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Ombre su Torino
19 Gennaio 2026 - 10:39
Un ragazzo, una calibro 22, un morto. Fine delle illusioni
Ci sono momenti in cui la realtà sembra smettere di essere tale e, anche se per poco, si trasforma nel parto della fantasia di uno scrittore o di uno sceneggiatore.
Uno di questi ha come protagonista Arturo Rampini, cronista de La Stampa. Nello spettro spazio-temporale in cui siamo immersi, la vicenda ha inizio intorno alle 15 del 10 febbraio 1970.
Il giornalista si trova nel pieno centro di Torino ed è appena entrato da Harvest, un negozio di abbigliamento in via Roma 53. È alla ricerca di un diciottenne che lavora lì ma, imbattutosi nel direttore, scopre che il giovane si è licenziato da un paio di mesi.
Rampini si ferma a chiacchierare con le commesse e apprende diversi dettagli sul vissuto del ragazzo. Le dipendenti raccontano lo prendevano in giro perché sembrava effemminato a causa della sua eleganza sia nel vestire che nel parlare, ma che a lui la cosa non lo infastidiva troppo e che, anzi, riferiva di essere un duro e che gli uomini gli cascavano letteralmente ai piedi. Niente relazioni sentimentali, ma qualcosa che all’epoca era considerato decisamente più scandaloso: candidamente, il giovane si professava protettore di diversi gigolò, cosa comprovata dal fatto che, se lavorando da quelle parti guadagnava 60 mila lire al mese, nelle ultime settimane lo avevano visto ritornare per vantarsi dei propri guadagni mostrati sottoforma di mazzette di banconote da diecimila tenute insieme da un fermaglio di platino.
Poco dopo, un’impiegata appena rientrata dalla pausa informa il reporter che proprio quel giorno, verso mezzogiorno, il giovane era passato a trovarle. Indossava un blazer, una giacca a doppio petto con bottoni metallici e dei mocassini rossi fiammanti.
Rampini lascia la rivendita e, dopo aver girato in centro per circa un’ora, nota quegli stessi capi addosso a un ragazzo fermo con due coetanei davanti al bar Motta di piazza Castello. Lo avvicina e urla il suo nome: il giovane si gira di scatto. È lui.
Il cronista gli spiega che lo stanno cercando tutti e lo invita in redazione. Il presunto magnaccia, in uno stato di apparente assenza — probabilmente sotto l’effetto di stupefacenti — accetta di buon grado.
Varcata la soglia degli uffici del quotidiano, i due si siedono alla scrivania del giornalista. Il colloquio, durante il quale il ragazzo fa diverse rivelazioni, dura una ventina di minuti, finché non entra in scena il dottor Montesano, celebre capo della Squadra Mobile di Torino. Come immortalato da una straordinaria sequenza fotografica, il poliziotto si presenta al diciottenne e questi gli stringe la mano senza sospettare nulla.
Dopo qualche convenevole, Montesano gli chiede a bruciapelo se nasconda un’arma sotto la giacca. Il giovane porta la mano alla cintura, ma il commissario lo blocca, sequestrandogli una calibro 22 e un caricatore con otto proiettili.
A quel punto scattano le manette e il giovane inizia a confessare.
O meglio, narra una storia che, di nuovo, fa avanti e indietro tra realtà e fantasia.

Sipario. Cambio di scena.
30 km ad ovest.
Rosangela Oliva ha 24 anni e la sua famiglia possiede una fabbrica di utensili a Giaveno, in borgata Buffa. Nel 1964 si fidanza con un industriale che si occupa di produzione di juta e, quando lo fa conoscere ai propri genitori, questi ultimi gli chiedono se non avesse mai pensato di cambiare business e di aprire una nuova attività attraverso la quale fornire la materia prima agli Oliva. L’imprenditore accetta, apre una fonderia d’alluminio che impiega una decina d’operai e assume Rosangela come contabile.
La mattina del 10 febbraio 1970, la ragazza arriva in azienda verso le 8 e un dipendente la informa che il titolare non si è presentato. L’uomo, in attesa di sposarla, abita da solo in una casa a due piani che si trova a pochi passi dalla fonderia. Rosangela entra con le proprie chiavi, sale al livello superiore e lo trova in camera da letto. È sotto le coperte rimboccate e sotto il mento, composto, con gli occhi chiusi. Il viso è stato crivellato da 4 pallottole calibro 22 sparate a distanza ravvicinata e che hanno ricoperto di sangue qualsiasi cosa fosse intorno: Giuseppe Giaj Baudissard, 40 anni, è stato assassinato.
Alla ricerca di un movente, le prime indagini descrivono la vittima come un uomo esuberante, sportivo, appassionato di caccia e armi, ma che non è mai stato coinvolto in scandali o suscitato risentimenti. Di sicuro era particolarmente benestante e, quindi, avrebbe potuto certamente attirare un ladro che ha perso poi la testa.
In effetti dall’appartamento risultano mancare 300 mila lire in contanti e una pistola calibro 22 che erano in un cassetto vicino al letto, un anello con brillanti e un Alfa Romeo Giulia verde. L’unico elemento che non quadra è che non vengono trovate tracce di effrazione all’ingresso, mentre in garage è stata esplosa una rivoltellata alla serratura ma a quella di una porta sbagliata: dietro di essa c’è solo un allevamento di fagiani e lepri.
Il primo e fondamentale indizio lo fornisce Elena, la nipote tredicenne di Baudissard. Riferisce che la notte tra il 9 e il 10 febbraio, intorno all’1.30, un amico di famiglia, Sergio Geymonat, aveva chiamato per segnalare che l’auto dello zio si trovasse rovesciata in una scarpata in località Riofreddo. La bimba racconta l’accaduto solo al mattino e quando la polizia interroga Geymonat questi riporta di aver aiutato la persona che c’era alla guida dell’auto a rimettersi in strada (nonostante nei pressi ci fosse un uomo su una 500 che si era fermato a dare una mano) di conoscerlo e di sapere che non era lui il proprietario del mezzo né che lo stesso avesse la patente. È un diciottenne della zona: Giancarlo Sanna.
È lui a essere in ufficio a La Stampa insieme a Rampini e al commissario Montesano. Al suo nome arrivano poiché, ingenuamente, affida la Giulia verde di Baudissard al portiere dell’albergo dove soggiorna, chiedendogli di trovare un elettrauto per ripararla dopo che nella caduta nel burrone si era rotto un faro.
Oltre a questo, arriva la testimonianza di Renzo Artiglia, la persona che si era accostata con la 500. Questi consegna agli inquirenti una pistola calibro 22 che Sanna gli aveva regalato come ricompensa per averlo aiutato. Le perizie stabiliranno che è l’arma dell’omicidio. Infine, nella sua perquisizione, Montesano gli trova addosso l’anello con brillante sparito a Beaudissard, 150 mila lire (la rimanenza delle 300 rubate, di cui 150 erano servite a comprare blazer, giacca a doppio petto e mocassini rossi) e un’altra calibro 22, quella che era nel cassetto dell’assassinato.
Inizialmente, queste sono le sue dichiarazioni: “Che Baudissard sia morto mi lascia indifferente, anzi ci faccio una bella risata. Non siamo in buoni rapporti, quattro anni fa quando ne avevo 14, sono andato a casa sua con altri 3 ragazzi. Gli abbiamo portato via per scherzo la penna stilografica e la patente. Ci ha denunciati e sono stato processato per furto nel 1965 ma ho ricevuto il perdono giudiziale. Due anni fa mi ha rubato la ragazza, solo 15 anni. Potreste dire che avevo motivi per ucciderlo, ma non è così”.
Poi modifica il suo resoconto: “So qualcosa. C'è un mandante, è un francese molto ricco, si chiama Gennari e possiede un'isola nel Mediterraneo. Ha incaricato me e un altro amico di ucciderlo. Siamo stati insieme ieri a Giaveno ma all'ultimo momento ho avuto paura. Ci sono entrati l’altro e Gennari che poi è uscito e mi ha dato la pistola, il premio pattuito, 300 mila lire e l'anello. Mi ha detto di prendere anche l'Alfa nel garage e di far sparire tutto.”
Alla fine cambia idea ancora: “Entrai in casa col Baudissard e una ragazza, una certa Laura, perché avevamo deciso di fare un festino a tre. Mi sono assentalo un momento, quando sono tornato in camera del Giaj, lui era seduto sulla sponda del letto, in pigiama, la ragazza lo guardava. Entrato io, è uscita la ragazza, forse per spogliarsi. Io mi sono chinato per slacciarmi le scarpe, la giacca si è aperta e il Giaj ha visto la pistola che tenevo infilata nella cintola. È andato su tutte le furie, mi ha accusato di volerlo rapinare, ha afferrato la pistola dicendo che non sarei uscito vivo dalla sua casa e ha sparato due colpi nella mia direzione mentre indietreggiavo verso la porta. Laura, urlando, è scappata e io iniziato una breve lotta col Baudissard e alla fine sono riuscito a riprendere la pistola. Il Giaj, allora, aperto il cassetto del comodino, ha estratto una rivoltella e me l'ha puntata. Era in piedi vicino al letto, io gli stavo di fronte a un metro e mezzo. Ho cominciato a sparare all'impazzata, non ricordo quanti colpi. L'ho visto cadere sul letto e sono fuggito”.
Smentita anche la sola esistenza di una donna corrispondente alla “Laura” tirata in mezzo da Sanna, il processo stabilirà che vittima e carnefice sicuramente si conoscevano ma che non rimasero mai coinvolti insieme in festini o che ci fossero degli incontri sessuali tra di loro. Viene concluso che Sanna si prostituisse per 20/25 mila lire alla volta e che i soldi bastavano appena per mantenerlo e per comprare le anfetamine dalle quali è dipendente.
Condannato nel 1971 a 27 anni per omicidio a scopo di rapina, furto e uso di stupefacenti, la sua pena viene ridotta a 22 anni nel 1973.
Probabilmente l’unico dato non scollegato dalla realtà in una vicenda che sembra il parto della fantasia di uno scrittore o di uno sceneggiatore.
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