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16 Gennaio 2026 - 12:59
Circo Medini, 150 anni di storia e una porta chiusa a Venaria: “Ci negano il diritto di lavorare”
A Venaria Reale il Grande Circo Alex Medini non riesce più nemmeno a ottenere una risposta chiara. Da anni chiede un’area per montare lo chapiteau e portare spettacoli in città, ma dall’amministrazione arrivano sempre le stesse parole: l’area “c’è”, però non è collaudata, non è dichiarata agibile e quindi non si può autorizzare nulla. Un rimpallo tecnico che, secondo la famiglia Medini, sta diventando qualcosa di diverso: un modo per dire “no” senza dirlo davvero.
A raccontarlo, stavolta, è Katiuscia Medini, che mette insieme la frustrazione personale e la sequenza di carte protocollate, trasformandole in uno sfogo che suona come un atto d’accusa: “Non ce la facciamo più, stiamo solo chiedendo di veder riconosciuto il nostro diritto di lavorare". E quel “diritto” — che per un Comune può essere un fascicolo da chiudere con una formula standard — per loro è la differenza tra una stagione che parte e una stagione che muore prima ancora di essere montata.
Il punto è che il Circo Medini non è una realtà qualunque. È una famiglia che, da circa 150 anni, vive di circo “territoriale”: un lavoro d’inverno, per portare lo spettacolo nei centri urbani, e un’attività estiva fatta di eventi motoristici e acrobazie con auto e moto. Un pezzo di tradizione popolare che, nel racconto della famiglia, a Venaria sembra diventato indesiderato. “Faccio parte di una famiglia circense molto conosciuta, è da 150 anni che facciamo circo territoriale. È uno spettacolo che svolgiamo solamente nel periodo invernale”, spiega Katiuscia.
Eppure con Venaria la storia si trascina. “Sono anni che facciamo richiesta per portare lì lo spettacolo”, dice. E qui entra la parte più concreta, quella che nelle lettere si traduce in protocolli e risposte fotocopia: le aree regolamentate per lo spettacolo viaggiante, secondo la famiglia, dovrebbero essere quelle davanti al campo sportivo di Altessano, e in passato si era ragionato anche su un’altra zona, vicino al Teatro Concordia.
Katiuscia ricorda contatti diretti: “Io parlavo con il signor Repetto del Teatro Concordia di Venaria. Davo disponibilità per le loro manifestazioni”. Un modo per dire che il circo non si presenta come “ospite” e basta: cerca interlocuzioni, offre collaborazione, prova ad essere parte della città.
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Lo spettacolo del circo
Il muro, però, arriva puntuale. E non è un muro politico dichiarato: è un muro di timbri e responsabilità. Nelle risposte del Comune il concetto è ripetuto in modo chirurgico: non si può autorizzare perché le aree individuate non risultano “dichiarate agibili” dalla Commissione comunale di vigilanza sui locali di pubblico spettacolo. Nel 2023 la risposta è secca: “non è possibile autorizzare l’installazione del Circo” perché nessuna delle aree individuate “è mai stata dichiarata agibile” e non ci sono tempi tecnici per convocare la Commissione. Nel 2024 stesso copione, stesso tono, stessa conclusione, anche per il “Motor Show”. Nel 2025 ancora: “non è possibile autorizzare”, perché le aree “non è stata dichiarata agibile”. Tre anni, tre “no”, con la stessa motivazione. E qui si innesta la domanda che fa saltare i nervi a Katiuscia: se il Comune dichiara di avere aree dedicate, perché non sono mai davvero utilizzabili? Perché la città può ospitare eventi, ma quando arriva il circo si scopre che non esiste un metro quadro “a norma”? “Negli ultimi anni ci rispondono: dicono che hanno l’area che però non è collaudata”, racconta.
È questo il punto che la famiglia porta davanti al Prefetto, insieme alla Regione. Perché la loro lettera, datata 14 novembre 2025, non è una richiesta generica: è una chiamata in causa delle istituzioni. Nella comunicazione firmata dal titolare Alex Medini, inviata a Comune, Prefettura e Regione, il circo scrive che le risposte negative sono state “costantemente” motivate dall’assenza di aree collaudate e che questa mancanza “di fatto ci impedisce totalmente di svolgere il nostro lavoro sul territorio comunale, con conseguenze economiche e organizzative significative”.
La lettera richiama anche la Legge 337/1968 art. 9, quella che impone ai Comuni di regolamentare e individuare aree per circhi e spettacolo viaggiante. È lì che la famiglia Medini affonda: non sta chiedendo un favore, sta chiedendo che una norma venga applicata. E chiede che l’ente pubblico si assuma una responsabilità precisa. Nella lettera si ricorda che nel settembre 2024 e nel novembre 2025 sono state diffuse circolari che richiamano i Comuni “alla necessità di garantire aree adeguate e conformi alle norme per lo spettacolo viaggiante”.
Ed è qui che la frase cambia peso. Perché i Medini non contestano la sicurezza. Non dicono “lasciateci fare”. Dicono: dateci un’area che sia davvero utilizzabile. Katiuscia lo ribadisce con tono quasi didascalico: “Il nostro circo è diretto ai bambini”. Non cercano scorciatoie: cercano un posto che abbia senso, “facilmente raggiungibile”, adatto a un pubblico familiare.
Eppure, anche quando il circo prova a rientrare nei parametri più gestibili, la risposta resta sospesa. Il 9 novembre 2025 viene chiesto ufficialmente un periodo preciso: dal 5 al 21 dicembre, con capienza massima di 199 posti.
Pochi giorni dopo, l’11 novembre, il Comune risponde comunicando di aver avviato interlocuzioni con i Vigili del Fuoco per verificare “l’idoneità delle aree”, ma aggiunge che “allo stato attuale non è pertanto possibile confermare la disponibilità” nel periodo indicato. Una non-risposta che, per chi deve programmare una stagione e spostare mezzi e personale, equivale a un “no” mascherato.
Intanto la famiglia si sposta altrove. “Non riusciamo a venire a Venaria, ma stiamo scherzando? Andiamo a Settimo, Ciriè, Lanzo”, dice Katiuscia. È la parte più umana, ma anche la più politica: se i Comuni vicini trovano una soluzione e Venaria no, allora il problema non è il circo, ma la volontà di accoglierlo. E qui arriva l’accusa che nessuna carta protocollata scrive, ma che lo sfogo lascia intendere chiaramente: “Non ci vogliono”.
In questa storia c’è un’amministrazione comunale guidata dal sindaco Fabio Giulivi, di area centrodestra, e c’è una famiglia che si sente respinta non come impresa ma come presenza culturale. Perché il circo, in provincia, non è solo uno spettacolo: è memoria popolare, è abitudine collettiva, è un rito d’inverno che porta famiglie e bambini sotto il tendone. E quando quel rito viene escluso per anni, non resta solo la frustrazione economica: resta la sensazione di essere diventati un problema da evitare.
Il circo chiede quindi tre cose semplici e tutte scritte nero su bianco: individuare e mettere a disposizione un’area idonea, fornire un’area alternativa se quella prevista “risulta non collaudata”, e soprattutto chiamare in causa Prefettura e Regione “affinché venga garantito il rispetto delle disposizioni vigenti e la tutela del diritto al lavoro delle attività di spettacolo viaggiante".
Katiuscia chiude con la frase più netta e più disperata. Non è una rivendicazione ideologica. È la voce di chi sta facendo i conti con l’ennesimo inverno che rischia di saltare: “Non ce la facciamo più, stiamo solo chiedendo il diritto di lavoro”.



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