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Esteri
17 Gennaio 2026 - 08:00
Trump accusa Zelensky di bloccare la pace. Il Cremlino applaude, l’Europa smentisce
"È Zelensky il freno, non Putin”. Con questa frase, pronunciata alla Casa Bianca, Donald Trump ha spostato il baricentro del dibattito diplomatico sulla guerra in Ucraina, attribuendo al Presidente ucraino Volodymyr Zelensky la responsabilità dello stallo nei negoziati. Nel giro di poche ore il Cremlino ha fatto sapere di condividere questa lettura. Kiev ha respinto l’accusa. L’Europa ha reagito sostenendo l’esatto contrario. È il 15 gennaio 2026 e, a quasi quattro anni dall’inizio del conflitto, la linea politica statunitense cambia tono in modo esplicito.
Le parole di Trump arrivano durante un’intervista all’agenzia Reuters, nella quale l’ex Presidente afferma che Vladimir Putin sarebbe “pronto a un accordo”, mentre Zelensky lo sarebbe “meno”. Alla domanda su chi stia bloccando il percorso verso la pace, la risposta è netta: “Zelensky”. Il giorno successivo il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, conferma che Mosca “può essere d’accordo” con questa valutazione. È una convergenza politica che non passa inosservata, perché rompe una linea mantenuta finora da Washington, fondata sull’attribuzione alla Federazione Russa della responsabilità primaria del conflitto.

La reazione ucraina arriva in serata. Zelensky, dopo una telefonata con il Segretario generale della NATO(Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord), Mark Rutte, respinge l’accusa: “L’Ucraina non è mai stata e non sarà mai un ostacolo alla pace”. Il Presidente ucraino collega le dichiarazioni statunitensi alla realtà quotidiana del Paese, ricordando gli attacchi russi contro le infrastrutture energetiche, che continuano a lasciare intere aree senza elettricità per periodi prolungati. La linea di Kiev resta invariata: negoziati possibili solo senza rinunce alla sovranità.
Dietro la posizione ucraina c’è anche un vincolo giuridico preciso. Dal 2022 è in vigore un decreto che vieta negoziati diretti con Putin, adottato dopo l’annessione illegale di territori ucraini. Mosca utilizza quel provvedimento per sostenere che Kiev non voglia trattare. Per l’Ucraina è invece una misura di tutela istituzionale, che condiziona inevitabilmente ogni ipotesi di dialogo formale.
Il Cremlino sfrutta immediatamente l’assist politico. Peskov ribadisce che la posizione russa è “ben nota” sia a Washington sia a Kiev. Lo stesso Putin insiste sul fatto che qualsiasi accordo dovrà includere “garanzie di sicurezza universali, uguali e indivisibili”, avvertendo che, in assenza di queste condizioni, la Russia continuerà a perseguire i propri obiettivi. È un linguaggio che accompagna una strategia coerente: mentre si parla di pace, gli attacchi sul terreno proseguono.
Negli ultimi mesi Mosca ha indicato pubblicamente una serie di condizioni: riconoscimento delle acquisizioni territoriali russe, rinuncia dell’Ucraina all’adesione alla NATO, limitazioni strutturali alle forze armate ucraine e nuove garanzie per la lingua russa. Tutte richieste che Kiev ha respinto, definendole incompatibili con qualsiasi accordo sostenibile.
Le capitali europee reagiscono con una linea sostanzialmente comune. Il primo ministro polacco Donald Tusk contesta apertamente la lettura proposta dalla Casa Bianca, ricordando che la Russia ha respinto una proposta negoziale elaborata dagli Stati Uniti, intensificando nel contempo i bombardamenti sulle città ucraine. La NATO, attraverso Rutte, ribadisce che la sicurezza europea è direttamente legata alla sicurezza dell’Ucraina e richiama la necessità di rafforzare il sostegno militare e finanziario, indicando come orizzonte politico un aumento della spesa per la difesa fino al cinque per cento del prodotto interno lordo.
Il messaggio europeo è duplice: nessuna pace che legittimi conquiste territoriali ottenute con la forza e disponibilità a costruire un sistema di garanzie credibile per il periodo successivo al cessate il fuoco. È una linea condivisa anche da Francia, Germania e Regno Unito, impegnati nella definizione di strumenti di supporto pluriennali.
All’interno dell’Ucraina, il margine di manovra politico resta limitato. I sondaggi del Kyiv International Institute of Sociology mostrano che una maggioranza degli ucraini continua a opporsi a concessioni territoriali, mentre una quota significativa prende in considerazione solo l’ipotesi di congelare la linea del fronte senza alcun riconoscimento giuridico delle occupazioni russe. Sono dati che pesano sulle scelte di Zelensky, perché qualsiasi accordo percepito come una resa sarebbe difficilmente ratificabile dal Parlamento.
Quando le autorità ucraine parlano di testi negoziali “definiti al novanta per cento”, chiariscono che il restante dieci per cento riguarda i nodi più delicati: confini, garanzie di sicurezza, controllo del Donbass e meccanismi di verifica internazionale. È lì che si concentra lo stallo reale.
Attribuire a Zelensky la responsabilità del blocco negoziale risponde a una logica precisa. Per Trump, spostare la pressione su Kiev significa rendere politicamente più accettabile una richiesta di flessibilità sui punti più sensibili. È una scelta che rafforza la narrativa russa, crea frizioni con i partner europei più rigidi verso Mosca e complica ulteriormente la posizione interna del Presidente ucraino. Non a caso il Cremlino ha fatto propria questa lettura senza esitazioni.
Secondo diversi governi europei e numerosi centri di analisi occidentali, è invece la Russia a guadagnare tempo, puntando sull’erosione del sostegno occidentale all’Ucraina. La strategia consiste nel respingere proposte considerate sfavorevoli, mantenere alta la pressione militare e attribuire poi a Kiev la responsabilità del mancato accordo.
Al netto delle dichiarazioni, i fatti restano chiari. Trump afferma che Putin è pronto a un accordo e che Zelensky no. Il Cremlino concorda. Zelensky respinge l’accusa e chiede maggiore pressione su Mosca. L’Europa contesta l’idea che l’Ucraina sia il freno. L’opinione pubblica ucraina continua a rifiutare concessioni territoriali.
I veri ostacoli non sono cambiati: la questione territoriale, le garanzie di sicurezza, la sequenza tra cessate il fuoco e allentamento delle sanzioni, e la tenuta politica interna dei diversi attori coinvolti. Senza una risposta credibile a questi nodi, le dichiarazioni rischiano di restare strumenti di pressione più che passi verso una soluzione.
Nel breve periodo, il margine di cambiamento dipende dalla compattezza del fronte transatlantico, dall’andamento delle operazioni militari e dalla capacità di costruire un sistema di garanzie verificabili. Finché gli attacchi contro infrastrutture e aree urbane continueranno, ogni ipotesi di compromesso resterà politicamente fragile.
Fonti
Reuters
Cremlino – Portavoce Dmitry Peskov
Presidenza dell’Ucraina
NATO – Segretariato Generale
Kyiv International Institute of Sociology
Dichiarazioni ufficiali dei governi di Polonia, Francia, Germania, Regno Unito
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