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20 Gennaio 2026 - 08:11
Takaichi forza il Paese alle urne: voto anticipato per blindare il potere o rischio boomerang?
Takaichi spiazza Tokyo con una mossa che rompe gli schemi della politica giapponese recente. Nella sala stampa della Kantei, sede dell’ufficio del primo ministro, il clima è sospeso quando Sanae Takaichi annuncia lo scioglimento della Camera dei Rappresentanti per il 23 gennaio. Pochi istanti dopo, la macchina politica ed economica del Paese si mette in moto: lo yen oscilla, gli operatori finanziari ricalcolano scenari e strategie, i partiti avviano una campagna elettorale compressa in dodici giorni, dal 27 gennaio al 7 febbraio, con voto e scrutinio fissati per l’8 febbraio. La prima donna alla guida del governo giapponese, in carica dall’ottobre precedente, decide di giocare d’anticipo per trasformare un consenso personale superiore al 60 per cento in una maggioranza parlamentare solida, oggi garantita solo grazie all’appoggio di tre deputati indipendenti. È una scelta che equivale a un referendum sulla sua leadership e sulla tenuta della nuova coalizione.
Il calcolo politico nasce da due fattori convergenti. Da un lato, l’aritmetica parlamentare. La coalizione guidata dal Partito Liberal Democratico (Liberal Democratic Party), sostenuta dal Japan Innovation Party (JIP), governa con margini minimi nella Camera bassa, composta da 465 seggi, e ha superato la soglia della maggioranza assoluta di 233solo grazie a innesti esterni. Dall’altro lato, il momento favorevole nei sondaggi. L’indice di approvazione del gabinetto Takaichi oscilla tra il 60 e il 63 per cento, un livello elevato per gli standard giapponesi degli ultimi anni. La premier sceglie di capitalizzare questo vantaggio prima che l’agenda si appesantisca con il confronto sul bilancio 2026 e con riforme politicamente sensibili.
A rendere la consultazione dell’8 febbraio particolarmente rilevante è anche il riassetto delle alleanze. Nell’autunno 2025, il Komeito, storico alleato dei conservatori, ha rotto con il Partito Liberal Democratico dopo anni di convivenza, aprendo una fase nuova. La separazione ha portato alla nascita di un fronte inedito: il Partito Democratico Costituzionale (Constitutional Democratic Party of Japan) e lo stesso Komeito hanno dato vita alla Centrist Reform Alliance (CRA), una formazione che punta a occupare lo spazio centrale del sistema politico. Il voto anticipato diventa così un test tra due modelli: da una parte l’asse LDP–JIP, dall’altra l’esperimento centrista CRA, che prova a intercettare un elettorato moderato disorientato.
Nel sistema giapponese, però, non conta solo superare la soglia minima. Oltre alla maggioranza semplice, esistono livelli che determinano la capacità reale di governo. Una “stable majority” di 244 seggi consente di controllare le commissioni parlamentari, mentre una “absolute stable majority” di 261 accelera l’iter legislativo. La soglia dei due terzi, pari a 310 seggi, è decisiva per iniziative di revisione costituzionale. L’obiettivo dichiarato di Takaichi è spostarsi almeno nella fascia intermedia, così da evitare negoziati continui su ogni provvedimento. Il contesto rende l’impresa complessa: il Partito Liberal Democratico arriva al voto dopo una fase di arretramento elettorale e dopo scandali legati ai finanziamenti politici che hanno eroso la fiducia nel marchio del partito.

Sul piano delle politiche pubbliche, la premier propone una linea definita “responsabile ma aggressiva”, fondata su stimolo fiscale e interventi mirati contro il carovita. La misura più discussa è la sospensione per due anni dell’aliquota dell’8 per cento della tassa sui consumi applicata ai generi alimentari. Secondo stime circolate negli ambienti governativi di Tokyo, il costo potrebbe arrivare a 5.000 miliardi di yen l’anno in minori entrate. I mercati reagiscono in modo contrastato: l’indice Nikkei beneficia delle aspettative di maggiore spesa in tecnologia, difesa e transizione energetica, mentre i rendimenti dei titoli di Stato salgono e lo yen si indebolisce, segnalando timori sulla sostenibilità di un debito pubblico che supera il 200 per cento del prodotto interno lordo. Gli avversari accusano il governo di forzare i tempi elettorali per evitare un confronto approfondito sul bilancio, mentre Takaichi difende la scelta come necessaria per uscire da anni di sottoinvestimento.
La nuova architettura delle alleanze aggiunge ulteriori incognite. L’accordo con il Japan Innovation Party include l’impegno a ridurre il numero dei seggi della Camera dei Rappresentanti di circa il 10 per cento, una riforma che incontra il favore degli elettori urbani ma genera resistenze nei territori. Sul fronte opposto, la Centrist Reform Alliance si presenta con una piattaforma che combina prudenza su difesa ed energia nucleare, riduzioni fiscali selettive e un’agenda di rafforzamento dell’etica pubblica. Komeito e Partito Democratico Costituzionale mantengono strutture separate, ma coordinano candidature e liste, puntando a massimizzare l’efficacia nei collegi uninominali.
La dimensione personale pesa quanto quella programmatica. Sanae Takaichi, allieva politica di Shinzo Abe, è nota per posizioni ferme su sicurezza e valori conservatori. La sua ascesa a premier ha però ampliato il consenso oltre il tradizionale perimetro del suo elettorato. Annunciando il voto anticipato, ha legato apertamente il risultato alla sua permanenza a capo del governo, chiarendo che una sconfitta avrebbe conseguenze dirette sulla leadership. È una scelta che rafforza la posta in gioco e riduce gli spazi di ambiguità.
L’opposizione, pur più coordinata che in passato, resta eterogenea. La CRA indica Yoshihiko Noda come riferimento per la guida dell’esecutivo, ma dovrà dimostrare che gli elettorati di Komeito e del Partito Democratico Costituzionale possono sommarsi senza frizioni. La forza organizzativa di Komeito, tradizionalmente molto disciplinata, rende competitivo il fronte centrista in numerosi collegi, mentre il CDPJ è chiamato a consolidare il consenso raccolto nelle consultazioni precedenti.
Le regole del voto favoriscono chi dispone di strutture radicate. La Camera dei Rappresentanti è eletta con un sistema misto parallelo: 289 seggi nei collegi uninominali e 176 seggi con metodo proporzionale in 11 circoscrizioni. Gli elettori esprimono due voti distinti e molti candidati concorrono in doppia candidatura. Con una campagna di soli dodici giorni, la riconoscibilità del marchio e la semplicità del messaggio diventano decisive.
I sondaggi mostrano un divario tra la popolarità personale della premier e quella del Partito Liberal Democratico, ancora appesantito dalle vicende degli ultimi anni. Da qui la scelta di trasformare la consultazione in un giudizio sul “metodo Takaichi”. La Centrist Reform Alliance risponde puntando sulla promessa di una gestione fiscale più sobria e su interventi mirati per contenere l’aumento dei prezzi.
Restano sullo sfondo dossier che richiedono una maggioranza robusta: un bilancio da 122,3 trilioni di yen per l’esercizio che inizia nell’aprile 2026, il rafforzamento della difesa in coerenza con l’alleanza con gli Stati Uniti, le riforme della sicurezza sociale in un Paese che invecchia rapidamente e una revisione delle regole su trasparenza e finanziamenti politici. Negli ultimi mesi, la sopravvivenza della maggioranza è dipesa anche dal sostegno di tre indipendenti, una soluzione temporanea che la premier considera insostenibile nel lungo periodo.
L’8 febbraio dirà se la mossa d’anticipo avrà funzionato. Una maggioranza stabile consentirebbe a Sanae Takaichi di governare il 2026 senza continue mediazioni. Un risultato inferiore riaprirebbe la stagione delle trattative e degli equilibri precari. In ogni caso, il Giappone arriva a questo voto con un sistema politico più contendibile e con un quadro di alleanze profondamente rinnovato.
Fonti: Kantei, Ministero delle Finanze del Giappone, Asahi Shimbun, Nikkei Asia, Japan Times, Reuters, Kyodo News.
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