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Il 10 febbraio è il Giorno del Ricordo. Ma Chivasso non ricorda...

Per il quarto anno nessuna iniziativa comunale. Il capogruppo di Per Chivasso Bruno Prestìa attacca: «Non è una dimenticanza, è una scelta»

Il 10 febbraio è il Giorno del Ricordo. Ma Chivasso non ricorda...

Il 10 febbraio è il Giorno del Ricordo. Ma Chivasso non ricorda...

A Chivasso il 10 febbraio passa sotto silenzio. Nessuna cerimonia, nessun comunicato, nessuna iniziativa pubblica. Per il quarto anno consecutivo, l’amministrazione di centrosinistra guidata dal sindaco Pd Claudio Castello sceglie di non ricordare ufficialmente la Giornata del Ricordo, istituita per legge per commemorare le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata. Una scelta che non passa inosservata e che riaccende lo scontro politico in Consiglio comunale.

A sollevare la polemica è il consigliere Bruno Prestìa, capogruppo di Per Chivasso, che parla apertamente di una decisione politica, non di una dimenticanza. «Quando arrivi al quarto anno di fila senza nulla, diventa chiaro che non è un caso, ma una scelta ben definita», attacca. E aggiunge: «Ovunque si ricorda, tranne a Chivasso».

Il riferimento è alla Legge 30 marzo 2004, n. 92, che riconosce il 10 febbraio come giorno dedicato alla memoria delle tragedie del confine orientale e che prevede iniziative pubbliche e momenti di approfondimento, in particolare nelle scuole. Una cornice normativa chiara, che secondo Prestìa a Chivasso viene sistematicamente disattesa. «Non esistono ricordi di serie A e di serie B», insiste il consigliere, «almeno per noi».

L’amministrazione, anche quest’anno, non ha inserito alcun evento dedicato nel calendario istituzionale. L’unico appuntamento fissato per il 10 febbraio è una mostra d’arte, senza alcun riferimento alla ricorrenza nazionale. Una coincidenza che, agli occhi dell’opposizione, pesa come una scelta. «Lo diciamo noi cosa è stato previsto: la convocazione del Consiglio comunale, con qualche riga preparata dagli uffici e finita lì», accusa Prestìa.

Nel suo intervento, il capogruppo di Per Chivasso allarga lo sguardo e parla di una memoria selettiva, usata a geometria variabile. «Resta un silenzio assordante di un’amministrazione che decide deliberatamente di non ricordare», dice, «che fa una netta differenza tra morti, quelli di serie A e quelli di serie B». E il riferimento politico diventa esplicito quando aggiunge: «Lo si capisce anche quando vedi sventolare una bandiera della Palestina da uno degli uffici dell’ente, ma ci si dimentica di casa propria».

Parole dure, che fotografano un nodo ormai strutturale nel dibattito cittadino: il rapporto tra memoria, istituzioni e identità civica. Per Prestìa non si tratta di una svista, ma di una linea coerente, portata avanti negli anni. «Di questo ci hanno ampiamente abituato», conclude.

A Chivasso, anche nel 2026, il Giorno del Ricordo resta fuori dall’agenda pubblica. Non per mancanza di tempo. Ma, sempre più chiaramente, per scelta.

Bruno Prestìa consigliere comunale del gruppo "Per Chivasso"

Il Giorno del Ricordo

Il Giorno del Ricordo si celebra ogni anno il 10 febbraio ed è stato istituito con la Legge 30 marzo 2004, n. 92. Non è una ricorrenza simbolica né una concessione politica: è una data fissata dallo Stato italiano per riconoscere ufficialmente una tragedia storica rimossa per decenni e per conservare la memoria di migliaia di vittime.

La legge parla chiaro. Il 10 febbraio serve a «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Non una lettura parziale, non una narrazione ideologica, ma un atto di riconoscimento istituzionale verso una pagina dolorosa della storia nazionale.

Le foibe sono cavità carsiche naturali, trasformate durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale in luoghi di esecuzione e occultamento dei corpi. Migliaia di italiani — civili, funzionari, militari, oppositori politici — furono uccisi dai partigiani jugoslavi di Tito in un contesto di violenza politica, epurazioni e resa dei conti lungo il confine orientale. A questo si aggiunse l’esodo forzato di circa 250-300 mila italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, costretti ad abbandonare case, beni, lavoro e identità.

Per decenni, questa vicenda è rimasta ai margini della memoria pubblica italiana. Non per mancanza di fonti, ma per convenienze politiche, equilibri internazionali e imbarazzi ideologici. La Guerra fredda, il peso del Partito comunista, la complessità dei rapporti con la Jugoslavia hanno contribuito a trasformare quella tragedia in un tema scomodo, spesso rimosso, talvolta negato.

Il Giorno del Ricordo nasce proprio per rompere questo silenzio. Non per contrapporre memorie, ma per completarle. Non per riscrivere la storia, ma per riconoscerla tutta, senza zone franche. La legge, infatti, non si limita alla commemorazione formale: prevede iniziative pubbliche, attività nelle scuole, studi, incontri, momenti di approfondimento culturale e storico. Perché la memoria non è un rito, ma un processo.

Ricordare il 10 febbraio significa riconoscere che la sofferenza non ha colore politico, che le vittime non sono classificabili per appartenenza ideologica, che la dignità della memoria non è negoziabile. Significa anche fare i conti con una storia complessa, fatta di confini mobili, nazionalismi, violenze incrociate e responsabilità multiple.

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