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Esteri
15 Gennaio 2026 - 07:00
Donald Trump
Nel quartiere di Holon, alla periferia di Tel Aviv, una folla si stringe attorno a bandiere con il leone e il sole dell’Iran pre-rivoluzionario. Dal megafono parte un coro che attraversa la notte: “Javid Shah”. Molti mostrano la foto del principe in esilio Reza Pahlavi. È mercoledì 14 gennaio 2026. Nelle stesse ore, a Teheran, l’accesso a internet viene interrotto a intermittenza, mentre sui social occidentali rimbalza una frase destinata a pesare sul piano politico e diplomatico: “Help is on the way”. A scriverla è il presidente degli Stati Uniti d’America (USA) Donald Trump, che poche ore prima ha avvertito la leadership iraniana che eventuali esecuzioni dei manifestanti arrestati provocherebbero una reazione americana “molto forte”.
La Missione permanente dell’Iran presso le Nazioni Unite (ONU) risponde accusando Washington di voler costruire “un pretesto per un intervento militare”. Nel frattempo Reza Pahlavi invita apertamente l’esercito iraniano a schierarsi “con il popolo”. La crisi non si gioca solo nelle piazze o nelle carceri, ma in un intreccio di dichiarazioni pubbliche che, in tempo reale, influenzano equilibri regionali e relazioni internazionali.
In un’intervista televisiva, Donald Trump ribadisce che se le autorità iraniane procederanno con le impiccagioni dei manifestanti, la risposta statunitense sarà “very strong”. Alla richiesta di chiarimenti non entra nei dettagli, limitandosi a richiamare azioni militari compiute durante il suo primo mandato. Su Truth Social pubblica poi un messaggio diretto agli iraniani: “Iranian Patriots, keep protesting… HELP IS ON ITS WAY”. Un segnale di deterrenza che viene letto come appoggio politico, ma che non chiarisce quali strumenti concreti siano sul tavolo. Poco dopo, Trump afferma anche che “le uccisioni in Iran stanno finendo”, sostenendo di basarsi su “informazioni affidabili”. Una dichiarazione che resta difficile da verificare a causa del blackout informativo imposto dalle autorità di Teheran.
Le cifre sulla repressione variano sensibilmente. Organizzazioni non governative (ONG) e testate internazionali parlano di oltre 2.500 morti e circa 18.000 arresti dall’inizio delle proteste, il 28 dicembre 2025. Altre fonti, che citano registri ospedalieri, ipotizzano numeri più alti. L’assenza di dati ufficiali e l’oscuramento delle comunicazioni impediscono un bilancio verificabile.

Sul piano diplomatico, la Missione iraniana all’ONU invia una lettera al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unitee al segretario generale António Guterres, definendo le parole di Trump “minacce incendiarie e illegali” e accusando Stati Uniti e Israele di voler alimentare il caos per giustificare un’azione militare. L’ambasciatore Amir Saeid Iravaniavverte che l’Iran risponderà “in modo deciso e proporzionato” a qualsiasi aggressione, attribuendo a Washington la responsabilità di un’eventuale escalation.
Questo confronto avviene in un contesto già teso. Mosca mette in guardia contro “ingerenze esterne sovversive”, mentre diverse capitali occidentali richiamano i propri ambasciatori o invitano i cittadini a lasciare il Paese. L’ambasciata del Regno Unito a Teheran annuncia una chiusura temporanea e compagnie aeree come Lufthansasospendono i voli sopra Iran e Iraq. Segnali che indicano un rapido deterioramento della sicurezza regionale.
Dall’esilio, Reza Pahlavi diffonde un messaggio che mira direttamente alle forze armate: “Siete l’esercito nazionale dell’Iran, non quello della Repubblica islamica. Il vostro dovere è proteggere i vostri compatrioti”. L’appello punta a creare una frattura tra l’esercito regolare e i Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC, Islamic Revolutionary Guard Corps), considerati il pilastro più fedele della leadership religiosa. Al momento, però, non emergono prove di defezioni significative. L’influenza di Pahlavi appare forte tra la diaspora e parte dell’opinione pubblica, ma limitata sul piano operativo interno.
Sul fronte internazionale, i ministri degli Esteri del Gruppo dei Sette (G7), insieme all’Unione europea (UE), esprimono “grave preoccupazione” per la repressione e minacciano nuove “misure restrittive” contro individui ed entità coinvolti. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, conferma che ulteriori sanzioni potrebbero essere proposte rapidamente. Non si tratta di un passaggio inedito: nel 2025 Bruxelles ha già ampliato la lista dei funzionari iraniani colpiti da sanzioni per violazioni dei diritti umani.
Il blackout delle comunicazioni resta uno strumento centrale della strategia di controllo. Attivisti riferiscono dell’uso di terminali Starlink, il sistema satellitare di SpaceX, per aggirare le restrizioni, ma la copertura resta discontinua. Anche i dati sulle vittime vengono usati come strumenti di propaganda contrapposta, imponendo cautela nell’analisi.
Sul piano giudiziario, il capo della magistratura iraniana Gholam-Hossein Mohseni-Ejei sollecita processi rapidi e punizioni severe per i detenuti accusati di moharebeh, “guerra contro Dio”, un reato che può portare alla pena di morte. È su questo terreno che la minaccia statunitense di una “azione molto forte” si intreccia con il funzionamento dei tribunali speciali iraniani.
Le autorità di Teheran insistono nel sostenere di aver ristabilito il controllo. In un’intervista a un’emittente statunitense, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi afferma che “la calma regna” e che il governo mantiene il pieno controllo della situazione. Le testimonianze che riescono a filtrare parlano però ancora di scontri localizzati, arresti e pattugliamenti intensi, mostrando una distanza evidente tra la narrazione ufficiale e quanto documentato dai video degli attivisti.
La leadership iraniana continua a presentare le proteste come il risultato di un complotto orchestrato da Stati Uniti e Israele, una linea retorica consolidata che rafforza l’apparato interno ma rischia di accentuare l’isolamento internazionale, soprattutto ora che G7 e UE mostrano maggiore coordinamento.
L’appello di Reza Pahlavi alle forze armate evidenzia una distinzione reale tra esercito regolare e IRGC, ma al momento non rappresenta un punto di rottura. Gli analisti parlano di pressione morale più che di un fattore capace di modificare rapidamente gli equilibri.
Se le esecuzioni dovessero essere confermate, il costo diplomatico per l’Iran aumenterebbe in modo significativo, con nuove sanzioni e ulteriori restrizioni economiche. Negli Stati Uniti, le parole di Trump funzionano come deterrente, ma lasciano aperti interrogativi sulla reale portata dell’intervento annunciato, che potrebbe spaziare da sanzioni secondarie a opzioni militari limitate, tutte comunque ad alto rischio.
La sicurezza aerea regionale è già sotto pressione, con rotte deviate e voli cancellati. Le domande restano aperte: quanti sono realmente i morti, se e quando avverranno le esecuzioni, quale impatto avrà l’appello di Pahlavi, e fino a dove è disposta a spingersi Washington.
A Teheran, con il calare del buio, le strade tornano a riempirsi a ondate. I video che superano il blackout mostrano manifestanti che cercano segnale con i cellulari. A migliaia di chilometri di distanza, i governi del G7 preparano nuove misure, mentre Donald Trump parla di “very strong action” e Reza Pahlavi insiste che “gli aiuti stanno arrivando”. Tra dichiarazioni e decisioni, lo spazio tra parola e azione resta il punto più instabile della crisi.
Fonti: Truth Social, Nazioni Unite (ONU), Missione permanente dell’Iran presso l’ONU, Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Organizzazioni non governative per i diritti umani, G7, Unione europea, Commissione europea, Lufthansa, Interviste televisive a Donald Trump, Dichiarazioni di Reza Pahlavi, Ministero degli Esteri iraniano, Media internazionali.
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