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I bilanci delle Asl? Sono "deliranti". Lo dice la Corte dei Conti

La Corte dei Conti chiede il deferimento per i bilanci 2023-2024: perdite in aumento, previsioni fuori equilibrio e una lunga lista di criticità tra farmaci, personale e gestione

Crans-Montana. L'assessore regionale Riboldi e la politica dei "like". Anche di fronte alla tragedia!

L'assessore regionale Federico Riboldi

La notizia è di qualche giorno fa e a darla per primo è stato Lo Spiffero. Udite, udite, la Corte dei Conti, che non è un’istituzione incline alle sorprese ma neppure alle distrazioni, ha deciso che sui conti della sanità piemontese è il caso di accendere una luce più forte. Non una verifica formale, di quelle che si archiviano con un timbro, ma qualcosa che assomiglia a un richiamo vero: il magistrato istruttore Paolo Marta ha chiesto il deferimento per l’esame dei bilanci 2023 e 2024 di tutte le aziende sanitarie regionali, comprese quelle ospedaliere e universitarie.

Tutte, salvo due. La Città della Salute di Torino, già impegnata in un piano di rientro che la tiene sotto una lente autonoma, e la nuova azienda Regina Margherita — oggi accorpata al Sant’Anna — che non ha ancora pienamente assunto le funzioni ordinarie. Per gli altri, invece, nessuna eccezione: si va a vedere, nel dettaglio, come stanno le cose.

E le cose, a leggere le prime righe delle 159 pagine prodotte dalla magistratura contabile, non stanno esattamente tranquille. Il lessico resta quello misurato di sempre, ma la sostanza è meno neutra: “sono emerse alcune criticità”. Una formula che, tradotta, significa che i conti non convincono fino in fondo. Non c’è un singolo elemento fuori posto, ma una serie di segnali che, messi insieme, suggeriscono che qualcosa non torna come dovrebbe.

Prima ancora di entrare nel merito dei rilievi — che pure sono molti e puntuali — la Corte torna su un punto che nelle ultime settimane è diventato terreno di scontro politico: i bilanci preventivi. L’assessore alla Sanità, Federico Riboldi, li aveva definiti anche il frutto “dei desideri delle aziende”, suscitando reazioni immediate e piuttosto dure. La Corte, senza polemizzare, riporta la questione su un piano più concreto: il bilancio preventivo, come strumento di programmazione, deve essere redatto in pareggio e sulla base delle risorse effettivamente conosciute. Non su quelle auspicate, non su quelle immaginate.

Una precisazione che rende quasi paradossale il dato complessivo previsto per l’anno in corso: 879 milioni di disavanzo, sommando le previsioni di tutte le aziende sanitarie. Un bilancio che dovrebbe nascere in equilibrio e che invece parte già in perdita. Una contraddizione evidente, che non ha bisogno di essere sottolineata oltre.

Il riferimento normativo, del resto, è chiaro. Il principio contabile 15 dell’allegato 1 del decreto legislativo 118 del 2011 stabilisce che il bilancio di previsione deve rispettare l’equilibrio complessivo, sia in termini di competenza sia di cassa, attraverso una valutazione rigorosa di tutte le entrate e le spese. Non è una raccomandazione, ma un vincolo. E proprio su questo punto si innesta una delle osservazioni più rilevanti della Corte.

Guardando ai bilanci 2023 e 2024, infatti, il magistrato annota che, nonostante le indicazioni regionali di perseguire l’equilibrio, la maggior parte delle aziende ha comunque previsto una perdita d’esercizio. E non solo: nel 2024 le previsioni peggiorano ulteriormente. Dai 446 milioni di perdita stimati per il 2023 si passa ai 626 milioni dell’anno successivo. Una crescita che non sembra episodica, ma strutturale. E che rende difficile non interrogarsi su ciò che verrà dopo.

La fotografia che emerge è quella di un sistema che regge, ma con evidenti punti di tensione. La Corte non parla di irregolarità tali da compromettere la veridicità complessiva dei bilanci, ma segnala una serie di criticità diffuse. Sul piano contabile e patrimoniale, ad esempio, vengono evidenziati problemi nella gestione dei cespiti, nelle rimanenze e nei processi di inventariazione dei beni in alcune aziende. Si registrano inoltre disomogeneità nel trattamento di alcune partecipazioni e di altre voci patrimoniali. Non anomalie clamorose, ma neppure dettagli trascurabili.

Sul versante dei costi, poi, l’attenzione si concentra su tre aree principali. La prima è quella della spesa farmaceutica. Nel 2023 il Piemonte riesce a rispettare il tetto della spesa convenzionata, ma sfora quello relativo agli acquisti diretti e quello complessivo. Nel 2024 la situazione non migliora, anzi: gli scostamenti aumentano, segnalando una difficoltà persistente nel contenimento della spesa.

La seconda area riguarda il personale. Anche qui il dato è in crescita, con un ricorso ancora significativo a forme di lavoro flessibile. Un elemento che colpisce, soprattutto perché si prolunga oltre la fase emergenziale della pandemia, quando queste soluzioni erano state adottate in via straordinaria.

La terza voce è quella degli acquisti di beni e servizi, che rappresenta la componente più consistente dei costi delle aziende sanitarie. In questo ambito, oltre al peso economico, emergono criticità nella gestione delle rimanenze di magazzino in alcune realtà, segno di un controllo non sempre puntuale.

Tutti questi elementi — insieme ad altri rilievi più specifici — costituiscono la base della richiesta di ulteriori approfondimenti. Una richiesta che è già stata accolta e che porterà la questione davanti al collegio della Sezione di controllo della Corte dei Conti il prossimo 6 maggio. In quella sede, le aziende sanitarie saranno chiamate a partecipare con i propri rappresentanti e avranno la possibilità di depositare memorie e deduzioni, provando a chiarire quanto emerso.

È un passaggio tecnico, ma con un peso che va oltre la procedura. Perché, pur guardando ai conti degli anni passati, l’iniziativa della Corte incide soprattutto sul presente e sul futuro. Qualcuno potrebbe definirla un cartellino giallo. Non una sanzione, ma un avvertimento. E, come tutti gli avvertimenti, arriva quando il margine di errore si sta riducendo.

Nel frattempo, resta una dissonanza difficile da ignorare. Da una parte, le spiegazioni fornite dal vertice politico della sanità piemontese sul disavanzo previsto per l’anno in corso. Dall’altra, le osservazioni della Corte, ancorate a norme e numeri. Due piani che faticano a sovrapporsi. E che, letti insieme, producono un effetto piuttosto netto: come unghie su uno specchio.

Grave mancanza di rispetto

Il consigliere regionale Daniele Valle non la prende larga. E soprattutto non la prende alla leggera. Perché ridurre a un “atto dovuto” la richiesta di deferimento della Corte dei Conti — come ha fatto l’assessore alla Sanità Federico Riboldi — per il capogruppo del Pd è molto più di una semplificazione: “è una grave mancanza di rispetto nei confronti della Corte stessa”.

Il punto, spiega Valle, è che non si è di fronte a un passaggio burocratico qualunque. Dentro quella richiesta — accompagnata da 159 pagine di rilievi — ci sono questioni sostanziali, che riguardano sia la qualità della spesa pubblica sia le conseguenze molto concrete sull’organizzazione della sanità e, quindi, sulle cure ai cittadini. “Parliamo di elementi importanti — sottolinea — che incidono direttamente sul funzionamento del sistema sanitario”.

Daniele Valle

Non solo. Per l’esponente dem, le osservazioni della magistratura contabile non arrivano come un fulmine a ciel sereno, ma confermano ciò che l’opposizione denuncia da tempo.

“Incrociano quello che dai nostri accessi agli atti è emerso con forza negli ultimi anni — dice — e che è stato costantemente negato dalla Giunta”.

Il riferimento è soprattutto alla gestione del personale. Perché uno dei nodi centrali messi in evidenza dalla Corte riguarda proprio il ricorso ai contratti flessibili. La fotografia è chiara: quasi tutte le aziende sanitarie hanno superato il limite del 50% della spesa del 2009 previsto dalla normativa, con poche eccezioni. E il dato non migliora, anzi peggiora nel 2024.

“Questo significa — attacca Valleche siamo di fronte a una carenza strutturale di organico, che viene tamponata con lavoro precario”.

Una scelta che ha effetti diretti sulle condizioni di lavoro: “C’è un sovraccarico sul personale in servizio e un indegno accumulo di ferie non godute”.

Ed è proprio questo il secondo punto critico. Dopo la recente sentenza della Corte di Giustizia europea, le ferie non utilizzate non sono più solo un problema organizzativo, ma anche un potenziale costo. E qui, osserva Valle, emerge un’altra fragilità: “La maggior parte delle aziende non ha nemmeno quantificato questo passivo e non ha fatto accantonamenti. Parliamo di rischi legali concreti che non sono stati contabilizzati”.

Un sistema, insomma, che regge spingendo sempre un po’ più in là il problema. Con il risultato, aggiunge il capogruppo Pd, di diventare sempre meno attrattivo: “Sono queste le ragioni che spingono i dipendenti del servizio sanitario ad andarsene e che rendono il Piemonte poco competitivo sul mercato del lavoro”.

Il terzo fronte aperto riguarda i rapporti finanziari con la Regione. Qui la questione è meno visibile, ma altrettanto rilevante. “C’è poca chiarezza sui crediti che le aziende vantano nei confronti della Regione — spiega Vallee questo apre interrogativi anche sulla sostenibilità complessiva dei bilanci”.

I numeri parlano di crediti elevati e, soprattutto, molto datati: in molti casi oltre il 40% risale a prima del 2021, con punte che arrivano ben oltre. Nel frattempo, la Regione continua a pagare prioritariamente i debiti più recenti, lasciando indietro quelli più vecchi. Un meccanismo che accumula residui e rende il quadro sempre più difficile da leggere.

A complicare ulteriormente le cose, c’è la distanza tra ciò che le aziende registrano nei propri bilanci e quanto risulta nei conti regionali: oltre 1,3 miliardi di differenza nel 2024. “Una discrepanza — osserva Valleche viene solo parzialmente giustificata e che merita chiarimenti urgenti, anche da parte dell’assessore al Bilancio”.

Per questo, conclude, gli allarmi della Corte dei Conti non possono essere archiviati con una formula. “Sono segnali seri, da non sottovalutare. Ridurli a un atto dovuto significa non voler vedere il problema”.

E il problema, al netto delle parole, resta tutto lì. Nei numeri. E nelle loro conseguenze.

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