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26 Marzo 2026 - 22:18
Nella "Settimo bella da vivere", la rivoluzione circolare: quando il traffico si risolve girando
A Settimo Torinese si fa così. Il traffico non lo si risolve: si contempla. Con calma, possibilmente a 30 all’ora, girando.
Poche ore fa il Comune ha annunciato l’arrivo di una nuova rotonda in corso Piemonte. Per il momento è solo disegnata con il jersey, presto diventerà realtà Servirà a ridurre la velocità, aumentare la sicurezza, facilitare le svolte. Un programma lineare, quasi rassicurante. Se non fosse che la linea, in questa città "visionaria", è un concetto ormai superato.
La verità è che a Settimo, la città di Elena Piastra, la linea retta ha perso. Ha ceduto il passo alla circonferenza.
E il cittadino? Protesta. Misura. Conta. Fa quello che si fa quando qualcosa diventa sospetto: prende le distanze, poi i numeri. Duecento metri, quattro rotonde. Un chilometro, cinque. Dal cimitero al supermercato, sette. Non è più viabilità, è satira amministrativa.
E allora comincia la parte migliore: l’elaborazione collettiva.
“Non ce n’erano abbastanza.” “Ci mancava.” “Finalmente.”
Frasi brevi, secche. Nessun entusiasmo. Solo ironia che ha smesso di nascondersi.
Qualcuno propone già il salto di qualità: ancora una, poi un’altra, e si chiude tutto in un ovale. Fine del problema. Niente più incroci, niente più scelte. Solo un grande giro condiviso, democratico, infinito. L’utopia della mobilità: nessuno sbaglia strada perché non c’è più una direzione.
Nel frattempo qualcuno prova a restare serio. “Almeno serve per girarsi.”
E qui Settimo dà il meglio: la risposta arriva puntuale. Ci si poteva già girare. Trecento metri più avanti.
Tent'è! Settimo è una città generosa: offre sempre una seconda possibilità. E una terza. E una quarta, ogni duecento metri.
Poi c’è la velocità. Da 70 a 30. Non è un limite, è un cambio di stato mentale. Non si guida più, si riflette.
Qualcuno dubita che verrà rispettato. Qualcun altro ha già intuito la vera innovazione: l’autovelox come istituzione finanziaria. Più che sicurezza, rendimento.
E mentre si discute di sicurezza, c’è chi guarda per terra. Buche. Tombini affondati. Marciapiedi scassati, segnaletica marcia, passaggi pedonali scarsamente illuminati, erba alta, ma soprattutto strade colabrodo..
Qualcuno li chiama crateri, e non è una battuta: è una diagnosi.
Così succede una cosa curiosa: si gira perfettamente in tondo, ma per arrivarci si fa lo slalom. Un misto tra educazione stradale e sci alpino.
Il dibattito, inevitabilmente, si allarga.
C’è chi segnala camion parcheggiati ovunque, chi attraversamenti messi dove capita, chi traffico che non rallenta ma si accumula.
E poi c’è la questione più sottile: non è la rotonda il problema, sono le persone dentro la rotonda.
Precedenze ignorate, ingressi aggressivi, traiettorie creative.
La rotonda come test attitudinale: non misura la velocità, misura il carattere.
Eppure, dentro questo piccolo teatro urbano, c'è anche un filo di ottimismo.
Qualcuno dice che è sensata. Qualcun altro che almeno ora si potrà finalmente svoltare dove prima era impossibile.
Sono voci meno rumorose. Ma ci sono. Come sempre, quando la realtà è più complicata del commento.
La sintesi? A Settimo non si discute davvero di una rotonda in più. Si discute di un’idea di città che, a forza di correggere le traiettorie, ha finito per trasformarle in abitudine.
Girare invece di attraversare. Rallentare invece di risolvere. Ripetere invece di scegliere.
E così si entra, si dà la precedenza, si esce. O forse no. Si resta ancora un giro.
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