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Prima visita neurologica nel 2026: disastro Asl To4

Una novantenne con sospetti TIA e vasculopatia cerebrale in peggioramento dovrà attendere oltre un anno per un primo accesso. Carte ufficiali alla mano, la denuncia di una famiglia contro un sistema che scarica tutto sui parenti

Prima visita neurologica nel 2026: disastro Asl To4

Prima visita neurologica nel 2026: disastro Asl To4

C’è una data che, da sola, racconta meglio di mille slogan lo stato della sanità pubblica piemontese: 6 novembre 2026. È il giorno fissato per una prima visita neurologica. Prima. Non un controllo, non un approfondimento successivo. La prima. Peccato che la richiesta risalga al dicembre 2025 e che, nel frattempo, la paziente abbia 90 anni, una vasculopatia cerebrale in peggioramento ed episodi di perdita di coscienza sospetti TIA. Evidentemente, per il sistema, non è ancora abbastanza urgente. Può attendere. Un anno.

La vicenda emerge da una documentazione impeccabile, completa, formalmente ineccepibile. Non chiacchiere da bar, non sfoghi sui social. Atti ufficiali. Certificati medici, ricette elettroniche, promemoria CUP. Tutto tracciato, tutto verificabile. E tutto drammaticamente limpido.

cup

La signora Rosa Antonia, classe 1935, residente a Settimo Torinese, viene certificata dal medico come lucida e orientata, ma bisognosa di assistenza quotidiana: per le commissioni essenziali, per la corretta assunzione delle terapie. Non si tratta di una richiesta accessoria, ma di un quadro clinico che impone attenzione, continuità, rapidità di intervento. Lo attesta il medico. Lo conferma la prescrizione: episodi di perdita di coscienza, sospetti TIA. Termini che, in qualunque contesto sanitario, dovrebbero attivare percorsi rapidi e prioritari.

E invece no. La risposta del sistema sanitario regionale arriva sotto forma di una comunicazione formale, educata, con il logo della Regione Piemonte ben in evidenza. Tutto è stabilito con meticolosa precisione burocratica: prima visita neurologica, venerdì 6 novembre 2026, ore 10. Fino ad allora, arrangiatevi.

Nel frattempo, il carico ricade interamente sulla famiglia. Sul figlio Luciano, costretto a richiedere un certificato di astensione dal lavoro per assistere la madre, perché l’assistenza “costante” non è una scelta discrezionale, ma una necessità quotidiana. Anche questo è documentato, firmato, datato. Non una valutazione personale, ma un dato oggettivo.

Qui il nodo non è il singolo ambulatorio né il singolo professionista. Il nodo è un sistema che ha reso normale ciò che normale non è. Che considera accettabile fissare una prima visita neurologica a distanza di oltre un anno per una novantenne con patologie cerebrovascolari. Un sistema che, nel frattempo, continua a riempire documenti e convegni di espressioni come “presa in carico”, “medicina territoriale”, “centralità del paziente”.

Perché nella vita reale accade questo: una visita nel 2026 per un problema del 2025, con una patologia che non conosce pause e un’età che non concede rinvii. Accade nel silenzio generale, se non c’è qualcuno disposto a prendere quelle carte e trasformarle in una denuncia pubblica.

Insomma, non siamo davanti soltanto all’ennesima storia di attese interminabili. Siamo di fronte alla rappresentazione spietata di una sanità che scarica sulle famiglie ciò che dovrebbe garantire come diritto fondamentale. E che, di fronte a casi come questo, non dovrebbe nemmeno aprire il dibattito sulle liste d’attesa, ma semplicemente interrogarsi sulla propria responsabilità.

E mentre la macchina burocratica si autoassolve dietro codici, numeri di impegnativa e sigle incomprensibili, la realtà resta lì, ostinata e crudele. Una donna di 90 anni che vive oggi, non nel 2026. Che cade oggi, che perde conoscenza oggi, che corre rischi oggi. Non tra ventidue mesi. Oggi. Ma questo elemento, evidentemente, non rientra nei criteri del CUP.

Perché sulla carta tutto è formalmente corretto. La prestazione è “esentata”, l’importo dovuto è zero euro, l’appuntamento è fissato. Il sistema, dal punto di vista amministrativo, ha fatto il suo. Il problema è che la sanità non dovrebbe funzionare come una raccomandata, ma come un servizio pubblico capace di rispondere all’urgenza, alla fragilità, all’età. Qui, invece, risponde solo al calendario.

La prescrizione è esplicita: prima visita neurologica – primo accesso. Non un controllo periodico, non una situazione stabile da monitorare con calma. Primo accesso, cioè l’avvio di un percorso diagnostico che dovrebbe servire a comprendere, prevenire, intervenire. Ma se l’inizio viene collocato quasi due anni dopo, quel percorso rischia di restare sulla carta.

Nel frattempo la famiglia resta sola. Non in senso figurato: sola davvero. A gestire l’ansia quotidiana, le notti insonni, le cadute, i momenti di smarrimento, il timore costante che “questa volta sia quella definitiva”. A fare da argine a un sistema che non tiene più. Il figlio che rinuncia al lavoro per assistere la madre non compie un gesto eroico: subisce una necessità imposta. È welfare familiare sostitutivo, spacciato per normalità.

Ed è qui che emerge lo scandalo più profondo, quello che non trova spazio nei comunicati ufficiali: una sanità pubblica che regge grazie al sacrificio privato. Grazie a figli, figlie, parenti che si arrangiano, rinunciano, si impoveriscono. Finché riescono. Poi, quando non ce la fanno più, arrivano le emergenze, i ricoveri, i pronto soccorso sovraffollati. E a quel punto ci si stupisce.

Ma non c’è nulla di inatteso. È tutto scritto, nero su bianco, in questi fogli spiegazzati. In queste date che gridano vendetta. In questo appuntamento fissato nel 2026 come se il tempo fosse un dettaglio secondario, come se l’età non contasse, come se una vasculopatia cerebrale potesse essere sospesa.

Questa non è semplice inefficienza. È rassegnazione istituzionalizzata. È l’idea che tanto “prima o poi” si vedrà. Che se va bene si arriva alla visita, se va male pazienza. Un sistema che non accompagna, non previene, non protegge, ma attende. Attende che accada qualcosa di irreversibile.

E allora sì, definirlo scandaloso non è un eccesso. È una constatazione. Perché quando una prima visita neurologica viene fissata a novembre 2026 per una richiesta del dicembre 2025, con un quadro clinico già compromesso, il problema non è la lista d’attesa. Il problema è che qualcuno ha smesso di considerare il tempo come parte integrante della cura.

Insomma, qui non siamo di fronte a un episodio isolato. Siamo davanti a un sistema che ha perso il senso delle priorità. E quando questo accade, non servono nuove riforme, nuovi slogan o nuovi acronimi. Serve solo una cosa: guardare queste carte e avere il coraggio di ammettere che così non è più accettabile.

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