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Qualcosa di sinistra

Settimo Torinese, solo il fato li vinse. Poi arrivarono le erbacce

Monumenti, lapidi e aree intitolate: la memoria pubblica resiste al tempo, ma non all’incuria ordinaria

Settimo Torinese, solo il fato li vinse. Poi arrivarono le erbacce

Settimo Torinese, solo il fato li vinse. Poi arrivarono le erbacce

Una piccola area in via Matteotti, la cui superficie è pubblica ma il sottosuolo è stato concesso per la realizzazione di autorimesse private a complemento di un intervento residenziale, non ha ancora un assetto definitivo, benché intitolata e, malauguratamente, inaugurata un po’ troppo in anticipo da un altro sindaco e un’altra giunta. Il palo per la segnaletica stradale, che reca il nome della piazzetta, era caduto tra gli sterpi e sommerso dalle erbacce, ora è stato ripristinato, anche se l’intorno continua a essere preda dell’incuria.

Ecco, la malasorte (?) si accanisce contro i piccoli totem innalzati a memento di questa o quella disgrazia: ad esempio, la lapide circondata da tredici alberi di pesco posta nel 2017 (altro sindaco e altra giunta) al parco di Castelverde, in memoria delle tredici studentesse Erasmus decedute, nel 2016, a seguito di un incidente stradale vicino a Tarragona, è un segno disperso in un parco cittadino che emerge però ad ogni taglio dell’erba.

Nel 2024, a ben 75 anni di distanza, Settimo ha inaugurato (altro sindaco, non proprio altra giunta), uno spazio verde con tanto di monumento in ricordo del Grande Torino, la mitica squadra scomparsa nell’incidente aereo di Superga. Ahimè, coloro che solo dal fato furono vinti, debbono soccombere agli assalti delle malerbe e delle legioni di cittadini con cani al seguito: i motivi sono arcinoti, non occorre qui specificare.

municipio

È vissuto nel secolo XIX, protagonista dei moti del 1821, un eroe davvero d’altri tempi, il personaggio a cui l’amministrazione ha voluto dedicare l’area verde nei pressi del Mulino vecchio, fra via Ariosto e via Castiglione. Un’intitolazione – diciamolo – alla quale abbiamo guardato con rinnovata speranza, visto che pure la sindaca, riferendosi al tratto del rio Freidano ancora visibile, lo ha definito «il cuore della nostra città»: un cuore fino a quel momento, alquanto malandato, per il degrado nel quale versava; confidiamo sul fatto che i tigli lì presso siano potati e l’area sia manutenuta con la solerzia che merita l’illustre personaggio a cui è dedicata.

Possiamo dire che l’incuria è la sorte riservata a molti ritagli di suolo pubblico a cui, ostinatamente, si è dato un nome, sperando che la dedica incoraggi il riguardo, mentre basterebbe tosarli un po’ più spesso. I totem innalzati sul cemento, per contro, hanno cartacce e avanzi di bivacchi a farvi da contorno.

La piazza degli Alpini in rifacimento con una qualche pretesa (la bianchissima pieve che fa da quinta alla fontana luminosa, la pavimentazione ricercata, l’entrata rimessa a nuovo del fabbricato a uso dei servizi demografici) trova a contraltare il blocco di pietra, monumento al valore alpino nel suo candido fulgore, collocato lateralmente all’edifico pubblico e, accanto, «a perenne ricordo di tutti i caduti senza croce», una roccia scura e, ai piedi, una pietra tombale con iscrizione che paiono usciti dal romanzo di Bram Stoker. Altro sindaco e altra giunta posero in posizione più discosta; era il 2010.

La morale: le malerbe, le fronde, le cartacce e i rifiuti, spesso, hanno ragione anche degli eroi.

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