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Dalla “piola nel bosco” al ristorante: la leggenda della Taverna Verde

Merende sinoire e storie di paese. Tre generazioni hanno trasformato un lago nascosto del Canavese in un simbolo di convivialità e tradizione. Un testo di Giuseppe Cantello per la rivista Canavèis di Baima e Ronchetti

Dalla “piola nel bosco” al ristorante: la leggenda della Taverna Verde

La vecchia Taverna Verde: durante una festa arriva anche il trenino per la gioia dei più piccini.

La Peschera, oggi ristorante Taverna Verde, è rinomata e conosciuta nel Basso Canavese per le sue merende sinoire e per le specialità di pesci e rane. Il tutto cominciò nel secondo dopoguerra, precisamente nel 1954, quando Domenico Ferrando, detto Minichìn o Minìc Tutela – grande amico di mio padre Domenico, detto Gerbi, dal nome della sua mitica e inseparabile bicicletta – iniziò a convogliare in un’attività redditizia le sfrenate baldorie giovanili, con canti risonanti fino a tarda sera.

I primi anni

Minìc Tutela scoprì a Montalenghe un’ampia superficie di terreno a un tiro di schioppo da San Giusto, il paese natale, abbastanza isolata per non dar fastidio a nessuno.

La regione Gogliasso era ed è punteggiata da piccoli laghetti sparsi con acqua stagnante, in piemontese detti guj (da cui il nome). Si arriva in un batter d’occhio dalla strada per Montalenghe che si diparte dalla provinciale Ozegna-Caluso all’incrocio con quella di Foglizzo; subito a destra ci si immette nella stradina che porta alla ex Fornace Musso.

In questo vasto territorio, Tutela trova un lago grande con adiacente uno più piccolo, un tempo collegati ed entrambi alimentati, per il ricambio dell’acqua, dal canale di Caluso. Si forma un’oasi di pace: il refrigerio dell’acqua, le siepi, l’ombra degli alberi che a tratti lasciano trapelare i raggi del sole, i nidi, il cinguettìo degli uccelli, il verde della vegetazione e della campagna creano un microclima riposante e distensivo per gli avventori.

Occorre dare inizio alla pesca sportiva e Tutela, con volontà ed entusiasmo, si ingegna per dar vita a un’attività da iniziarsi spartanamente e che dia un po’ alla volta soddisfazione ed introiti per vivere con la sua famiglia.

La Cà Veja all’interno del comprensorio si presenta fatiscente, in pessime condizioni ed ha vicino una tettoia. Non è grande, ma sufficiente per il fabbisogno e si presenta coma un ciabòt. Vengono eseguite le necessarie opere edili di riattamento e di sistemazione sia all’esterno che all’interno per creare locali adatti all’attività.

Nasce la Taverna Verde perché circondata da alberi, siepi, prati come una casa nel bosco.

Il piano terreno si appresta ad essere un locale multiuso lasciato con pareti rustiche e soffitti a volta e mattoni a vista, attrezzato con un ripiano di legno massiccio: ’l bancon, un rozzo piano bar dal quale viene servito il cliente. A parete ci sono scaffali con svariate bevande, la credenza, il buffet, la dispensa; tavoli e sedie completano l’arredo di arte povera ma funzionale.

Considerate la località e le usanze di un tempo, lontano dall’abitato, da mogli e fidanzate, con una crota ben fornita di vini anche per il brulè, lungo la settimana viene ad essere il ritrovo della classe operaia, formata prevalentemente da agricoltori, muratori, metalmeccanici che si presentano anche a piedi nudi, con zoccoli e ciabò. Vengono mantenute le caratteristiche dell’osteria, della bettola e della piola; lontano dai ficcanaso si tracannano un bicchiere dietro l’altro e si assaporano fette di buon salame, acciughe al verde e in salsa, tomini freschi o passati, presi dalla tuminera.

L’accoglienza è il tratto distintivo del padrone di casa: chiama per nome e ad alta voce i suoi clienti e si informa del loro umore con un classico «Me che ta stè? Me ca va?» e se qualcosa non va li incoraggia e dà loro qualche buon consiglio, seguito da un «Lasa perde, pensie pì, daje nin da meint».

L’attività di pesca sportiva si intensifica e comincia a dare i suoi frutti con buona affluenza di pubblico.

Al sabato e alla domenica i laghi sono frequentati da intere famiglie che arrivano dalla città e dai vari paesi, perché ormai Tutela è molto conosciuto. In quell’ambiente distensivo e confortevole gli uomini si cimentano con la pesca e le donne fanno amicizia e conversano sotto gli alberi e nei prati; i ragazzi e i bambini lontano dai pericoli si rincorrono, schiamazzano e giocano a palla.

I pescatori, esaurita la pesca, si presentano al peso e pagano ad un equo prezzo soltanto il pescato. L’azienda a conduzione familiare è formata dal mitico patron Tutela, e dalla moglie Maria, mentre i figli Antonio e Luciano stanno crescendo respirando questa bella atmosfera.

Bricconate giovanili a San Giusto Il finto matrimonio del 1933

Bricconate giovanili a San Giusto Il finto matrimonio del 1933

A prima vista sembra una delle tante foto ricordo di un qualunque sposalizio: tutti eleganti e musicanti pronti con il loro mandolino. Ma non è così.

Tra le bricconate giovanili si ricorda in paese con particola- re simpatia il finto matrimonio tra Tutela e Carlo Giovannini detto Carlot Valenta, quest’ul- timo travestito da sposa con tanto di cappello piumato, oc- casione di festa e di allegria in quell’anno (il 1933) per le tante persone che vivranno poi i tristi momenti della guerra e della lotta di liberazione

 Il giorno del matrimonio tra Maria Bonomo e Minìc Tutela, nel 1934. Gli sposi sono al centro, seduti, attorniati dalla bella combriccola di amici e parenti.

Il giorno del matrimonio tra Maria Bonomo e Minìc Tutela, nel 1934. Gli sposi sono al centro, seduti, attorniati dalla bella combriccola di amici e parenti.

Maciste

Con un tuffo nel passato vogliamo ricordare il matrimonio di Domenico e Maria celebrato nel 1934 e immortalato dalla fotografia di pag. 63. Gli sposi in primo piano con ai piedi un bel mazzo di fiori, sono attorniati da parenti e amici quasi tutti con la camicia e cravatta, e non mancano la cuoca con il grembiulone bianco lungo fino ai piedi e il padre, il famoso Tone Tutela detto Maciste, alla sinistra dello sposo.

La festa con pranzo si svolge in casa, si approntano i tavoli in cortile o sotto le travate e si mangia e si beve in abbondanza in onore degli sposi. In ultima fila di dietro gli sposi con il ciuffo ribelle, baldanzoso, in camicia bianca, con le braccia sulle spalle di due giovinette si distingue l’amico, fratello di latte e di combriccola in gioventù, Domenico Cantello, il ciclista Gerbi.

Torniamo ora a parlare di Maciste, il papà di Tutela. Grande personaggio, maestoso, con i baffi e il sigaro perennemente in bocca, era di una forza indicibile (tanto che una sua prova ha trovato spazio nel libro su San Giusto curato dal professor Carlo De Marchi).

Si tratta di una gara di tiro alla fune nella piazza del paese in occasione delle gare sportive che si svolgevano nei sabati fascisti dedicati allo sport e alla preparazione ginnica. Per l’occasione era arrivato un gruppo dalla Francia per cimentarsi con un gruppo locale. Tone Tutela assistette per un po’ a qualche sfida, poi con il sigaro in bocca e le dita infilate nel corpet chiese di poter partecipare. Fu accontentato, ma lo avvertirono che i francesi erano in dieci e lui da solo; accettò la sfida.

Per niente intimorito lasciò inutilmente tirare gli avversari, poi disse «Ora tiro io». Con lo scarpone fece una buca nel terreno e vi affondò il tallone per non scivolare, attorcigliò la fune al grande e nerboruto braccio e di fronte allo stupore dei presenti, con un colpo deciso, mandò i dieci francesi a gambe all’aria. Da quel momento fu per tutti e per sempre Maciste.

 

Anni di intensa attività

Negli anni Cinquanta e Sessanta Tutela, classe 1910, è instancabile e, con un suo mezzo locomotore, lungo la settimana si reca nel paese natìo di San Giusto ed in quelli vicini ove per abitudine amici, conoscenti e nuovi clienti lo attendono.

Si annuncia al grido di «Ahié ij pàis vif! Ahié ij pàis vif!» (Ci sono i pesci vivi), e le massaie accorrono.

Il locale è piccolo e la clientela si trova allo stretto; le stesse merende sinoire spesso devono essere consumate su tavoli e sedie poste all’esterno.

Si aggrava la situazione con il forte sole e la calura o con la pioggia, allora occorre ritirarsi sotto la tettoia esterna, scomoda e poco confortevole.

L’ampliamento

Il ciabot viene prolungato e vengono realizzati due saloni, uno a pian terreno e l’altro al primo piano, entrambi chiusi da ampie vetrate. Il locale al piano terreno viene arredato con grandi tavoli, careje (sedie) e panche. Sul retro, lo spazio abbondante permette anche di avere un infernot, fresco sotto cantina, dove vengono conservati, pronti per essere mangiati, prodotti in composta, pignatte di terracotta, le famose douje con dentro salami della grassa e cibi vari di campagna. In un angolo, su un basamento di legno detto steppa o such, è posizionata una damigiana il cui vino viene travasato nei bottiglioni. Ora i clienti possono anche occupare i tavoli separatamente a seconda delle amicizie e delle conoscenze, quelli con il bon ton da quelli più grezzi, quelli della pesca sportiva dai paesani, tutti accolti dall’ospitale e spassono patron Tutela. Molti continuano a frequentare questa taverna per dimenticare i sigrìn, farsi un po’ di buon sangue e prendersi la pancia in mano dal ridere quando qualcuno della combriccola, vociando smisuratamente, apostrofa o si esibisce in parole e gesti fuori luogo, complice la vista annebbiata dalle abbondanti libagioni.

Il gioco delle carte prevale tra gli intrattenimenti con pesanti manate sul tavolo e strozzamenti, come si soleva dire. All’esterno va per la maggiore il gioco delle bocce e non mancano, bonariamente scambiati tra i partecipanti, grossolani improperi che suscitano risate a crepapelle tra i presenti: si sa, l’offesa sul gioco rafforza l’amicizia.

In quel periodo si festeggiano alla grande i cento anni della nonna Caterina, la mamma di Minìc. Per l’occasione i familiari le recapitano un gran mazzo di cento rose rosse e confezionano l’immancabile torta a quattro piani.

Il 1977 segna una svolta: muore il patron Tutela, il patriarca Domenico Ferrando, un’istituzione per i montalenghesi e per i sangiustesi del vicino paese natìo.

Il figlio Antonio viene a mancare poco dopo, per cui il timone dell’azienda ristoratrice passa in mano al secondogenito, Luciano e a sua moglie Piera, che sarà addetta prevalentemente ai fornelli della cucina.

In questi anni i figli di Luciano, Michele e Marco, stanno crescendo e prendono coscienza del mestiere.

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Tutela prepara un tavolo per la merenda nel cortile. Assistono al rito il figlio Antonio e Luigi Fiorina, detto Vigiu di San Giusto.

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La festa per i 100 anni di nonna Caterina (mamma di Minìc). Da sinistra: Minìc, la moglie Maria, il figlio secondogenito Luciano Ferrando, Giovanna Ferrero (moglie di Antonio Ferrando), Piera Cignetti (moglie di Luciano), il piccolo Michele Ferrando in braccio allo zio Antonio Ferrando (primogenito di Maria e Minìc). Seduti: Pietro Birocco, la festeggiata Caterina Birocco, la cugina Caterina.

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La Taverna Verde oggi

Il sogno nel cassetto di Luciano è quello di realizzare un vero e proprio ristorante tradizionale per chi non desidera solo merende sinoire ma pranzi e cene complete. Occorre avere locali adatti, è un’impresa ardua ma Luciano ha già imparato che nella vita chi l’ha dura la vince.

Nel terreno di fronte alla vecchia taverna, un poco per volta, con grandi sacrifici, costruisce un ampio fabbricato con un interrato ad uso cantina e deposito; al piano terra i saloni e la cucina, al primo piano gli alloggi per tutta la famiglia. Luciano ha fatto il passo più lungo della gamba e vive momenti in cui si chiede chi glielo ha fatto fare; ma da giovane è stato un grintoso pugile quindi conosce la regola ferrea che impone a chi è alle corde di tornare al centro del ring. Stringe i denti e affronta con successo le difficoltà.

Sulla suggestiva collinetta, si presenta la Taverna Verde. Qui la merenda sinoira è sempre una ghiottoneria, ma non mancano altri piatti prelibati.

La taverna mantiene il suo nome e da alcuni anni è subentrata la terza generazione, con Michele e Marco, che hanno frequentato entrambi la scuola alberghiera.

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