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Iran, torture e abusi sessuali in Iran

Testimonianze, rapporti delle organizzazioni per i diritti umani e dati parziali raccontano nudità forzata, violenze, iniezioni coercitive e arresti di minori mentre l’attenzione internazionale cala

Iran, torture e abusi sessuali in Iran

(foto X)

Nudi al gelo, poi le iniezioni”. Dall’Iran continuano ad arrivare nuove testimonianze su torture e abusi sessualicontro i manifestanti arrestati durante le ultime ondate di protesta. Denunce raccolte da organizzazioni per i diritti umani, referti medici e racconti delle famiglie delineano un quadro sempre più definito di ciò che è avvenuto e continua ad avvenire all’interno delle carceri della Repubblica islamica. Un quadro che emerge mentre l’attenzione internazionale si è progressivamente ridotta e, parallelamente, sono aumentati il silenzio, la paura e l’assenza di conseguenze per i responsabili.

Le testimonianze descrivono scene che si ripetono in strutture diverse: uomini e ragazzi costretti a spogliarsi completamente, tenuti per ore all’aperto sotto il freddo invernale e colpiti con getti d’acqua gelida. Alcuni detenuti hanno raccontato di manganelli utilizzati non solo per colpire, ma come strumento di intimidazione sessualizzata. Altri hanno riferito di iniezioni praticate contro la loro volontà da personale in divisa, senza alcuna spiegazione sulla natura delle sostanze somministrate. In diversi casi sono state segnalate minacce di stupro come metodo di controllo psicologico.

Queste informazioni sono state raccolte nelle ultime settimane da attivisti e media indipendenti. Tra le principali fonti figurano la Kurdistan Human Rights Network (KHRN) e il canale televisivo in esilio Iran International, che hanno documentato casi di nudità forzata, violenze fisiche e trattamenti degradanti. Le testimonianze provengono da persone in contatto diretto con le famiglie dei detenuti e da reti locali di monitoraggio, in un contesto in cui l’accesso indipendente alle carceri è impossibile.

Secondo quanto riferito da Rebin Rahmani, attivista della KHRN, durante i trasferimenti le forze di sicurezzaavrebbero esercitato pressioni fisiche con i manganelli sulle parti intime dei detenuti, accompagnando le percosse con insulti e minacce. Dettagli che, per quanto difficili da riportare, sono centrali per comprendere la funzione della violenza: non solo punire, ma umiliare e spezzare psicologicamente.

Tra i casi documentati c’è quello di un ragazzo di sedici anni arrestato a Kermanshah, nell’ovest dell’Iran. Secondo la KHRN, il minorenne sarebbe stato sottoposto a percosse e abusi durante il fermo e successivamente trattenuto in isolamento, senza possibilità di contatti regolari con la famiglia. Nelle province di Ilam, Kermanshah e Kurdistan, la rete curda per i diritti umani ha documentato almeno 20 arresti di minori tra i 13 e i 17 anni, segnalando anche l’uso della tortura e la negazione dell’assistenza legale.

Colpire i più giovani ha un effetto che va oltre il singolo caso. Serve a intimidire intere comunità e a scoraggiare la partecipazione alle proteste. È una dinamica già osservata in passato, come mostrano altri rapporti su arresti nelle scuole e pressioni esercitate sulle famiglie per impedire denunce pubbliche o cerimonie funebri.

Le pratiche descritte oggi non rappresentano un’anomalia. Amnesty International ha documentato da anni un insieme ricorrente di violazioni che comprende spogliazioni forzate, docce gelate, scosse elettriche, somministrazione coercitiva di sostanze chimiche, violenze sessuali su uomini e donne e privazione di cure mediche. Secondo l’organizzazione, non si tratta di episodi isolati, ma di un uso sistematico della tortura per intimidire e ottenere confessioni sotto coercizione.

Nel 2024, la Missione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulle proteste seguite alla morte di Mahsa (Jina) Amini ha parlato esplicitamente di crimini contro l’umanità, citando omicidi, torture, stupri e persecuzioni di genere come elementi di una repressione diffusa e organizzata. La missione ha anche denunciato il rifiuto delle autorità iraniane di collaborare con gli investigatori internazionali.

Più di recente, Amnesty International USA ha ribadito che la violenza sessuale è stata utilizzata come strumento di repressione anche negli ultimi due anni, colpendo pure minorenni. L’Alto Consiglio per i Diritti Umani dell’Iran, organo interno alla magistratura, ha respinto le accuse sostenendo che nella maggior parte delle province non sarebbero stati presentati reclami. Una posizione contestata dagli attivisti, che ricordano come le denunce siano spesso ostacolate e chi parla subisca ritorsioni.

Per quanto riguarda i numeri, le stime restano provvisorie. Dalla fine di dicembre 2025, diverse fonti parlano di oltre 20.000 arresti, con dati probabilmente sottostimati a causa dei blackout di Internet e delle restrizioni all’informazione. La Human Rights Activists News Agency (HRANA) ha segnalato 3.766 morti confermati, con altri 8.900 casi in fase di verifica. In parallelo, organizzazioni curde hanno documentato decessi in custodia, come quello di Soran Feyzizadeh, e la morte di una manifestante incinta, Sholeh Sotoudeh, avvenute in contesti segnati da gravi carenze di trasparenza.

Il tratto comune resta l’intensificazione della repressione: arresti di massa, trasferimenti in carceri lontane, udienze rapide a porte chiuse e un uso crescente delle confessioni forzate trasmesse dai media di Stato. Secondo l’Associated Press, almeno 97 confessioni estorte sarebbero andate in onda solo nelle prime settimane dell’ultima ondata di proteste.

La pressione non si è fermata alle carceri. Testimonianze locali parlano di irruzioni delle forze di sicurezza negli ospedali, con l’uso di proiettili e gas lacrimogeni per intimidire feriti e personale sanitario. Una strategia che scoraggia la ricerca di cure e rende più difficile la documentazione clinica delle lesioni. I blackout informativi hanno isolato le aree più colpite, mentre la televisione di Stato ha continuato a diffondere video di confessioni. Un sistema che alimenta l’impunità.

Dal punto di vista del diritto internazionale, torture, trattamenti inumani e violenze sessuali in custodia costituiscono gravi violazioni e, se sistematiche, possono configurare crimini contro l’umanità, come già affermato dalla Missione ONU. Il nodo centrale resta l’assenza di responsabilità: pochissimi casi arrivano a indagini credibili e ancor meno a condanne. Le richieste di sanzioni mirate e di protezione per testimoni e familiari delle vittime restano in larga parte inascoltate.

Nuove denunce sono arrivate anche da Yazd, nel centro del Paese, dove donne arrestate hanno riferito minacce di stupro da parte di agenti dell’Organizzazione d’Intelligence dei Pasdaran (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica). Secondo il Centro Boroumand, almeno 20 manifestanti donne sarebbero state trasferite in isolamento nella sezione femminile della prigione centrale, senza garanzie su assistenza legale e sanitaria.

In un contesto chiuso e ostile all’informazione, organizzazioni come KHRN e Hengaw svolgono un ruolo decisivo. Raccolgono testimonianze, verificano luoghi e tempi e segnalano schemi ricorrenti che trovano riscontro nei rapporti di Amnesty International e delle Nazioni Unite. Fonti che, pur con limiti evidenti, permettono di incrociare dati e ricostruire i fatti.

Sul piano ufficiale, le autorità iraniane hanno continuato a negare la sistematicità degli abusi, attribuendo le proteste a ingerenze straniere. Il presidente Masoud Pezeshkian ha recentemente avvertito che un attacco alla Guida Supremaequivarrebbe a una guerra su vasta scala, mentre sul fronte interno è proseguita la stretta repressiva.

Ciò che emerge con chiarezza è l’esistenza di un corpus coerente di testimonianze su spogliazioni, esposizione al freddo, abusi sessuali, iniezioni forzate e minacce, coerenti con pratiche già documentate in passato. Resta invece ignota la natura delle sostanze iniettate, per l’assenza di analisi tossicologiche indipendenti accessibili.

Le storie che arrivano dall’Iran non sono episodi isolati. Sono elementi di una linea continua, confermata da inchieste e rapporti autorevoli. Il dato nuovo è che queste pratiche si sono intensificate in una fase in cui le proteste di piazza sembrano essersi attenuate. Un segnale che indica come il rischio maggiore si concentri proprio quando l’attenzione pubblica diminuisce.


Fonti utilizzate
Kurdistan Human Rights Network (KHRN)
Iran International
Amnesty International
Amnesty International USA
Missione d’inchiesta delle Nazioni Unite sull’Iran
Human Rights Activists News Agency (HRANA)
Associated Press
Centro Boroumand

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