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19 Gennaio 2026 - 22:27
La tv di Stato iraniana hackerata in prima serata: Reza Pahlavi parla al Paese e ordina ai militari di non sparare
Per alcuni minuti la televisione pubblica iraniana IRIB (Islamic Republic of Iran Broadcasting) non ha trasmesso ciò che doveva. Al posto del palinsesto abituale è comparso un fermo immagine anomalo, seguito da un video registrato: Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, ha parlato agli spettatori con una frase semplice e calibrata per bucare la censura: «Tornerò in Iran». Sulla schermata sono apparse scritte in farsi rivolte a militari e forze di sicurezza, con un appello esplicito: “Non puntate le armi contro il popolo. Unitevi alla nazione per la libertà dell’Iran.” In alcune grafiche trasmesse durante l’intrusione è comparsa anche un’affermazione non verificabile in modo indipendente, presentata come fatto compiuto: che “alcuni” avrebbero deposto le armi e giurato fedeltà al popolo. È successo la sera di domenica 18 gennaio 2026, in prima serata. In un Paese dove la televisione di Stato è parte integrante dell’architettura del potere, l’episodio ha avuto un significato che va oltre la durata dell’interruzione.
Secondo ricostruzioni convergenti di media internazionali, ignoti hanno dirottato per alcuni minuti il segnale satellitare della IRIB, interrompendo le trasmissioni su più canali. L’orario indicato è intorno alle 21.30 locali. La durata dell’intrusione varia, a seconda delle fonti, da pochi minuti fino a circa dieci. La televisione pubblica israeliana KAN(Israeli Public Broadcasting Corporation) ha parlato di un’interruzione prolungata, citando fonti regionali. La IRIBha ammesso solo una “momentanea discontinuità del segnale in alcune aree”, attribuendola a una “fonte ignota”, senza fare alcun riferimento ai contenuti trasmessi. La formula è stata ripresa anche dalla Fars News Agency, agenzia semiufficiale considerata vicina ai Guardiani della Rivoluzione.
Nel video comparso sugli schermi, Reza Pahlavi ha ribadito un messaggio già diffuso in precedenza attraverso i canali della diaspora, ma mai arrivato in questo modo al pubblico interno. Ha accusato la Repubblica islamica di violenze e repressione e si è rivolto direttamente a forze armate e polizia, invitandole a non schierarsi contro i manifestanti e a considerarsi parte della nazione, non dell’apparato di potere. Parte del materiale è circolata quasi in contemporanea sui canali ufficiali del principe in esilio e su emittenti satellitari in lingua persiana con sede all’estero. Alcuni dettagli tecnici, come il minutaggio esatto e l’intera sequenza grafica, non sono verificabili da un’unica fonte indipendente, ma i video e le segnalazioni raccolte da più redazioni hanno confermato l’interruzione e la messa in onda del messaggio.
Il contesto rende il fatto ancora più rilevante. L’intrusione si è innestata su un blackout di rete iniziato l’8 gennaio 2026, descritto dai monitor indipendenti come vicino al totale. Le analisi tecniche hanno registrato livelli di connettività nazionale ridotti a una frazione minima del normale, con intere fasce orarie in cui il traffico internazionale risultava quasi azzerato. In questo scenario, colpire la televisione non è solo un gesto simbolico: è un modo per aggirare l’oscuramento delle piattaforme online e raggiungere un pubblico che, in molte aree del Paese, non ha alternative informative.
Dal punto di vista tecnico, l’ipotesi più accreditata resta un intervento sul segmento satellitare. La IRIB distribuisce molti canali tramite la piattaforma Badr, collegata al consorzio Arabsat. Un attacco può consistere nell’iniettare un flusso non autorizzato nella catena di trasmissione o nel sovrascrivere temporaneamente l’uplink. In altri casi la breccia può avvenire a monte, nei centri di playout o nei sistemi di contribuzione terrestre, sfruttando credenziali sottratte o accessi remoti mal protetti. Non è noto quale sia stata la sequenza precisa dell’operazione del 18 gennaio, ma il fatto che l’interruzione abbia coinvolto più canali contemporaneamente indica un’azione pensata per massimizzare l’impatto.
Non si tratta di un caso isolato. Nel gennaio 2022 e nell’ottobre 2022 attacchi informatici avevano già interrotto brevemente le trasmissioni della IRIB, mostrando slogan anti-regime, immagini di Mahsa Amini e un mirino sovrapposto al volto della Guida suprema Ali Khamenei. Ma c’è anche un precedente più lontano: nel 1986 un segnale clandestino interruppe le trasmissioni per diffondere un messaggio del giovane Reza Pahlavi. All’epoca, la stampa internazionale parlò di un’operazione sostenuta da apparati esterni. Il richiamo serve a chiarire un punto: la televisione, in Iran, è da decenni un obiettivo strategico nei momenti di conflitto politico e informativo.
Iran: Hacker kapern TV-Sender, fordern: „Stürzt den Ayatollah!“ | Politik | https://t.co/uuWW8S6jAO https://t.co/LcKQFFJGl3
— Jörg Scheiblhofer (@jscheiblhofer) January 19, 2026
Sul piano politico, Reza Pahlavi, nato nel 1960 e in esilio dal 1979, continua a presentarsi come sostenitore di una transizione democratica e secolare, fondata su un referendum sul futuro istituzionale del Paese. Il suo appello alle forze armate richiama una frattura latente tra esercito regolare e apparati ideologici, ma non esistono prove pubbliche che colleghino l’interruzione televisiva a defezioni reali su larga scala. Le affermazioni comparse in grafica durante il sabotaggio restano, allo stato attuale, parte di un’operazione di pressione psicologica più che la descrizione di fatti accertati.
L’episodio si è inserito in una fase di repressione che, secondo conteggi diffusi da attivisti e ripresi dalle agenzie internazionali, ha prodotto migliaia di morti e decine di migliaia di arresti. Le stime più citate parlano di almeno 3.900vittime e oltre 25.000 arresti, numeri difficili da verificare in modo indipendente proprio a causa del blackout informativo e delle restrizioni imposte ai giornalisti. Parallelamente, la pressione internazionale è aumentata: funzionari iraniani sono stati esclusi da importanti appuntamenti diplomatici ed economici, mentre movimenti navali statunitensi verso il Medio Oriente, compresa la presenza della portaerei USS Abraham Lincoln in aree strategiche, sono stati letti come segnali politici di deterrenza più che come preludio a un’azione imminente.
Resta aperta la questione dell’effetto reale sul pubblico interno. In un Paese con copertura televisiva capillare, un messaggio imposto in prima serata pesa più di un contenuto online che non riesce a superare i filtri. Ma misurare l’impatto su mobilitazione, scioperi o comportamento delle forze dell’ordine richiederà tempo e fonti indipendenti. Sul piano tecnico, la IRIB può rafforzare i sistemi di autenticazione, cambiare chiavi di uplink e aumentare i controlli. Il paradosso però rimane: un segnale deve restare accessibile a milioni di persone e, allo stesso tempo, essere impermeabile agli intrusi.
L’incursione del 18 gennaio 2026 ha mostrato che la catena di distribuzione dell’informazione ufficiale non è invulnerabile. In un ecosistema schermato, pochi minuti di televisione possono avere un peso superiore a ore di contenuti che non raggiungono nessuno perché la rete è spenta. Il messaggio di Reza Pahlavi è uscito dalla bolla della diaspora ed è entrato nelle case degli iraniani. Quanto sarà accettato o respinto dipenderà da fattori che nessun attacco informatico può controllare: fiducia, leadership, capacità dell’opposizione di presentarsi unita e risposta del regime sul piano sociale ed economico. Per chi osserva dall’esterno, il compito resta quello di separare il rumore dai fatti e valutare gli eventi per ciò che sono, non per ciò che promettono.
Fonti utilizzate: IRIB, KAN, Fars News Agency, Associated Press, Reuters, BBC, Al Jazeera, The Washington Post, The New York Times, analisi di NetBlocks, comunicazioni ufficiali dei canali di Reza Pahlavi.
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