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La capitale mondiale dei milionari è in Italia: perché attira più ricchi di Londra e New York

I numeri della ricchezza, le ragioni dell’attrazione e il conto (salato) presentato alla città

La capitale mondiale dei milionari è in Italia: perché attira più ricchi di Londra e New York

La capitale mondiale dei milionari è in Italia: perché attira più ricchi di Londra e New York

Un ronzio discreto accompagna il via vai di via della Spiga alle otto del mattino. Tra Montenapoleone e Brera, incrociare un grande patrimonio non è più un’eccezione statistica ma una probabilità concreta: a Milano vive un milionario ogni dodici residenti. È il segno più visibile di una trasformazione profonda che ha portato il capoluogo lombardo a diventare una delle capitali globali della ricchezza privata. Secondo l’ultimo rapporto Henley & Partners, in città risiedono 115.000 milionari, 182 centimilionari e 17 miliardari. Numeri che collocano l’area metropolitana all’11° posto mondiale per concentrazione di grandi patrimoni, ma che fanno di Milano un caso unico se letti in rapporto alla popolazione: più densa di New York, Londra e persino Parigi.

Il dato che colpisce non è solo la quantità assoluta, ma la densità pro capite: uno ogni 12 abitanti, contro uno ogni 22 nella Grande Mela e uno ogni 41 a Londra; Parigi si ferma a uno ogni 14. Una fotografia che ribalta le gerarchie europee e obbliga a interrogarsi sui motivi dell’attrazione – finanza, moda, design e un sistema fiscale estremamente competitivo – ma anche sugli effetti collaterali, a partire dalla casa.

Nel ranking globale dei patrimoni investibili, New York resta irraggiungibile con oltre 384.000 milionari, seguita dalla Bay Area, Tokyo e Singapore. Ma la vera sorpresa europea è Milano, che guadagna posizioni nella “Top 50” mondiale e supera città simbolo come Pechino, avvicinandosi a Chicago. Il numero dei centimilionari sotto la Madonnina arriva a 182, mentre i miliardari censiti sono 17. È qui che la città mostra la sua “firma”: una concentrazione di ricchezza mobile che cresce più velocemente della popolazione residente.

Dietro questa ascesa c’è una combinazione precisa. Da un lato, una geografia economica compatta: la Borsa tra Cordusio e Porta Nuova, il Quadrilatero del lusso, il sistema moda-design, i servizi corporate e legali che gravitano su multinazionali e grandi famiglie industriali. Dall’altro, un fattore decisivo introdotto nel 2017: la flat tax per i nuovi residenti, pensata esplicitamente per attrarre grandi patrimoni mobili. Il regime consente a chi trasferisce la residenza fiscale in Italia – dopo almeno nove anni all’estero – di pagare un’imposta fissa sui redditi prodotti fuori dal Paese, indipendentemente dal loro ammontare. Dai 100.000 euro iniziali, la soglia è salita a 200.000 euro nel 2024 e a 300.000 euro dal 1° gennaio 2026, con l’importo per i familiari portato a 50.000 euro.

A rendere l’Italia particolarmente appetibile è anche un elemento meno discusso ma altrettanto rilevante: la bassa tassazione su successioni e donazioni. L’aliquota del 4% per coniuge e figli oltre il milione di euro è nettamente inferiore alla media OCSE, che si aggira intorno al 15%. Un differenziale che pesa nelle scelte di lungo periodo dei grandi patrimoni.

Il contesto internazionale ha fatto il resto. La riforma britannica che dal 6 aprile 2025 supera il regime dei non-dom e limita le esenzioni sui redditi esteri ha spinto molti contribuenti facoltosi a riconsiderare la propria base europea. Milano, in questo scenario, si è fatta trovare pronta.

Gli effetti sono evidenti soprattutto sul mercato immobiliare. Tra 2024 e 2025 il prezzo medio cittadino si è attestato intorno ai 5.000–5.200 euro al metro quadrato, con punte che superano i 10.000–11.000 euro nel centro storico e che nel segmento “prime” arrivano a 20.000–22.000 euro tra Brera e Quadrilatero. Le aree semicentrali più forti – da Porta Romana a Garibaldi-Porta Venezia – viaggiano ormai su 7.000–8.000 euro al metro per il ristrutturato. È una dinamica alimentata da una domanda che non riguarda solo l’acquisto, ma anche un ecosistema di servizi premium, club privati e hospitality di lusso: l’apertura nel 2024 del private members’ club “The Wilde” ne è un indicatore simbolico.

Ma la stessa mappa racconta un’altra storia. La concentrazione di redditi altissimi ha contribuito a comprimere l’accessibilità abitativa per il ceto medio e medio-basso. I canoni in centro superano i 400 euro al metro quadrato annui, mentre la pressione sui prezzi si è estesa anche alle periferie. Sullo sfondo, i numeri dell’emergenza abitativa restano pesanti: circa 60.000 nuclei in lista d’attesa per un alloggio pubblico tra città e hinterland, 20.000 famiglie nel solo Comune. Nel 2024 Milano ha assegnato 818 case popolari su 1.660 disponibili, lasciando vuote molte unità per problemi di manutenzione e procedure lente. Il Piano dei Servizi Abitativi 2025 prevede 2.100 nuove assegnazioni, ma il divario resta ampio.

È su questo punto che si concentra anche il dibattito istituzionale. L’assenza di un vincolo di investimento produttivo legato alla flat tax ha spinto la Corte dei Conti a interrogarsi sull’impatto reale del regime: quanto contribuisce all’economia oltre a sostenere immobili e servizi di fascia alta? Le proposte circolate – dal collegamento a investimenti in BTP, startup o housing sociale – non hanno trovato finora una traduzione normativa stabile.

Nel contesto globale, Milano si muove dentro una traiettoria chiara. Le città che attraggono capitali mobili condividono certezza del diritto, infrastrutture finanziarie e qualità urbana. Negli ultimi quindici anni il capoluogo lombardo ha fatto passi avanti su tutti questi fronti, accelerando grazie alla leva fiscale. Non significa sostituire Londra come hub globale, ma giocare una partita che prima era preclusa.

Resta l’ultima cautela: il “conteggio dei milionari” misura patrimoni finanziari investibili superiori al milione di dollari, escludendo la prima casa. Non fotografa il reddito né la ricchezza immobiliare complessiva e non sempre coincide con i confini amministrativi. Ma il segnale è netto. Milano è diventata un polo europeo dei grandi patrimoni mobili. La sfida politica – nazionale e locale – è trasformare questa attrazione in sviluppo condiviso, evitando che resti confinata ai piani alti del Quadrilatero.

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