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La crociata di Chiara Gaiola e Elena Piastra contro i bambini obesi. Dalla visione alla mensa "salutista", al cuocipasta

In consiglio comunale la refezione scolastica viene raccontata come una missione educativa e sanitaria. Ma tra merende salvifiche, visioni di Giunta e grandi proclami, Enzo Maiolino rimette tutti davanti al dettaglio più terreno di tutti: il conto

La crociata di Chiara Gaiola e Elena Piastra contro i bambini obesi

La crociata di Chiara Gaiola e Elena Piastra contro i bambini obesi

La mensa scolastica a Settimo Torinese? No. Non è più un servizio pubblico. È una religione, una pratica spirituale con tanto di officianti, catechismo nutrizionale e verità rivelate distribuite tra commissioni, comunicati stampa, improvvise illuminazioni di Giunta e visioni della sindaca. Guai a chi osa chiedere il menù del giorno o, peggio ancora, il conto. Perché lì, tra il biologico, la filiera corta, la merenda salvifica e il cuocipasta elevato a totem pedagogico, salta sempre fuori qualcuno pronto a spiegare che non si sta parlando di pasta al pomodoro ma del destino dell’umanità. Peccato che in mezzo a tutta questa epica da mensa messianica ci sia anche un dettaglio volgare, quasi plebeo: i soldi. Tanti. E pubblici.

Di questo si è discusso l’altra sera in consiglio comunale. Chiamato a chiarire come funzionerà la nuova concessione del servizio di refezione scolastica, il dibattito si è trasformato nell’ennesima esibizione di autocompiacimento amministrativo, con l’opposizione costretta a fare il lavoro sporco di ricordare che tra le brochure dell’anima e le prediche sulla salute infantile esiste ancora la prosaicissima realtà dei numeri.

A riportare il dibattito sulla terra, in mezzo alle stoviglie e lontano dagli incensi della propaganda, ci ha pensato Enzo Maiolino, capogruppo di Fratelli d’Italia. Ha preso la parola con il tono di chi sa benissimo di entrare in un argomento che ha già sfibrato tutti e che, proprio per questo, non intende fare regali. “È l’ennesima interpellanza sul tema, questa volta a iter concluso… forse non ne potevamo più un po’ tutti”. In due righe, la fotografia perfetta della vicenda: un’amministrazione che arriva trafelata alla fine di una maratona che lei stessa ha allungato, un consiglio comunale trascinato per mesi dentro una discussione infinita, e un’opposizione che deve perfino ringraziare il cielo perché, dopo un’eternità, almeno una gara è stata portata a casa.

Ma il bello di Maiolino è che non fa la caricatura dell’oppositore che urla e basta. Ha ringraziato uffici, dirigenti, funzionari. Ha riconosciuto il lavoro fatto. Ha ammesso che la riconferma di Autentica-Eutourist, “chiamiamola come vogliamo”, è comunque un fatto positivo. Ha detto perfino di aver visto un’azienda che “ci ha messo sempre la faccia quando si doveva”. Sottinteso: più di chi, politicamente, avrebbe dovuto mettercela per primo. E già qui la carezza diventava schiaffo.

Poi è arrivato il resto. Ed è tutto racchiuso nella lettura degli atti. Non nei post dell’amministrazione comunale, non nei titoli, non nei santini nutrizionisti distribuiti nei corridoi. Negli atti. L’aggiudicazione del 19 febbraio. Il costo finale unitario di 5,88 euro. Il ribasso del 16%. L’impegno del Comune a mettere 300 mila euro l’anno per evitare che il salasso si scarichi tutto sulle famiglie. E allora la domanda sorge spontanea, persino violenta nella sua semplicità: se il capolavoro è questo, perché bisogna coprirlo con 300 mila euro di soldi pubblici l’anno? Se la macchina è così perfetta, perché appena parte ha già bisogno della flebo del bilancio comunale?

Maiolino ha chiesto cinque risposte precise. Le motivazioni dell’aumento del prezzo del pasto. La tenuta dello stanziamento per i prossimi nove anni. Le modalità concrete per la cottura dei primi direttamente a scuola. La questione della merenda, con quel piccolo particolare chiamato libertà delle famiglie. E infine il punto su cui molti in aula hanno glissato con la grazia di chi passa veloce davanti a una pozzanghera: come verrà determinato il prezzo per riscattare il centro cottura.

La risposta dell’assessora Chiara Gaiola è stata lunga, articolata, colta, appassionata e a tratti perfino commovente nel suo sforzo di far sembrare una gara tardiva la nuova frontiera del progresso civile. Ha spiegato che dal 2014 al 2026 “è cambiato il mondo”. E ci mancherebbe altro. Sono aumentati i costi del cibo, delle forniture, dei mezzi. Sono arrivati i CAM, i criteri ambientali minimi. Sono stati inseriti elementi qualitativi nel capitolato: bio, filiera corta, merenda, corsi per la commissione mensa, attenzione agli spazi. Tutto giusto. Tutto vero. Tutto pure nobile. Ma resta un piccolo problema: nessuno ha mai negato che il mondo sia cambiato. Il punto è capire se l’amministrazione se n’era accorta per tempo o se, come spesso accade, abbia scoperto il problema quando si è già seduta a tavola.

Enzo Maiolino

Enzo Maiolino

L’assessora ha rivendicato la scelta politica: l’aumento non lo pagheranno direttamente le famiglie, almeno non tutto, perché lo assorbirà il Comune. O meglio: per i prossimi tre anni, ha detto, si può ragionevolmente parlare di copertura. Per i restanti sei si vedrà. Chi governerà deciderà. E considerando che tra tre anni Elena Piastra avrà finito il suo giro, è da lì che cominciano le sue eredità. Ed eccolo qui il miracolo della politica locale: un progetto raccontato come epocale, difeso come scelta irreversibile, finanziato con la serenità di chi dice “per ora arrangiamoci, poi chi arriva dopo si accomoda”. Visione oggi, conto domani. Purché lo paghi qualcun altro.

Da lì in avanti il dibattito ha preso la piega preferita dall’amministrazione: quella in cui il costo di un servizio viene avvolto in un alone morale così spesso che a discuterne sembra quasi di essere dei barbari. Non si è più parlato solo di refezione scolastica. No. Si è parlato di salute, di obesità infantile, di primi mille giorni di vita, di zucchero, di iodio, di legumi, di ASL, di OMS, di pubertà precoce e di approccio integrato. Tutto sacrosanto, per carità. Ma anche tremendamente comodo. È la solita Settimo: in questo caso, con una gara che costa troppo, tutti sperano che sia sufficiente trasformarla in una crociata etico-sanitaria, così chi osa sollevare una perplessità rischia di passare per il sabotatore della salute pubblica.

L’assessora Gaiola ha raccontato di una mamma che al comitato di gestione nidi ha sollevato il tema del menù. Ha ricordato il confronto con la nutrizionista, l’intervento dell’ASL, l’introduzione di un ulteriore piatto di legumi. “L’Italia è ai vertici europei per obesità infantile…” ha sostenuto. E dunque la mensa diventa strumento di prevenzione, salute, educazione. Bene. Benissimo. Ma siamo sempre lì: è il vecchio trucco del prestigiatore. La speranza è che tutti si mettano a guardare i fagioli e la focaccia unta e che nessuno guardi quei 300 mila euro che ballano sul tavolo.

E a proposito di focaccia unta, il passaggio più surreale della risposta è stato proprio quello sulla merenda. La nuova concessione prevede una merenda per tutti i fruitori del servizio. E fin qui. Ma quando si è arrivati al tema della libertà delle famiglie di mandare ai figli qualcosa deciso dai genitori, il discorso si è fatto magnificamente paternalista. Nessun divieto, certo. Nessuna perquisizione degli zainetti, ci mancherebbe. Però si “consiglierà caldamente” il consumo della merenda fornita, perché equilibrata, pensata con l’ASL, utile a portare il bambino al pranzo con il giusto appetito. Insomma, formalmente la libertà resta; materialmente il messaggio è limpido: cari genitori, la focaccia unta lasciatela a casa e fidatevi del catechismo nutrizionale comunale. Un altro piccolo capolavoro di pedagogia pelosa: non ve lo imponiamo, ma se non fate come diciamo noi siete quasi complici dell’obesità infantile.

Manolo Maugeri, per la Lega, ha ricordato che la questione non è solo l’aumento dei costi dovuto alla qualità del cibo, ma un intero modello di servizio più oneroso, con pulizie, manutenzioni, trasporti, spese generali e utile d’impresa che pesano sul conto finale. Un dettaglio non da poco, perché smonta l’agiografia del “paghiamo di più perché mangiano meglio”. No. Si paga di più perché è più caro tutto, compresa l’impalcatura che la politica ha deciso di costruire attorno a quel piatto. E quando l’impalcatura la costruisci male o tardi, il rischio è che i cittadini paghino non solo il pranzo, ma anche l’inefficienza di chi li governa.

Schietto e brutale Giorgio Ziggiotto. Ha fatto la domanda più semplice e più devastante di tutta la serata: “Da dove vengono presi questi 300.000 euro?”. Domanda da cittadino, da contribuente, da persona normale. Cioè esattamente quel genere di domanda che a un’amministrazione comunale irrita più di un comizio. E quando poi Ziggiotto ha aggiunto che i bambini finiscono per costare più dei genitori che mangiano in fabbrica, il colpo è stato di quelli che magari tecnicamente faranno storcere il naso, ma politicamente lasciano il segno. Perché quella frase ha il difetto mortale di suonare comprensibile. E quando una critica è comprensibile, per l’amministrazione cominciano i guai.

A difendere il progetto, con toni da manifesto elettorale, ci ha pensato il consigliere comunale Antonio Augelli. La mensa non come refettorio, ma come “progetto educativo fondamentale”. La partecipazione vera, non quella “gridata alle televisioni”. Il cuocipasta come vittoria della comunità. E fin qui il copione era quello previsto. Il meglio è arrivato quando ha provato a trasformare l’interpellanza di Maiolino in un’autodenuncia dell’opposizione. Lì ha sfoderato una delle frasi più taglienti della serata, definendo la postura di Fratelli d’Italia un “cortocircuito logico e affascinante”, con allegata accusa di fare del proprio “astensionismo sistematico un’arma di distrazione di massa”. Una frase velenosa, certo. Ma anche una frase che tradisce il nervosismo di chi sa che la questione non si chiude con una tirata sulla partecipazione. Perché se serve tanto sarcasmo per difendere una scelta, forse la scelta non è poi così inattaccabile.

Non poteva mancare la sindaca Elena Piastra. Ha rivendicato il tema della famiglia, i nidi gratis, la lista d’attesa zero, il lavoro sui servizi. Ha cercato di demolire la tesi secondo cui la concessione sarebbe stata una scelta obbligata per ragioni economiche. “Si poteva fare un appalto di servizio. Certo che si poteva. Ma non lo si è voluto fare, perché avrebbe significato tornare ai pasti che arrivavano da lontano, come ai tempi in cui la cucina era a Orbassano e il pranzo arrivava irrimediabilmente freddo e senza gusto”. Una semplificazione perfetta per il racconto politico. Peccato che nessuno in aula stesse chiedendo di far tornare i bambini a mangiare minestrone da trasferta. L’obiezione è sempre stata un’altra: davvero non esisteva una via meno costosa, meno improvvisata, meno favorevole a chi partiva già con il centro cottura in mano?

Ma su questo il dibattito si è smaterializzato nel grande trucco di certa amministrazione comunale: se poni una domanda scomoda, ti risponde a una più comoda che però nessuno ti ha fatto.

La sindaca ha anche rivendicato con forza la scelta di permettere, tra nove anni, l’acquisto pubblico del centro cottura. Grande obiettivo strategico. Grande lascito alla città. Grande visione. Tutto molto suggestivo, finché non è tornato Maiolino a ricordare che quel diritto di acquisto, per come è stato raccontato, assomiglia più a una lotteria pagata a rate che a una conquista pianificata con lucidità. Perché è bellissimo dire oggi che si lascia a chi governerà domani la possibilità di comprare la cucina. Molto meno entusiasmante è spiegare che, nel frattempo, si buttano centinaia di migliaia di euro all’anno in un meccanismo che nessuno può garantire reggerà con la stessa serenità fino alla fine del ciclo.

E infatti il meglio del peggio arriva proprio nella replica finale di Enzo Maiolino, quando, dopo aver ringraziato per le risposte, rimette in fila i fatti come si fa con i bicchieri sporchi dopo una festa un po’ troppo autocelebrativa. “Sui costi qualcosa ancora non mi torna” ha stigmatizzato. E dentro quella frase c’è già tutto. Non gli torna il quadro economico. Non gli torna l’entusiasmo fuori tempo massimo. Non gli torna il modo in cui la maggioranza oggi racconta come inevitabile ciò che per mesi lui e altri avevano segnalato come rischio. E quindi i ritardi, la superficialità, la recita postuma di chi fa il visionario quando il film è già finito. L’amministrazione per mesi ha inseguito la pratica, poi il giorno dopo l’aggiudicazione si è presentata come se avesse appena inventato il futuro.

Maiolino ha ricordato l’allegato economico della gara, quello vero, non il dépliant motivazionale: costo medio del pasto nella zona adiacente 5,50 euro, importo a base d’asta 5,95, aggiudicazione a 5,88. “Mi sembra che vi siate svegliati l’altro ieri”. È una coltellata splendida. Perché in quella frase c’è il ritardo, c’è l’improvvisazione, c’è il sospetto che tutta la successiva fanfara serva più a coprire l’affanno che a celebrare un vero trionfo.

Infine, dito puntato sul nodo della concorrenza reale. A nessuno infatti è sfuggito che la gara, di fatto, ha prodotto un ribasso minimo dall’unica azienda che il centro cottura lo aveva già. E qui cade tutta la liturgia del libero confronto. Perché se la politica costruisce tempi e condizioni tali per cui a correre davvero è uno solo — o quasi — allora può pure raccontarla come battaglia epocale, ma finirà per assomigliare sempre di più a una corsa coi blocchi di partenza sistemati sotto casa del favorito. E a quel punto il problema non è più il biologico, la merenda o il menù internazionale. Il problema è che l’indirizzo politico, tanto celebrato a posteriori, potrebbe aver accompagnato il risultato esattamente dove era più facile che andasse.

C’è poi un altro passaggio, più cattivo ancora, in cui Maiolino ha rievocato una risposta dell’assessora a microfono spento: “Io non mi occupo di privati, io non mi occupo di privati”. Una frase che lui usa come prova della superficialità con cui, a suo dire, si è arrivati al risultato. E anche qui il colpo è notevole. Perché dietro quella citazione c’è un’accusa chiarissima: non si chiedeva all’assessora di fare il consulente d’impresa, ma di avere una linea politica capace di favorire una maggiore partecipazione in un settore già poverissimo di operatori. Cioè di fare politica, non di subire il percorso e poi rivestirlo di retorica salutista.

E infine Maiolino inchioda tutta la retorica sul centro cottura pubblico del futuro con una semplice domanda travestita da sarcasmo: “Stiamo davvero celebrando come traguardo storico il diritto di comprare domani qualcosa che, nel frattempo, rischia di essere già vecchio ieri?”. Una frase micidiale, perché riduce in polvere la narrativa della lungimiranza. Dove la maggioranza vede una visione, lui vede una toppa costosa su un problema gestito tardi.

Alla fine della fiera, la maggioranza si è stretta attorno al proprio racconto: più qualità, più salute, più attenzione alle famiglie, più servizi, più equità, più futuro, più pubblico. Un menù completissimo, come quelli dei ristoranti che elencano quaranta ingredienti per distrarti dal prezzo in fondo. L’opposizione, invece, ha stropicciato il tovagliolo, guardato lo scontrino e chiesto se davvero fosse inevitabile pagare così tanto per mangiare una minestra che doveva essere servita meglio e prima.

Il punto politico vero, quello che la maggioranza ha tentato di coprire con chili di buone intenzioni, è tutto qui: non basta che una scelta sia presentabile, educativa, perfino condivisibile in astratto. Deve anche essere amministrativamente pulita, economicamente sensata, politicamente onesta. E su questo, per tutta la serata, Enzo Maiolino ha continuato a battere come un martello. Senza fare il matto, senza rovesciare i tavoli, senza regalare all’amministrazione la comoda parte della vittima del populismo. No. Ha fatto di peggio: le ha ricordato con calma che le sue celebrazioni arrivano dopo mesi di ritardi, che i suoi entusiasmi fioriscono quando il conto è già arrivato e che dietro la favola del servizio migliore resta una domanda che brucia ancora: era davvero l’unico modo?

Oppure, più semplicemente, è il modo con cui questa amministrazione prova a trasformare un affanno in un trionfo, una rincorsa in una visione, un salasso in una carezza salutista?

La verità è che sotto il sermone della mensa che salva i bambini dal male del secolo, la Giunta Piastra sembra molto meno ispirata di quanto vorrebbe far credere.

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