo le competenze richieste dalle imprese che spesso i giovani non hanno; terzo: facilitare, con l’APE social, l’uscita dal lavoro delle persone più anziane in modo di ridare respiro al turnover e far ripartire le assunzioni nel pubblico impiego».

Fra un anno ci sono le elezioni regionali e comunali. Pensa di candidarsi?

«Ho fatto il parlamentare per 12 anni; ho avuto la fortuna e l’onore di poter esercitare per quattro anni un ruolo di Governo. Non devo per forza candidarmi a qualcosa. Nondimeno non abbandono l’impegno politico: cercherò di dare una mano al Pd mettendo a disposizione la mia esperienza e la mie competenze. E poi, in queste settimane, sono anche diventato nonno: forse è tempo che dedichi qualche ora in più a mia moglie, alle mie figlie e alla mia nipotina».

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