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15 Gennaio 2026 - 09:00
Trump vuole la Groenlandia: minacce, NATO e il rischio di una crisi tra alleati
C’è una luce che pulsa, regolare, nel buio polare. Sono i radar della base di Pituffik – l’ex Thule – in Groenlandia, che sorvegliano lo spazio e l’Artico mentre a Washington un messaggio del presidente Donald Trump invade media e diplomazie: “Qualsiasi cosa meno che avere la Groenlandia in mani americane è inaccettabile. La NATO(Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) sarebbe più forte se l’isola fosse nostra”. Nel giro di poche ore, al tavolo con Copenaghen e Nuuk, la distanza tra alleati diventa evidente. Per Danimarca e Groenlandia la sovranità non è negoziabile, per la Casa Bianca il calcolo strategico prevale. Il gelo, questa volta, non riguarda solo il clima.
Il 14 gennaio 2026 Trump ha rilanciato pubblicamente l’idea che la Groenlandia non possa restare sotto il controllo di un altro Stato e che la NATO dovrebbe guidarne l’acquisizione, evocando le presenze di Russia e Cina nell’Artico e lasciando intendere, secondo diverse ricostruzioni, che nessuna opzione sarebbe esclusa. Il vertice convocato dal vicepresidente JD Vance con i rappresentanti danesi e groenlandesi si è chiuso senza risultati concreti, registrando una “radicale divergenza” e rimandando tutto a un gruppo di lavoro. La risposta di Copenaghen e Nuuk è stata netta: “La Groenlandia non è in vendita né trasferibile”. In parallelo, varie capitali europee hanno espresso sostegno alla Danimarca, sottolineando che un’eventuale annessione violerebbe il diritto internazionale e metterebbe a rischio l’equilibrio dell’alleanza atlantica.
Non è la prima volta. Nel 2019 Trump aveva già parlato di un possibile acquisto dell’isola, arrivando a cancellare una visita ufficiale dopo che la premier Mette Frederiksen aveva definito “assurda” l’ipotesi. Oggi il contesto è più teso e il linguaggio più duro, ma la questione di fondo resta la stessa: fino a che punto gli interessi strategici degli Stati Uniti possono prevalere sulla sovranità di un territorio abitato e governato da una propria popolazione.
La Groenlandia occupa una posizione centrale nella proiezione strategica americana nell’Artico. A Pituffik, oggi base della United States Space Force (Forza Spaziale degli Stati Uniti), operano i radar del 12th Space Warning Squadron, integrati nei sistemi di allerta missilistica, difesa antimissile e sorveglianza spaziale della rete NORAD(North American Aerospace Defense Command) e della stessa USSF (United States Space Force). È la base del Dipartimento della Difesa più a nord del pianeta, attiva tutto l’anno e dotata di infrastrutture in grado di sostenere missioni in condizioni estreme. La presenza statunitense non è recente: risale al 1951 e si fonda sull’accordo di difesa con la Danimarca, aggiornato nel 2004 con l’Accordo di Igaliku, che ha consolidato l’uso di Thule/Pituffik per i programmi di difesa missilistica.
As Forças Armadas da Suécia estão mostrando prontidão para defender a Groelândia de Trump
— Informações mundiais e militares (@Ricardo_1934) January 14, 2026
Eles estão enviando um contingente militar deles. pic.twitter.com/tKLKCDbe1v
A questa dimensione militare si affiancano due fattori chiave del XXI secolo. Il primo è il progressivo ritiro dei ghiacci artici, che potrebbe rendere stagionalmente più accessibili nuove rotte marittime tra Atlantico e Pacifico, riducendo tempi e costi di trasporto, anche se la navigabilità resta incerta e irregolare. Il secondo riguarda i minerali critici, in particolare le terre rare, fondamentali per la transizione energetica e le tecnologie avanzate.
Proprio sul fronte delle risorse è necessario chiarire un punto spesso semplificato. I giacimenti più noti, come Kvanefjeld vicino a Narsaq, sono ricchi di terre rare ma associati a concentrazioni significative di uranio. Nel 2021 il parlamento groenlandese ha vietato l’estrazione in siti con più di 100 parti per milione di uranio, bloccando il progetto e aprendo un contenzioso da 11,5 miliardi di dollari con la società australiana titolare, oggi Energy Transition Minerals. La vicenda è oggetto di arbitrato e di procedimenti davanti ai tribunali danesi, mostrando come la ricchezza mineraria, in assenza di consenso sociale, possa trasformarsi in un rischio politico e legale.
In questo quadro emerge una distinzione cruciale tra narrativa e realtà. Gli Stati Uniti non hanno bisogno di “possedere” la Groenlandia per tutelare i propri interessi strategici. L’infrastruttura militare esiste già ed è regolata da accordi in vigore, che possono essere ulteriormente sviluppati attraverso intese trilaterali tra Washington, Copenaghen e Nuuk. La base di Pituffik è operativa e la cooperazione è stata aggiornata più volte. Nel 2025 la Danimarca ha anche approvato nuove cornici legislative che ampliano l’accesso statunitense a infrastrutture militari sul proprio territorio, ribadendo però che qualsiasi ipotesi di annessione costituirebbe una rottura. In termini pratici, la necessità strategica non richiede un cambio di bandiera.
Il nodo centrale resta politico. Dal 2009, con l’Atto di Self-Government, la Groenlandia è un territorio autonomo all’interno del Regno di Danimarca. Copenaghen mantiene competenze su difesa e politica estera, mentre Nuukgoverna quasi tutti gli ambiti interni e possiede il diritto, politico e giuridico, di avviare un percorso verso l’indipendenza con il consenso della popolazione, circa 56.700 persone in larga parte inuit. La leadership groenlandese ha ribadito che la difesa dell’isola deve avvenire nel quadro della NATO, non attraverso imposizioni unilaterali.
Questa posizione è coerente con i principi del diritto internazionale. La Carta delle Nazioni Unite vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica degli Stati, mentre la Dichiarazione ONU del 1970 sulle Relazioni Amichevoli afferma l’inammissibilità dell’acquisizione di territori mediante la forza e tutela il diritto dei popoli all’autodeterminazione. È su queste basi che molti partner europei hanno definito inaccettabile qualsiasi scenario di annessione forzata.
Che in passato gli Stati Uniti abbiano tentato di acquistare la Groenlandia, come nel 1946 con l’offerta dell’allora presidente Harry Truman, è un dato storico. Trasporre quella logica nel presente significa però ignorare che oggi esiste una comunità con diritti riconosciuti e un ordinamento internazionale che esclude l’acquisizione di territori contro la volontà di chi li abita. Non a caso, nel 2019 Mette Frederiksen liquidò l’idea come fuori dal tempo. Oggi Nuuk ribadisce lo stesso concetto con maggiore fermezza.
La tensione cresce perché l’Artico è tornato al centro della competizione tra potenze. Le potenziali rotte del Mare del Nord, gli investimenti russi e cinesi, le priorità europee su sicurezza e clima e il rafforzamento della rete di sensori statunitensi dall’Alaska alla Groenlandia rendono l’area sempre più strategica. Il cambiamento climatico amplifica questa rilevanza, ma non elimina la dimensione politica.
Anche il dossier minerario resta intrecciato a questioni ambientali e sociali. In un’economia in cui la pesca rappresenta circa il 90 per cento dell’export e la società è piccola e coesa, progetti percepiti come rischiosi incontrano forti resistenze. Il caso Kvanefjeld lo dimostra, così come le incertezze che circondano altri progetti come Tanbreez. Nell’Artico, la semplificazione raramente porta risultati.
Le dichiarazioni di Trump hanno infine aperto un problema interno alla NATO. Un’alleanza fondata sulla fiducia reciproca fatica a reggere se uno dei suoi membri ipotizza l’acquisizione del territorio di un altro. Al di là delle formule retoriche, il messaggio percepito dagli alleati europei è che la volontà dei groenlandesi possa diventare secondaria rispetto agli interessi di Washington. Anche negli Stati Uniti, diversi sondaggi indicano una maggioranza contraria all’idea di “prendere” la Groenlandia, soprattutto con la forza.
Il paradosso è evidente. Rafforzare la presenza occidentale nell’Artico è possibile senza mettere in discussione la sovranità locale, investendo nelle infrastrutture di Pituffik, sostenendo lo sviluppo economico groenlandese e utilizzando gli strumenti già previsti dagli accordi esistenti, a partire dall’Accordo di Igaliku. La cornice giuridica internazionale resta chiara e vincolante, e numerosi precedenti hanno definito nulli i tentativi di modificare lo status territoriale con atti unilaterali.
Nel frattempo, la prospettiva di indipendenza continua a essere discussa a Nuuk con realismo. L’economia dipende ancora in larga parte dai trasferimenti danesi e dalla pesca, mentre turismo e nuove attività crescono lentamente. C’è consenso sull’autonomia crescente e sul rifiuto di diventare il possesso di qualcun altro.
Dopo il vertice di Washington, il gruppo di lavoro dovrà trovare un equilibrio tra esigenze di sicurezza e rispetto della sovranità danese e groenlandese. Le parole usate contano, perché quando una situazione conforme al diritto viene definita “inaccettabile”, il confronto si sposta sul terreno della pressione politica. In Groenlandia, intanto, i radar continuano a funzionare, i pescherecci escono dai fiordi e la popolazione rivendica il diritto di decidere del proprio futuro. Il resto dipenderà dalla capacità degli Stati di contenere le ambizioni entro i confini della legge e del buon senso strategico.
Fonti: Casa Bianca, Governo della Danimarca, Governo della Groenlandia, NATO, United States Space Force, Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, Nazioni Unite, Parlamento della Groenlandia, Energy Transition Minerals, Accordo di Igaliku (2004).
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