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24 Settembre 2021 - 15:23
Piano di Servin (foto gentilmente concesse dal blog "I camoschi bianchi")
Per quattro anni ha studiato le contraddizioni sociali e ambientali prodotte dall’estrazione di litio nella regione di Atacama tra Argentina e Cile. Adesso Alberto Valz Gris, dottore di ricerca in Sviluppo Urbano e Regionale nel Dipartimento Interateneo di Scienze del Territorio del Politecnico di Torino, si ritrova a 50 chilometri da casa un’azienda australiana che vuole scavare nelle montagne piemontesi per estrarre cobalto.
Con l’articolo “Le molte ombre e poche luci del progetto Punta Corna” , pubblicato sul blog “I camosci bianchi” di Beppe Leyduan, Valz Gris si unisce al coro delle voci contrarie ai “cercatori di cobalto” nelle alte Valli di Lanzo, insieme a Pro Natura Piemonte, al gruppo di “Valli di Lanzo in Verticale”, al blogger Leyduan, al sindaco balmese Gianni Castagneri.
La vicenda è nota: la società Alta Zinc ha ottenuto il rinnovo dei permessi per la ricerca di cobalto, nichel, rame, argento e metalli associati in alcune aree valligiane e ha richiesto agli enti pubblici il permesso per partire con le perforazioni. €È il “Punta Corna Project”, il progetto che vuole rilanciare l’estrazione mineraria in un’area - l’alto Vallone del rio Servìn, la miniera del Masòc nel basso Vallone del torrente Arnàs e il Vallone del Veil - nella quale fino a metà Settecento c’era la più grande miniera di cobalto del Vecchio Mondo.
«Come gli spazi alpini che circondano Punta Corna, ma un pochino più esteso, l’altopiano di Atacama è un ambiente in quota di grande e preziosa bellezza - scrive il ricercatore, paragonando il sito argentino alle Valli di Lanzo -. Ed esattamente come il litio che abbonda in quel particolare punto della catena montuosa delle Ande, il cobalto è un materiale preziosissimo per la fabbricazione delle più evolute batterie ricaricabili».
Le batterie oggi protagoniste della cosiddetta “transizione ecologica” verso le energie rinnovabili, soprattutto per il loro utilizzo nelle auto elettriche che sempre di più sostituiranno i vecchi veicoli a combustibili fossili.
«La cosiddetta transizione ecologica, per come è stata organizzata finora, richiederà una quantità senza precedenti di materie prime, ed in particolare di questi metalli da batteria - prosegue Valz Gris -. Ma il ritorno dell’estrazione nell’Eurozona non è esattamente una buona notizia, come del resto non lo era già nei paesi che di estrazione hanno a lungo campato».
Il ricercatore del Politecnico cita una trilogia su litio, grafite e cobalto pubblicata dal Washington Post qualche anno fa. «I giornalisti documentano le diseguaglianze che continuano a segnare anche l’estrazione di questi materiali che, sulla carta, ci vengono presentati come ingredienti chiave della sostenibilità. Tutto questo infatti accade a scapito di espressioni recenti quali estrazione “verde” o “sostenibile”, pratiche tramite cui le società di estrazione arrivano anche al paradosso di finanziare progetti di conservazione ecologica o culturale degli ecosistemi da cui traggono profitto. Questo processo, se ne osservano i risultati tangibili sul territorio, ha un solo nome: greenwashing».
Ma non solo. Valz Gris parla anche dell’appello firmato da una coalizione globale di ONG, comunità locali ed accademici da 36 paesi per sollecitare l’Unione Europea ad abbandonare il Green Deal nella sua forma corrente.
«Come si legge nel comunicato, le politiche ed i programmi europei causeranno la drastica espansione di un’estrazione mineraria distruttiva in Europa e nel Sud del mondo, il che è una brutta notizia per il clima, per gli ecosistemi e per i diritti umani in giro per il mondo. L’appello è stato sintetizzato con uno slogan del tutto condivisibile: non possiamo scavare la nostra via d’uscita dalla crisi climatica - aggiunge -. Due aspetti vanno quindi sottolineati. Da un lato, la cosiddetta transizione ecologica continua ad implicare un’estrazione massiva di risorse naturali non rinnovabili. Dall’altro, l’estrazione di questi minerali è tutt’altro che pulita, come invece vorrebbero dare ad intendere espressioni come estrazione “verde” o “sostenibile”».
Altro aspetto da tenere altamente in conto riguarda il fatto che la ricerca elettrochimica ed industriale si stia muovendo verso l’eliminazione del cobalto dalla fabbricazione delle batterie.
«In sintesi: è troppo complicato, sporco ed inaffidabile, proviamo a farne a meno - rimarca -. Questo ci fa riflettere sulla possibile irrilevanza di questo materiale (e quindi della sua ricerca ed estrazione) nel medio e lungo periodo. Le batterie ricaricabili prive di cobalto, infatti, non sono più una sperimentazione da laboratorio ma, nell’ultimo anno, diversi produttori di batterie e di auto elettriche hanno annunciato la transizione a batterie senza cobalto. È questo il caso dell’accordo tra Panasonic e Tesla e della cinese CATL, il più grande produttore di batterie al mondo. I dubbi sulla redditività a lungo termine del progetto in alta Valle di Viù sono quindi più che legittimi».
Secondo il ricercatore del Politecnico un altro mito da sfatare è quello del rilancio economico dei territori in cui avvengono le estrazioni delle materie prime. Un aspetto sul quale, peraltro, aveva puntato il sindaco di Usseglio Pier Mario Grosso che si era detto favorevole ad un progetto di questo tipo proprio per la sua ricaduta economica, certo con la conferma del rispetto ambientale e naturalistico dell’area.
«Spesso le posizioni possibiliste di una parte di cittadini e amministratori sono legate a discorsi sulla creazione di posti di lavoro diretti (nella miniera) e sulla creazione di un mercato economico indotto (intorno alla miniera). Il presupposto di base, secondo queste posizioni, e che l’attività estrattiva generi posti di lavoro e, di conseguenza, avanzi lo sviluppo locale - afferma Valz Gris -. Ci torna utile in questo senso una tesi, molto conosciuta nell’ambito delle risorse naturali, formulata da Richard Auty nel 1993 in un libro dal sottotitolo eloquente: La Maledizione delle Risorse. Con questa tesi, Auty sosteneva il paradosso per cui la ricchezza di risorse di un dato paese non corrispondesse alla sua crescita economica, anzi il contrario. Secondo i suoi studi, la ricchezza di risorse naturali risultava in un impedimento alla crescita economica, una prospettiva che le realtà quotidiane di posti come il Congo sembrano confermare». Una tesi molto dibattuta in ambito accademico ma che ancora oggi rimane convincente per buona parte degli studiosi. «I posti di lavoro generati dall’industria estrattiva sono spesso scarsi, di bassa qualità, nocivi per la salute del lavoratore e a breve termine - conclude -. In primo luogo, l’industria estrattiva ha subito una forte evoluzione tecnica negli ultimi anni, con tassi di meccanizzazione ed automazione del lavoro sempre crescenti ed una conseguente riduzione dei posti di lavoro necessari. A questo si accompagna una tradizionale difficoltà a reperire manodopera locale, per cui la forza lavoro è generalmente costituita in larga parte da manodopera d’importazione. In più, almeno nel contesto del Sud globale, alla manodopera locale vengono spesso riservate le mansioni meno qualificate, e di conseguenza i redditi più bassi. In secondo luogo, i ricavi legati al settore delle risorse naturali sono tradizionalmente volatili, perché sono intimamente legati ai prezzi nel mercato globale delle stesse, e questi prezzi sono notoriamente soggetti a oscillazioni molto profonde. Questo aspetto fa riflettere sull’effettiva longevità di un’operazione estrattiva come fonte di sostentamento economico e sviluppo locale. Infine, per quanto l’industria estrattiva si sia indubbiamente modernizzata e sia soggetta a regolamentazioni ambientali più strette, rimane un’attività ad alto inquinamento ambientale, con conseguenze spesso nocive sulla salute dei lavoratori e degli ecosistemi in cui opera. I costi di riparazione del danno sanitario ed ambientale arrecato da queste attività sono spesso molto ingenti e non è raro che le istituzioni locali non arrivino a coprirli. In base a queste poche osservazioni, più uno spunto di riflessione che una trattazione estesa di questi temi, dovremo fortemente dubitare della promessa di base su cui si fondano tutti i progetti come quello di Punta Corna, e cioè che accettare il danno ecologico e paesaggistico portato dall’estrazione mineraria si traduca in sviluppo sociale ed economico per chi abita quei territori».
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