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19 Gennaio 2026 - 18:11
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Si è chiusa domenica 18 gennaio la Festa di Sant’Antonio Abate a Ivrea, una delle ricorrenze religiose e popolari più radicate della città, capace ancora una volta di richiamare lungo corso Massimo d’Azeglio centinaia di persone, famiglie, allevatori, appassionati di cavalli e semplici curiosi. Una mattinata fredda ma limpida, di quelle che sembrano fatte apposta per tenere insieme tradizione, devozione e comunità.
Il cuore della manifestazione è stato, come sempre, il rito della benedizione degli animali e dei mezzi, officiato davanti alla chiesa di San Lorenzo, momento che ogni anno segna simbolicamente l’inizio del calendario delle feste popolari eporediesi. Cavalli, carrozze, cani, animali da compagnia e mezzi agricoli hanno sfilato uno dopo l’altro, accompagnati dallo sguardo attento dei proprietari e da quello, più emozionato, dei bambini. Un rito semplice, ma ancora capace di parlare a una città che cambia, senza perdere completamente il filo con le proprie radici.
L’edizione 2026 ha avuto anche un valore simbolico particolare. Per la prima volta nella storia della festa, infatti, il ruolo di priora è stato affidato a una donna, Gemma Garda, affiancata dal priore Roberto Bocca. Un passaggio che non è stato vissuto come una rottura, ma come un’evoluzione naturale di una tradizione che, pur restando fedele a se stessa, sa adattarsi ai tempi. Un segnale importante, accolto con favore da molti, che ha dato alla festa un significato ulteriore, senza snaturarne lo spirito.
Dal punto di vista organizzativo, la manifestazione si è svolta senza particolari criticità. Le limitazioni al traffico previste dall’ordinanza comunale hanno consentito lo svolgimento della sfilata e della benedizione in sicurezza, anche se non sono mancati i consueti malumori da parte di chi, come ogni anno, si è trovato a dover deviare il percorso o rinunciare all’auto per qualche ora. Piccoli disagi, inevitabili, che fanno parte del prezzo da pagare quando una città sceglie di continuare a vivere le proprie tradizioni nello spazio pubblico.
La partecipazione è stata significativa, soprattutto nelle ore centrali della mattinata. Non solo residenti del quartiere, ma anche persone arrivate da altri comuni del Canavese, segno che la Festa di Sant’Antonio continua a esercitare un richiamo che va oltre i confini cittadini. Un richiamo che non è solo religioso, ma anche culturale e identitario, legato a un mondo contadino che oggi sembra lontano, ma che continua a riaffiorare proprio in occasioni come questa.
Accanto al momento religioso, non è mancata la dimensione conviviale. Dopo la messa e la benedizione, la festa è proseguita con i momenti di incontro e condivisione, tra saluti, racconti, fotografie e il tradizionale pranzo comunitario. Occasioni preziose, soprattutto in un tempo in cui la socialità sembra sempre più frammentata e compressa.
La Festa di Sant’Antonio 2026 si chiude così senza clamori, ma con la sensazione di aver fatto il proprio dovere: tenere insieme passato e presente, fede e quotidianità, rito e vita reale. Senza effetti speciali, senza spettacolarizzazioni inutili. Solo una comunità che, per qualche ora, si è riconosciuta in un gesto antico, ripetuto da generazioni.
In un’epoca in cui molte tradizioni rischiano di trasformarsi in eventi da cartolina o di scomparire per mancanza di volontari e partecipazione, Sant’Antonio ad Ivrea dimostra di essere ancora una festa viva. Non perfetta, non immune da contraddizioni, ma autentica. E forse è proprio questa autenticità, discreta e ostinata, il suo valore più grande.
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