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Sanità
27 Marzo 2026 - 10:19
Matteo Chiantore, Luigi Vercellino e Federico Riboldi
C’è una parola, scritta in maiuscolo, dentro una lettera protocollata: “Urgentissimo”. Non è un refuso, non è enfasi sindacale. È il livello di allarme. Significa "Sveglia!". Significa "Ci siete o non ci siete?". Significa "Ecchecazzo!". Signfica "Lo fate o ci siete?".
A firmarla sono Elena Palumbo (CGIL), Francesco Lo Grasso (UIL) e Tiziana Tripodi (CISL). È indirizzata al direttore generale dell’Asl To4 Luigi Vercellino e al presidente della Conferenza dei sindaci Matteo Chiantore, sindaco di Ivrea. Non a caso il sindaco di Ivrea che, insieme a tutti i colleghi sindaci, dovrebbe rappresentare la parte politica ma "genericamente" un po' se ne fotte, imputando ad altri "responsabilità" che lui dice di non avere e che invece ha da statuto.
Non è una richiesta generica: è la pretesa di un confronto immediato sulle Case e sugli Ospedali di comunità dopo un incontro già avvenuto il 16 marzo. Un incontro che, invece di chiarire, ha peggiorato il quadro.
Perché da quel tavolo, raccontano i sindacati, è emersa una cosa sola: il ritardo.

Un ritardo “evidente” rispetto alla scadenza del 30 aprile, quando partono le certificazioni europee necessarie per non perdere i fondi del PNRR. E allora la domanda, tutt’altro che burocratica, diventa brutale: le strutture saranno pronte o no?
Bene dirlo chiaramente: su questa partita la Regione Piemonte sembra vivere in un mondo parallelo, in un altro pianete.
L’assessore alla Sanità Federico Riboldi disegna una sanità territoriale quasi impeccabile: 82 Case della Comunità, 27 Ospedali di Comunità, un piano da quasi 5 miliardi, una macchina che — a sentir lui — marcia spedita. Le scadenze sono scolpite: 49 strutture operative entro maggio 2026, altre 20 entro giugno, il resto entro fine anno. Anche gli ospedali seguono il copione.
Riboldi, peraltro, assicura che la Regione è pronta a farsi carico dei dossier più complicati, come quello di Crescentino, dove sarebbero stati richiesti approfondimenti tecnici dai ministeri.
«Anche nei casi più complessi - ha assicurato - l’impegno è di completare le opere e rafforzare la sanità territoriale. Se necessario, siamo pronti a intervenire con risorse regionali».
Insomma, un cronoprogramma così preciso che sembra già un successo.
Peccato che nel Canavese — cioè nel mondo reale — si sia ancora alla fase: “ma a che punto siamo?”
Il caso dell’Asl To4 è emblematico. Qui il PNRR finanzia dieci Case di Comunità (Ciriè, Lanzo, Settimo Torinese, Leini, Chivasso, San Mauro, Ivrea, Caluso, Rivarolo, Castellamonte) e tre Ospedali di comunità (Crescentino, Ivrea, Castellamonte). Un investimento da oltre 26 milioni. Una rivoluzione sì, ma solo sulla carta.
Perché mentre altre aziende sanitarie discutono già di servizi e personale, qui — parole dei sindacati — «non c’è uno straccio di struttura pronta di cui parlare».
E non è solo una questione di cemento. È anche una questione di presenza.
Al tavolo del 16 marzo dell’Asl To4 non si è presentato nessuno. Anzi no, è arrivato un ingegnere. Non un direttore sanitario, non un responsabile dei servizi. Un ingegnere.
Perfetto, se stai costruendo un ponte. Un po’ meno se stai progettando la sanità del territorio.
La realtà è sotto gli occhi di tutti.
A Ivrea l’ex poliambulatorio, chiuso dal 2017, è ancora “ingabbiato” dai ponteggi. A Chivasso i lavori procedono a rilento. A Castellamonte si sono fermati per la presenza di amianto.
E allora il punto non è quando apriranno le strutture. È come apriranno.
Si aggiunge il problema del personale. Ed è qui il nodo politico che nessuno vuole affrontare davvero. Perché una Casa della Comunità aperta h24 non è uno slogan: è un problema organizzativo enorme.
Servono medici, infermieri, operatori. Servono turni, contratti, coperture. Serve una macchina che oggi, semplicemente, non si vede. Il rischio è di inaugurare contenitori vuoti.
E così il paradosso è completo. La Regione parla di futuro, i territori chiedono il presente. L’assessore elenca numeri, i sindacati chiedono persone. La politica misura i tempi in mesi, chi lavora nella sanità li misura in turni scoperti.
La sanità territoriale piemontese sta andando benissimo. Lo dicono i numeri, i piani, le scadenze. Decine di Case della Comunità, Ospedali di Comunità, miliardi stanziati, cronoprogrammi dettagliati. Tutto torna.
Manca solo un dettaglio: la realtà. In Canavese, per esempio, c’è gente che si riunisce per capire a che punto sono i lavori. Non per discuterne gli sviluppi. Per capirlo. È già un indizio.
Il problema non sono i ritardi. I ritardi in Italia sono fisiologici, come l’umidità. Il problema è che non è chiaro cosa dovrebbe succedere dopo. Perché una struttura sanitaria non è un edificio. È quello che ci succede dentro.
E su questo, al momento, le informazioni sono vaghe. Si sa quando apriranno. Non si sa bene come funzioneranno. C’è una certa fiducia nel fatto che basti arrivare alla scadenza. Aprire entro giugno, certificare ad aprile, rispettare il PNRR. Poi il resto si aggiusta. È un’idea interessante: prima si costruisce il contenitore, poi si vede se esiste il contenuto.
Nel frattempo si promettono servizi h24. Che è una cosa seria. Non è uno slogan: è un’organizzazione complessa, fatta di personale, turni, coperture. Serve gente. E la gente, al momento, non compare nei cronoprogrammi.
La politica, su queste cose, è sempre molto precisa. Sa dire quando una struttura sarà pronta. Molto meno quando sarà utile.
È una differenza sottile, ma decisiva. Alla fine la questione è semplice. Quando queste strutture apriranno, ci sarà qualcuno dentro? Non è una provocazione. È una domanda. Ed è l’unica che conta.
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