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L’Uomo Gatto tedoforo di Milano-Cortina: “Gli insulti? Li denuncio tutti”

Dalla candidatura popolare agli insulti social: cosa è successo dopo la tappa di Fermo

L’Uomo Gatto tedoforo di Milano-Cortina: “Gli insulti? Li denuncio tutti”

L’Uomo Gatto tedoforo di Milano-Cortina: “Gli insulti? Li denuncio tutti”

La telefonata arriva la sera del 31 dicembre 2025. Non è un augurio di fine anno, ma una convocazione inattesa: «Siete dentro». Dall’altra parte c’è l’organizzazione del Viaggio della Fiamma di Milano Cortina 2026. Pochi giorni dopo, il 4 gennaio, sotto la pioggia e il vento di Fermo, Gabriele Sbattella, noto al grande pubblico come Uomo Gatto, e la moglie Elena percorrono i loro metri con la torcia olimpica. Un momento che dovrebbe restare simbolico e privato. Invece diventa un caso nazionale.

Bastano poche ore dalla pubblicazione delle foto perché sui social esploda la polemica. Insulti, accuse, richieste di esclusione, fino alla contestazione più ricorrente: perché scegliere un personaggio televisivo mentre molti olimpionici sarebbero rimasti fuori? La miccia viene accesa dall’ex fondista Silvio Fauner, oro a Lillehammer 1994, che in un’intervista parla apertamente di «vergogna» per l’assenza di diversi campioni azzurri dalla staffetta, citando proprio Sbattella come esempio.

La reazione dell’Uomo Gatto non tarda. In due video diffusi online respinge le accuse e rivendica la correttezza della procedura: «Mi sono candidato come chiunque altro, ho seguito le regole. Gli insulti? Li denuncerò». Una linea netta, accompagnata dalla ricostruzione dei fatti: candidatura presentata tramite il portale di un partner ufficiale, conferma arrivata il 31 dicembre, partecipazione svolta secondo il programma stabilito.

Un dettaglio spesso omesso nel dibattito chiarisce il contesto. La staffetta di Milano Cortina 2026 prevede circa 10.001 tedofori, più altri 501 per la Paralimpiade. Non solo atleti, ma cittadini comuni, volontari, volti pubblici, selezionati attraverso più canali. Tra questi, le candidature popolari aperte dai partner dei Giochi. Coca-Cola, sponsor storico del movimento olimpico, ha promosso tra aprile e giugno 2025 una call pubblica tramite app: potevano partecipare tutti i nati prima del 5 dicembre 2011, raccontando la propria storia e i valori rappresentati. Le domande venivano preselezionate dal partner e poi validate dalla Fondazione Milano Cortina 2026, con controlli finali di sicurezza. Regole scritte, pubbliche, non derogabili.

Il Viaggio della Fiamma è una macchina imponente: 12 mila chilometri in 63 giorni, attraversando 60 città, 20 regioni e 110 province, fino alla cerimonia di apertura del 6 febbraio 2026 a Milano. Nel percorso sfilano campioni come Deborah Compagnoni, Gregorio Paltrinieri, Filippo Ganna, ma anche persone comuni selezionate per storie di impegno civile e comunitario. La tappa marchigiana del 4 gennaio rientra esattamente in questo schema.

Eppure la polemica non si ferma. Arriva anche nelle istituzioni. Il ministro per lo Sport Andrea Abodi si dice «un po’ spiazzato» e chiede chiarimenti sui criteri adottati, sottolineando come i grandi campioni avrebbero dovuto rappresentare una presenza più visibile. Il vicepremier Matteo Salvini parla di «malinteso da chiarire» e annuncia un confronto con gli organismi coinvolti.

Nel frattempo, Sbattella annuncia l’intenzione di rivolgersi alle autorità contro gli attacchi ricevuti. Una scelta che riporta la discussione su un piano essenziale: la critica alle scelte organizzative è legittima, l’insulto personale no. Due livelli distinti, spesso confusi nel rumore dei social.

Ridurre la vicenda a uno scontro tra “personaggi” e “medagliati” rischia però di mancare il punto. La staffetta olimpica non è una gara di merito sportivo, ma un rito collettivo che, da anni, mescola élite e cittadinanza. È proprio questo equilibrio fragile — tra simbolo, rappresentanza e percezione pubblica — ad aver generato il corto circuito. Sbattella non è un olimpionico, ma rientra nei criteri previsti. Si è candidato, è stato selezionato, ha corso. Il resto è polemica, e dice molto più del nostro rapporto con i simboli che non della legittimità di una procedura.

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