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15 Gennaio 2026 - 08:00
Trump fa il dito medio in fabbrica: al Rouge di Ford esplode il caso Epstein, tra lavoro, insulti e potere
Una visita costruita per parlare di manifattura e occupazione si trasforma in un caso nazionale. Succede al Ford River Rouge Complex di Dearborn, nell’area metropolitana di Detroit, dove una contestazione verbale di un operaio e la reazione del presidente Donald Trump diventano un simbolo che intreccia libertà di parola, disciplina in fabbrica e il dossier ancora irrisolto delle cosiddette Epstein files.
La catena della Ford F-150 scorre regolare, i robot saldano, il rumore industriale copre quasi tutto. Poi una voce dal basso interrompe la scena: protettore di pedofili. Sulla passerella metallica, Donald Trump si ferma, si volta verso il reparto, risponde con un insulto a bassa voce ma leggibile e conclude con il dito medio rivolto all’operaio. Pochi secondi, ripresi con uno smartphone, pubblicati da TMZ nel pomeriggio del 13 gennaio 2026. Tanto basta perché una tappa di immagine diventi un caso politico.

L’episodio avviene durante il tour presidenziale nello storico impianto Ford, parte di una giornata che prevedeva anche un intervento al Detroit Economic Club. L’obiettivo dichiarato era mostrare attenzione alla manifattura americana e al lavoro industriale in uno swing state decisivo come il Michigan. Il risultato è un corto circuito che rimbalza immediatamente sui media nazionali e internazionali.
Nel video, l’audio è parziale a causa del rumore di fabbrica, ma le parole chiave risultano udibili. Donald Trumpreplica con un f** you* – reso in italiano come “vaffa…” – e con un gesto osceno. La Casa Bianca difende la risposta, definendo l’operaio un “lunatico” in preda a un attacco d’ira e parlando di una reazione “appropriata e inequivocabile”. La clip diventa virale in poche ore.
L’operaio viene identificato da diversi media come T.J. Sabula, 40 anni, addetto di linea e iscritto alla UAW Local 600(United Auto Workers, Sindacato dei lavoratori dell’auto). Ford Motor Company lo sospende in attesa di verifiche interne. La UAW annuncia che tutelerà i suoi diritti procedurali. Nel frattempo, campagne di raccolta fondi online superano rapidamente le centinaia di migliaia di dollari, segnalando una polarizzazione che va oltre i cancelli dello stabilimento.
Secondo ricostruzioni di testate nazionali e locali, T.J. Sabula rivendica il gesto come una presa di parola civica. Intervistato dal Washington Post, dichiara di non avere rimorsi, pur temendo conseguenze occupazionali. L’accusa gridata in reparto fa riferimento alle Epstein files, le carte governative relative al caso Jeffrey Epstein, il finanziere condannato per abusi su minori e trovato morto in carcere nel 2019. Un tema che resta una ferita aperta nel dibattito pubblico statunitense.
Nel 2025, il Dipartimento di Giustizia (Department of Justice, DOJ) avvia la pubblicazione di una prima tranche di documenti. All’inizio del 2026, lo stesso DOJ ammette in una comunicazione ufficiale di aver reso pubblico meno dell’1% del materiale complessivo, citando la necessità di proteggere le vittime attraverso oscuramenti e revisioni. È attivo un portale dedicato, l’Epstein Library, e oltre due milioni di file risultano ancora in diverse fasi di analisi, con il coinvolgimento di centinaia di legali e analisti. In Congresso, il confronto bipartisan sull’Epstein Files Transparency Act resta acceso, con richieste di accelerare e ampliare i rilasci.
È in questo contesto che la frase urlata in fabbrica assume un peso politico. Donald Trump nega qualsiasi coinvolgimento illecito e respinge le accuse, ma le sue passate frequentazioni con Jeffrey Epstein tornano ciclicamente al centro del confronto mediatico. Finché le carte restano parziali, ogni gesto e ogni parola diventano moltiplicatori di sospetto.
Le reazioni istituzionali seguono linee prevedibili ma non prive di contraddizioni. Steven Cheung, direttore della comunicazione della Casa Bianca, parla di una risposta “chiara” a un comportamento inaccettabile. Ford Motor Company, interpellata da TMZ, ribadisce di non tollerare condotte irrispettose in stabilimento e richiama l’esistenza di procedure interne, evitando di entrare nel merito del singolo caso. La UAW sottolinea la necessità di rispettare le regole del luogo di lavoro “da chiunque provengano” le violazioni, ma difende le garanzie disciplinari del lavoratore sospeso.
Durante una visita all'impianto di #Detroit un operaio della #Ford urla a #Trump: "Difensore dei pedofili" e il #Tycoon reagisce mostrando il dito medio.
— Fabrizio Hennig (@FabrizioHennig) January 14, 2026
Lo scambio di insulti ripreso in un video.
Scappa anche un "vaff..." pic.twitter.com/dSJabj9Hry
Il nodo non è solo politico, ma anche giuslavoristico. Fino a che punto un’azienda può sanzionare un dipendente per un’esternazione politica durante una visita istituzionale? Qual è il confine tra disciplina industriale e libertà di espressione? La sospensione di T.J. Sabula rischia di diventare un precedente, osservato con attenzione da sindacati e imprese in una fase in cui la politica entra sempre più spesso in fabbrica, tra visite ufficiali, negoziati su nuove linee produttive e tensioni sociali.
Il luogo conta. Il Rouge Complex non è uno stabilimento qualsiasi: è un simbolo della storia industriale americana, oggi proiettato verso una trasformazione tecnologica che riguarda motori, catene di fornitura e occupazione. Sceglierlo come palcoscenico per rilanciare la narrativa della ripresa manifatturiera significa parlare direttamente a un elettorato decisivo. In questo quadro, un gesto plateale diventa immediatamente lettura politica: per i sostenitori di Donald Trump, una risposta senza filtri; per i critici, un segnale di disprezzo verso i lavoratori e le regole che governano i luoghi di lavoro.
La cornice mediatica amplifica tutto. Da TMZ a Reuters, dal Washington Post a The Guardian, fino alle emittenti locali come FOX 2 Detroit, l’episodio viene raccontato con sfumature diverse ma con tre elementi costanti: l’urlo “protettore di pedofili”, la risposta verbale e il dito medio. Alcune testate precisano che l’audio non è integralmente decifrabile; altre confermano l’autenticità del gesto citando fonti della Casa Bianca. In ogni caso, l’immagine si impone.
Resta un dato di fondo. In un Paese dove la trasparenza sul caso Epstein è ancora incompleta, ogni ritardo istituzionale alimenta sfiducia. In fabbrica, dove vigono regole precise e sensibilità diverse, bastano pochi secondi per trasformare una contestazione individuale in un caso nazionale. La politica dovrà decidere se rispondere con documenti e chiarimenti o continuare a comunicare attraverso frame e clip. Le immagini di Dearborn restano come promemoria: un urlo dal basso, un gesto dall’alto, e una domanda che continua a circolare sul rapporto tra potere, lavoro e responsabilità pubblica.
Fonti: TMZ, Reuters, Washington Post, The Guardian, FOX 2 Detroit, CBS Detroit, PBS, Casa Bianca, Ford Motor Company, UAW (United Auto Workers), Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.
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