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Giorgi Gori passa da Chivasso invitato da Alberto Avetta (e nel PD qualcuno prende appunti)

Il 30 gennaio l’europarlamentare riformista arriva su invito di Alberto Avetta. Non è un semplice incontro pubblico: nel PD piemontese si ridisegnano equilibri, si cercano nuove case politiche e si comincia a guardare alle prossime amministrative del capoluogo.

Giorgi Gori passa da Chivasso invitato da Alberto Avetta (e nel PD qualcuno prende appunti)

Alberto Avetta e Giorgio Gori

Mettiamola così: il 30 gennaio Chivasso è in programma un incontro pubblico che già si annuncia come un piccolo osservatorio privilegiato su ciò che si muove – e soprattutto su ciò che scricchiola – dentro il Partito Democratico piemontese. Ospite Giorgio Gori, invitato dal consigliere regionale Alberto Avetta. Non una comparsata di routine e nemmeno una passerella elettorale fuori tempo massimo. Chiamiamolo per quello che è: un passaggio politico. E come tutti i passaggi politici veri, sta facendo parlare parecchio.

Giorgio Gori non sta girando l’Italia come una trottola per amore del turismo istituzionale. Sta girando perché oggi rappresenta una delle figure più riconoscibili di quell’area riformista del PD che da mesi prova a rialzare la testa, a darsi un profilo e soprattutto a non finire schiacciata tra identità urlate e due correnti asso pigliatutto. Dieci anni da sindaco di Bergamo, oggi europarlamentare eletto nel 2024 nella circoscrizione Nord-Ovest, Gori a Bruxelles non occupa una poltrona qualsiasi: è vicepresidente della Commissione Industria, Ricerca ed Energia, cioè uno dei luoghi dove passano le decisioni che contano davvero su transizione energetica, competitività, innovazione e autonomia strategica europea.

Il suo stile politico è noto e, per certi versi, spiazzante per un PD sempre più diviso tra pulsioni movimentiste e nostalgie novecentesche. Pragmatico, europeista, attento alle alleanze, poco incline alla retorica identitaria. Non è un caso che venga considerato uno dei volti più solidi dell’area riformista, quella che guarda con spirito critico – ma non ostile – alla segreteria di Elly Schlein e che prova a tenere insieme crescita economica, giustizia sociale e realismo geopolitico. In questo spazio si muovono anche Lorenzo Guerini, Graziano Delrio, Pina Picierno: una minoranza attiva, organizzata, che non parla di scissioni ma non accetta nemmeno di fare da tappezzeria.

Se questo è il quadro nazionale, Torino e il Piemonte lo rendono ancora più leggibile. Qui le correnti non sono un tabù, ma una vera e propria mappa di sopravvivenza politica. Un dato è ormai acquisito: l’area “Gallo” di Raffaele Gallo è definitivamente sepolta, travolta dalle inchieste giudiziarie e archiviata anche sul piano politico. Fine della storia. Restano invece in piedi altre anime, più strutturate e riconoscibili. La più solida fa riferimento a Mauro Laus, un’area che comprende pezzi rilevanti del partito – dalla presidente del Consiglio comunale di Torino a figure sindacali di peso – ed è considerata la componente più significativa di quell’universo che, a livello nazionale, guarda a Stefano Bonaccini.

Accanto a questa resiste l’area cattolica, o popolare, che nel PD torinese ha un volto chiaro in Monica Canalis. Una galassia composta da consiglieri comunali e da una tradizione democristiana mai del tutto dissolta, che continua a pesare nei territori e nei passaggi decisivi. Poi c’è l’area che si riconosce più direttamente nella linea della segretaria Elly Schlein, presente anche a Torino ma più debole rispetto alla sua forza nazionale, con nomi come Chiara Gribaudo, Anna Rossomando, Nadia Conticelli, Paolo Furia. Attorno orbitano altre minoranze, da Daniele Viotti ai cuperliani legati ad Andrea Giorgis, che contano meno in termini numerici ma raccontano bene la frammentazione interna del partito.

È proprio questa frammentazione a spiegare perché l’arrivo di Giorgio Gori a Chivasso non sia un dettaglio. Molti, dentro il PD piemontese, stanno cercando casa. Non una corrente già blindata, non un recinto ideologico, ma uno spazio politico credibile che tenga insieme amministratori, riformisti, europeisti e mondi sociali che oggi si sentono poco rappresentati. L’area riformista, per ora, non è una corrente formalizzata, ma potrebbe diventarlo. E Gori, con il suo profilo istituzionale, il suo ruolo europeo e la capacità di parlare a pubblici diversi, è uno di quelli che può contribuire a costruirla e magari, chissà, un giorno, aspirare alla segreteria nazionale...

Al di là dei temi ufficiali di cui si discuterà – Europa, industria, energia, riformismo e compagnia – quello che conta davvero, a Chivasso, è il segnale che si manda. E la domanda è inevitabile: è solo un incontro politico o è qualcosa di più? Perché in politica il contesto, spesso, vale più del contenuto.

L’arrivo di Gori non è neutro. Ma soprattutto non è neutra l’esposizione di Alberto Avetta. Avetta non è uno che organizza iniziative tanto per riempire l’agenda o lucidare il curriculum. S'aggiunge che se c'è Avetta c'è anche Davide Gariglio (l'ex segretario regionale) e se si espongono, lo fanno sapendo benissimo che ogni mossa verrà letta in controluce. E allora no, non siamo davanti a una semplice iniziativa territoriale: siamo davanti a un messaggio indirizzato a più destinatari, dentro e fuori il Partito Democratico.

È inutile rifugiarsi nella prudenza di maniera: non c’entra nulla la prossima tornata delle regionali, lontana quattro anni e ancora fuori dall’orizzonte politico reale. Qui il calendario vero è un altro. Qui si guarda alle elezioni amministrative di Torino, e chi fa politica sul serio lo sa bene. I giochi non sono aperti, ma i paletti sì. E qualcuno ha iniziato a piantarli con metodo.

Portare Giorgio Gori a Chivasso significa posizionarsi. Significa dire che esiste uno spazio politico che non si riconosce completamente né nella linea schleiniana né nelle vecchie geometrie. Significa parlare a chi non si riconosce in una delle due corrente.

In questo scenario Alberto Avetta manda un segnale chiaro: c’è chi non vuole restare spettatore mentre il PD ridefinisce i suoi equilibri cittadini, c’è chi non aspetta che qualcun altro decida linee, nomi e alleanze, c’è chi guarda ad un'altra idea di partito che parla di governo e non solo di identità.

E allora sì, il punto non è cosa dirà Gori. Il punto è perché viene invitato ora, da chi, e in che clima politico. Perché a Torino, tra area cattolica, schleiniani più o meno organizzati, riformisti in cerca di casa e minoranze permanenti, la partita vera non è ancora iniziata, ma le posizioni sì. E chi arriva tardi, in queste partite, spesso resta fuori dal campo.

Insomma, Chivasso diventa una tappa che pesa più di quanto sembri. Non perché decida qualcosa nell’immediato, ma perché racconta che qualcuno ha smesso di aspettare. E quando, nel PD, qualcuno smette di aspettare, di solito non lo fa per caso. Non è solo Gori che si muove. È il Partito Democratico che, volente o nolente, è costretto a farlo. E quando il partito si muove davvero, anche un appuntamento di provincia smette di essere periferia.

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Le correnti

Nel Partito Democratico le correnti non sono una deviazione dalla linea politica: sono la linea politica. Il resto – programmi, valori, congressi, mozioni – serve soprattutto a giustificarle. Se un giorno il PD decidesse davvero di abolire le correnti, resterebbe un guscio vuoto, come un condominio senza assemblee: ordinato, silenzioso, ma politicamente morto.

Le correnti, nel PD, non nascono per dividere. Nascono per sopravvivere. Sono forme di autotutela, piccole polizze assicurative contro l’imprevedibilità del segretario di turno, contro le mode ideologiche, contro l’ultima parola d’ordine importata da un’università americana o da una chat di militanti. Cambiano nome, si ribrandizzano, si dichiarano superate, ma restano lì, come i termosifoni vecchi: brutti, ingombranti, indispensabili.

Il bello è che nessuno ammette di farne parte. Nel PD non esistono correnti, ufficialmente. Esistono “sensibilità”, “aree di confronto”, “famiglie culturali”, “percorsi comuni”. È un lessico da consulenza matrimoniale, non da partito politico. Poi però, quando si vota una segreteria, una candidatura, una lista, tutti sanno benissimo chi sta con chi, chi deve qualcosa a chi e chi non deve nulla a nessuno – che è il modo più elegante per dire che è già fuori dai giochi.

Ogni segretario del PD ha promesso di superare le correnti. Tutti. Nessuno c’è riuscito. Non perché mancasse la volontà, ma perché le correnti sono l’unico vero ammortizzatore sociale interno al partito. Tengono dentro chi altrimenti uscirebbe, danno una funzione a chi non vince, un’identità a chi non guida. Senza correnti il PD sarebbe un partito semplice, e un partito semplice, in Italia, non lo vota nessuno.

C’è poi la questione semantica, che nel PD è sempre centrale. Le correnti non si chiamano mai per quello che sono. Non esiste la “corrente di Tizio”, esiste “l’area che guarda a”. Non esiste la “minoranza interna”, esiste “il contributo critico”. Non esiste il “gruppo che ha perso”, esiste “una componente che riflette”. È una lingua raffinata, quasi letteraria, che serve a una cosa sola: non far capire al cittadino che si tratta, banalmente, di rapporti di forza.

Ogni tanto qualcuno propone di “fare chiarezza”. È una formula che nel PD precede sempre il contrario. Fare chiarezza significa aprire un dibattito, il dibattito genera documenti, i documenti producono sintesi, le sintesi rinviano a un congresso, il congresso partorisce una segreteria che promette di superare le correnti. E il cerchio si chiude, perfetto, immutabile.

Nel frattempo, fuori, il mondo va avanti. Ma dentro il PD il tempo ha un andamento diverso. È un tempo carsico, fatto di ritorni. Le correnti che sembravano morte risorgono con un altro nome. Quelle che sembravano dominanti si sgonfiano all’improvviso. Alcune vengono dichiarate estinte con grande sollievo, salvo poi scoprire che i suoi ex aderenti sono ovunque, silenziosi, perfettamente riciclati.

Il paradosso è che le correnti funzionano meglio quando nessuno le nomina. Quando diventano oggetto di discussione pubblica, quando finiscono sui giornali, quando qualcuno osa dire che esistono davvero, il PD si indigna. Si parla di caricature, di semplificazioni, di giornalismo superficiale. Poi, a porte chiuse, si torna a contare: chi sta dove, chi pesa quanto, chi può bloccare cosa.

In fondo, le correnti sono il modo con cui il PD cerca di tenere insieme l’inconciliabile. Riformisti e movimentisti, cattolici e laici, europeisti e dubbiosi, governisti e puri. Tutti sotto lo stesso tetto, ognuno con la propria stanza, la propria chiave, il proprio termosifone. Nessuno butta giù i muri, perché abbatterli significherebbe scegliere. E scegliere, nel PD, è sempre stato il vero problema.

Così si va avanti. Con la solennità dei grandi dibattiti e la concretezza dei piccoli posizionamenti. Con l’illusione che prima o poi tutto si semplificherà e la certezza che non succederà mai. Perché il Partito Democratico può cambiare segretario, linea politica, alleanze, simboli. Ma una cosa no: rinunciare al suo sport nazionale, la corrente.

E in fondo va bene così. In un Paese che ama le correnti marine, quelle d’aria e quelle elettriche, sarebbe strano che un partito rinunciasse alle proprie. Insomma, non è un difetto. È una tradizione. E come tutte le tradizioni italiane, nessuno la difende apertamente, ma guai a chi prova davvero ad abolirla.

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