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PNRR, sanità e comunicati trionfali: Foti e Riboldi si incontrano, i problemi restano fuori dalla stanza

Strette di mano, comunità di intenti e numeri a pioggia sui fondi PNRR per il Piemonte. Ma mentre ministro e assessore celebrano la “nuova sanità”, tra ospedali in affanno, personale che manca e liste d’attesa infinite la realtà continua a non coincidere con il racconto ufficiale

PNRR, sanità e comunicati trionfali: Foti e Riboldi si incontrano, i problemi restano fuori dalla stanza

PNRR, sanità e comunicati trionfali: Foti e Riboldi si incontrano, i problemi restano fuori dalla stanza

Si incontrano davvero. Si siedono allo stesso tavolo, si stringono la mano, si scambiano sorrisi, complimenti e virgolettati rassicuranti. Tommaso Foti e Federico Riboldi celebrano l’ennesimo vertice sul PNRR come se la sanità piemontese fosse un cantiere modello, una macchina che gira a pieno regime, un sistema finalmente guarito dopo anni di terapia intensiva. Peccato che, fuori dalle sale riunioni ministeriali, la realtà continui a raccontare tutt’altro. Una realtà fatta di code, rinvii, medici irreperibili, pronto soccorso in apnea e cittadini che imparano a memoria il numero del Cup.

Il comunicato ufficiale è un trionfo di parole levigate: comunità di intenti, bontà del lavoro, percorso condiviso, clima di cordialità. Un lessico così accurato da sembrare scritto apposta per non disturbare nessuno. Tranne, ovviamente, chi la sanità la vive ogni giorno sulla propria pelle. Perché mentre le istituzioni si congratulano tra loro, i cittadini piemontesi continuano a fare i conti con liste d’attesa infinite, visite specialistiche fissate a mesi di distanza, pronto soccorso ridotti a luoghi di sosta forzata e reparti che arrancano per mancanza di personale. Ma quelli, si sa, non rientrano nei comunicati ufficiali.

Settecento milioni di euro di fondi PNRR per la sanità vengono snocciolati come se fossero già diventati cure, servizi, assistenza concreta. Come se bastasse pronunciare la cifra per trasformarla automaticamente in un miglioramento reale. Invece, per ora, restano soprattutto numeri. Numeri importanti, certo, ma ancora lontani dal cambiare la quotidianità di chi aspetta una risonanza, una visita cardiologica o un intervento. Perché tra l’annuncio di una nuova sanità pubblica e la sua effettiva realizzazione c’è un abisso fatto di ritardi, cantieri fermi, progetti ancora sulla carta e, soprattutto, personale che non si trova.

La sanità territoriale viene evocata come una panacea universale, come la risposta a tutti i mali di un sistema in affanno. Ma in molte zone del Piemonte resta, ad oggi, una promessa più che una realtà. Una promessa che si ripete da anni, mentre i servizi sul territorio continuano a funzionare a macchia di leopardo e la pressione sugli ospedali non diminuisce.

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Si parla di assistenza domiciliare integrata, di comunità di pratica, di cruscotti di indicatori, di incontri periodici, di sistematizzazioni e progettualità diffuse. Un linguaggio tecnocratico che riempie pagine e slide, ma che non risolve la domanda più semplice e più scomoda: chi va davvero a casa dei pazienti? Chi segue i cronici? Chi risponde quando l’ADI resta solo una sigla su un documento? Le famiglie lo sanno bene: senza personale sufficiente, anche il miglior cruscotto resta un bel grafico appeso al muro, buono per i report ma inutile per chi ha bisogno di assistenza quotidiana.

Poi arriva la telemedicina, evocata come la svolta epocale, la modernità che avanza, la sanità del futuro. Televisite, teleconsulti, teleassistenza, telemonitoraggi di livello 1 e 2. Tutto molto moderno, tutto molto digitale. Peccato che in molte aree interne manchino ancora medici, infermieri e, talvolta, perfino una connessione stabile. La telemedicina non cura se non c’è chi, dall’altra parte dello schermo, può davvero prendersi carico del paziente. E non consola chi, anziano e fragile, continua a dover aspettare mesi per una visita in presenza perché “prima o poi la faremo da remoto”.

Capitolo ospedali. Qui il comunicato assume toni quasi epici: macchinari di ultima generazione, acceleratori lineari, radiologie digitali, strutture moderne, innovative e sostenibili. Tutto giusto, tutto necessario, per carità. Ma anche qui la domanda resta sempre la stessa, ostinatamente senza risposta: chi li fa funzionare? Perché un acceleratore lineare senza oncologi, tecnici e infermieri è solo una costosa scultura tecnologica. E molti ospedali piemontesi oggi faticano persino a garantire i turni ordinari, figuriamoci a valorizzare appieno apparecchiature d’avanguardia.

L’edilizia sanitaria territoriale viene presentata come il grande piano del futuro: 11 nuovi ospedali, 91 case di comunità, 30 ospedali di comunità, 43 centrali operative territoriali. Numeri imponenti, quasi ipnotici, messi in fila per impressionare. Ma mentre si moltiplicano le promesse, i cittadini continuano a spostarsi da una provincia all’altra per ottenere una prestazione, e i sindaci segnalano strutture che aprono senza personale o che rischiano di restare scatole vuote. Edifici nuovi, servizi vecchi, problemi identici.

Le Aggregazioni funzionali territoriali, sbandierate come primato nazionale, dovrebbero garantire una continuità assistenziale più capillare. Nella pratica, però, molti medici di medicina generale sono già allo stremo, oberati da carichi insostenibili, burocrazia crescente e responsabilità sempre maggiori. Lavorare in rete è un’ottima idea, ma senza un reale investimento sulle risorse umane resta l’ennesimo slogan buono per i comunicati.

Alla fine, Federico Riboldi parla di progetto ambizioso e di fiducia nel portarlo a termine. È la classica chiusura da comunicato, quella che suona bene ma non risponde alla domanda cruciale: quando tutto questo si tradurrà in un miglioramento concreto e percepibile per i cittadini? Non nei documenti, non nei piani strategici, non nelle conferenze stampa, ma negli ambulatori, nei reparti, nelle case delle persone fragili.

Per ora, l’unica cosa che funziona davvero senza intoppi è la macchina della comunicazione. Quella sì, è rodata, efficiente, puntualissima. La sanità piemontese, invece, continua ad aspettare. E di cordialità istituzionale, francamente, ne ha già viste abbastanza. Insomma.

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