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VALLI DI LANZO. Contro i cercatori di cobalto il fronte degli ambientalisti

VALLI DI LANZO. Contro i cercatori di cobalto il fronte degli ambientalisti

Il piano Servin e il Lago del Servin o delle Tre Pietre

VALLI DI LANZO. Si sta formando un vero e proprio fronte ambientalista contro i “cercatori di cobalto” nelle alte Valli di Lanzo. Parliamo della società australiana “Alta Zinc”,  che nelle scorse settimane ha richiesto al Ministero della Transizione Ecologica il permesso per partire con le perforazioni in una vasta area ubicata sopra Balme e Usseglio.

A muoversi in prima persona l’associazione Pro Natura Piemonte, che ha presentato una serie di osservazioni contro le richieste degli austrialiani. Ma anche il gruppo di Valli di Lanzo in Verticale e il blogger de “I Camoschi bianchi” Beppe Leyduan. Tutti altamente critici per il rischio di deturpare la bellezza naturalistica delle Valli di Lanzo e mettere a repentaglio flora e fauna.

Le osservazioni di Pro Natura, con un documento dettagliato e significativo, sono state presentate l’8 settembre, appena due giorni prima della scadenza dei termini. Riguardano in primo luogo Usseglio, con le aree interessate che sono  l’alto Vallone del rio Servìn, la miniera del Masòc nel basso Vallone del torrente Arnàs e il Vallone del Veil.

«La zona di Punta Corna e tutto il territorio che scende sino all’abitato di Usseglio è da tutelare per le ricchezze ambientali notevoli, che richiamano numerosi escursionisti e alpinisti - dichiarano i vertici dell’associazione -. L’aumento del turismo alpino costituisce una componente di valore economico per i Comuni montani, in particolare quando l’elemento di attrazione è costituito dalle bellezze ambientali in senso lato. Si tratta di un patrimonio che per sua natura subisce alterazioni minime e quindi costituisce un bene che rimane nel tempo, a differenza di ricerche minerarie che danno occupazione temporanea, ma soprattutto fanno l’interesse, in genere, di multinazionali che sfruttano il territorio e poi lo lasciano rovinato e privo dei suoi essenziali motivi di attrazione».

Tutto totalmente inadeguato in un’area di interesse archeologico, ambientale e paesaggistico. Così com’è importante - sempre secondo Pro Natura - evitare gli sprechi e salvaguardare la qualità delle acque, in un’era nella quale i ghiacciai si ritirano. «Si deve tenere presente che una perforatrice consuma almeno un litro di acqua al secondo per raffreddare le frese - spiegano -. Quindi per praticare decine di fori lunghi centinaia di metri si consumano decine di migliaia di litri di questa preziosa risorsa». Acque e rocce oggetto di lavoro andrebbero poi attentamente monitorate per evitare rischi di inquinamento. 

Ma più in generale Pro Natura  ritiene «che, se si vuole garantire, a norma del Codice dei beni culturali e del paesaggio, la tutela dei beni culturali e paesaggistici di proprietà pubblica presenti nelle aree in questione, le attività di ricerca ed estrazione minerarie di tipo industriale vanno vietate sin dall’inizio».

Secondo il Codice infatti risultano soggetti a protezione i territori che hanno importanti caratteristiche di bellezza naturale o di singolarità geologica; così pure sono protette le montagne per la parte eccedente 1.600 metri sul livello del mare. «Pertanto la valenza ambientale dell’area è dimostrata da numerosi studi universitari e l’alto Vallone di Servìn si trova al di sopra dei 1.600 metri di quota - prosegue il sodalizio -. Lavori che comportano scavi, perforazioni o attività simili sono molto invasivi e producono danni irreversibili all’ambiente». 

Nel Vallone di Servì sono previste 32 perforazioni, ognuna delle quali avrà una lunghezza compresa tra 150 e 200 metri, per complessivi 4800-6400 metri lineari di roccia perforata, produrranno detriti di scavo del peso stimabile di oltre 100 tonnellate. «Sicuramente produrranno alterazione del paesaggio storico locale».

Nella miniera del Masòc le perforazioni previste sono 25, ognuna delle quali avrà una lunghezza media di 85 metri. «Il danno ambientale sarebbe notevole, trattandosi di un versante molto acclive che è stato in parte stabilizzato dalla costruzione di terrazzamenti agricoli, sui quali è ricresciuta una vegetazione arborea che contribuisce a ridurre l’effetto delle valanghe.

Non è inoltre accettabile che acque reflue contenenti residui di vario genere possano inquinare il paesaggio sottostante il giacimento - conclude Pro Natura -. Per i beni ambientali, culturali e paesaggistici che lo caratterizzano, il Complesso di archeologia mineraria di Punta Corna dovrebbe essere previsto come polo di sviluppo di attività di valorizzazione storica e ambientale, con un impatto sul territorio pressoché nullo.

Tale progetto dovrebbe essere attuato in collaborazione con l’Amministrazione e gli operatori turistici locali, in quanto contribuirebbe allo sviluppo sociale ed economico che si protrarrebbe nel tempo a beneficio del territorio e di coloro che in quel territorio vivono, a differenza delle attività industriali che poi vengono dismesse al termine del ciclo produttivo.

Ricordiamo che la conferma di quanto da noi affermato è dimostrata da quanto è già accaduto nello stesso comune di Usseglio, dove le ditte produttrici di energia idroelettrica, prima dell’entrata in vigore del Codice dei beni culturali, hanno compromesso gravemente il territorio senza sanare il danno ambientale e storico provocato». 

Il valore ambientale e storico di Punta Corna

Si soffermano anche sul valore ambientale e storico dell’area le osservazioni di Pro Natura contro la richieste avanzate dall’Alta Zinc per gli scavi sul territorio ussegliese e balmese. L’area di Punta Corna è stata oggetto di sfruttamento minerario già dal XIII secolo (al più tardi) sino alla metà del XIX secolo, con la definitiva chiusura dei cantieri in epoca preindustriale.

Nel medioevo l’estrazione ha interessato soprattutto il ferro, mentre successivamente (1753-1845) ha interessato in particolare il cobalto. In entrambe le epoche sono state fatte ricerche, solo episodicamente fruttuose, per oro, argento e rame. In età industriale (XX secolo) non sono state effettuate attività estrattive, ma solo di ricerca, la principale delle quali è consistita nel tracciamento di un traverso-banco nel 1902, con un successivo limitato avanzamento nel 1937.

Parallelamente alle escavazioni sotterranee, le attività estrattive medievali e dei periodi successivi hanno prodotto, in superficie, centinaia di strutture artificiali di natura molto varia: trincee, pozzi, fosse, gallerie discendenti, sfornellamenti, massi sottoescavati, discariche, ruderi di ricoveri in pietra a secco e di edifici di maggiori dimensioni a più vani sempre in pietra a secco, terrazzi per frantumazione, cernita e lavaggio del minerale, muri per recingere i ripari sotto roccia, corridoi protetti da lastroni all’ingresso delle gallerie e dei ripari sotto roccia. Strutture che si estendono lungo un fascio di filoni in parte affioranti e in parte sotterranei, tra 2250 e 2850 metri di quota.

La loro disposizione sul terreno è sostanzialmente in linea retta in quanto esse seguono l’andamento dei filoni mineralizzati. Tra un allineamento di strutture e l’altro esistono tuttavia anche resti di infrastrutture, quali canalizzazioni, mulattiere, impianti di primo arricchimento.

La parte est del Complesso è meno conosciuta: l’accesso è infatti più lungo, la circolazione è difficile per la presenza di elevate creste rocciose nei cui fianchi, alla sommità delle discariche minerarie, si aprono complessi reticoli sotterranei i cui ingressi sono separati da forti dislivelli e lunghe distanze. Si tratta prevalentemente di strutture estrattive settecentesche legate allo sfruttamento di minerali contenenti cobalto, argentiferi e cupriferi; esse sono sovente inesplorate dal punto di vista archeologico, ma le loro origini possono risalire al medioevo.

Nel 2021, il grande interesse ambientale, archeologico e storico dell’area di Punta Corna e la varietà dei motivi d’interesse presenti hanno fatto sì che essa fosse inserita, insieme con poche altre aree italiane, nella sperimentazione della nuova scheda dei Siti Produttivi Dismessi, avviata dall’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione in collaborazione con ISPRA-ReMi e con l’Università degli Studi di Firenze.

La salvaguardia del gipeto

Beppe Lyduan (I camosci bianchi)

Tra le osservazioni di Pro Natura si parla anche della salvaguardia del gipeto. Un tema molto caro a Beppe Leyduan, note blogger de “I camosci bianchi” che affronta tematiche che vedono come protagonista la montagna.

«Proprio nell’area interessata dal progetto è presente da tre anni una nidificazione spontanea di gipeto, un rapace che per quasi 100 anni era sparito dalle Alpi a causa delle attività umane - spiega Leyduan -. Ricerche di università australiane dimostrano che ogni attività umana di disturbo, anche minima, può avere un grande impatto sulla fauna e ne minaccia la sopravvivenza. Il gipeto completa il quadro ecologico dell’area montana, dopo il ritorno del lupo. Il ciclo della natura è perfetto e l’uomo, inserendosi, rischia di danneggiarlo gravemente». 

Ci si ritrova di fronte al classico conflitto tra economia ed ecologia. «Chi non ha una certa sensibilità ambientale, fa in fretta a svendere l’ambiente e i suoi gipeti - prosegue -. Ma di possibilità di sviluppo ce ne sono altre.

Ad esempio puntare sulla storia mineraria dell territorio, che nelle Valli di Lanzo è stata molto importante e sempre presa sotto gamba. Io capisco gli aspetti economici, che sono fondamentali per far prosperare le Valli. Ma sono convinto sia necessario puntare ad uno sviluppo economico sostenibile e duraturo, che non si muove seguendo lo scendere e il salire dei prezzi delle materie prime e dei minerali. Se un domani il cobalto scendesse di prezzo, cosa succederebbe?

Se arrivassero nuove tecnologie e le batterie al litio non servissero più? Le miniere finirebbero abbandonate, com’è già successo nelle nostre Valli, perché non più convenienti. È fondamentale che i valligiani si rendano conto di questi aspetti. Il business lanciato è grande, ma forse un po’ troppo frettoloso».

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