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14 Gennaio 2026 - 07:00
Iran senza Internet: blackout totale e guerra ai satelliti. Chi sta spegnendo la voce di un Paese?
Un blackout senza precedenti ha quasi azzerato l’accesso a Internet in Iran, spingendo migliaia di cittadini a nascondere piatti e router Starlink. Mentre il regime intensifica il disturbo dei segnali e inasprisce le pene, è in corso una battaglia tecnologica che stabilisce chi può parlare e chi deve restare in silenzio.
Un tetto, una finestra temporale di pochi minuti e un puntino nel cielo. A Teheran, nella notte tra l’8 e il 9 gennaio 2026, un giovane attiva in fretta il suo terminale Starlink. Lo appoggia su un davanzale, lo inclina di qualche grado e attende. Il telefono vibra. Passa un pacchetto dati, poi un altro. È il tempo necessario per inviare un breve messaggio vocale a un’amica all’estero: stiamo bene, per ora. Poi il collegamento cade. Dal giorno prima, giovedì 8 gennaio, la connettività non satellitare in Iran è scesa a meno dell’1 per cento dei livelli normali, secondo NetBlocks, organizzazione che monitora le interruzioni della rete nel mondo. È il blackout digitale più esteso registrato nel Paese in tempi recenti di pace. In risposta, migliaia di persone cercano una via sopra il muro, verso i satelliti, dove il controllo diretto su fibre, dorsali e ripetitori non è possibile. Ma anche lì Teheran ha iniziato a intervenire.
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— Underground USA (@Underground_USA) January 13, 2026
Le misurazioni di NetBlocks, Cloudflare Radar e altri centri di osservazione mostrano che la sera dell’8 gennaio 2026 il traffico Internet in Iran è crollato in pochi minuti. Il Paese è entrato in uno stato di quasi totale isolamento digitale per quanto riguarda le connessioni tradizionali. Poco prima dell’interruzione completa è stato ritirato circa il 98,5 per cento dello spazio di indirizzi IPv6 (Internet Protocol version 6), oggi essenziale per la rete mobile. La quota di traffico IPv6 è precipitata dal 12 all’1,8 per cento. È un segnale tecnico di un blocco coordinato a livello nazionale sull’instradamento dei dati.
Le testimonianze raccolte nelle grandi città – Teheran, Isfahan, Shiraz, Kermanshah – descrivono spegnimenti progressivi: prima le reti mobili, poi le antenne locali, quindi le chiamate e infine quasi tutti i collegamenti internazionali, soprattutto nelle ore delle proteste. I dati indicano però anche un passaggio successivo: l’estensione del conflitto alle connessioni satellitari.
Nel vuoto lasciato dalla rete terrestre, molti iraniani cercano una via d’uscita con Internet via satellite, in particolare con Starlink, il servizio di SpaceX guidato da Elon Musk, che fornisce connettività a bassa latenza tramite una costellazione di satelliti in orbita bassa. Il quotidiano francese Le Monde ha documentato che dall’8 gennaio molte delle poche comunicazioni in uscita dal Paese passano proprio da questi terminali. Secondo la testata, in Iran opererebbero circa 50.000 abbonati Starlink, con dispositivi introdotti clandestinamente negli ultimi anni. Analisti indipendenti ipotizzano numeri anche più alti, ma il dato più prudente resta quello: decine di migliaia di piatti.
La diffusione è avvenuta nonostante i rischi. Nel 2025 il Parlamento iraniano ha approvato una legge che vieta l’uso di servizi Internet satellitari non autorizzati, con riferimento esplicito a Starlink. Il semplice possesso può portare al carcere; l’importazione e la distribuzione su scala più ampia comportano pene fino a dieci anni. In caso di utilizzo considerato spionistico o ostile al sistema, la norma richiama reati che possono arrivare alla pena di morte. Il terminale satellitare è diventato così un oggetto ad altissimo rischio legale.
Dal 2026 il confronto si è spostato su un piano diverso. Secondo esperti di sicurezza e ricercatori, tra cui Amir Rashididel Miaan Group, le perdite di pacchetti dati arrivano mediamente al 30 per cento e fino all’80 per cento in alcune aree. I valori sono compatibili con operazioni di jamming (disturbo intenzionale dei segnali radio) sulle frequenze operative e con interferenze sul GPS (Global Positioning System) necessario all’orientamento dei terminali. Testate e analisti parlano di unità mobili di disturbo concentrate nei centri urbani e nei quartieri più sensibili. Il risultato è una connessione intermittente, disponibile solo a finestre, che costringe gli utenti a spostarsi, spegnere e riaccendere più volte al giorno.
A questo si aggiunge la repressione diretta: controlli sui tetti, perquisizioni, droni alla ricerca delle antenne, sequestri e arresti. Un’infrastruttura pensata per aree isolate diventa, nelle metropoli sotto censura, un segnale facilmente individuabile.
Stabilire il numero reale dei terminali è difficile. Entrano di contrabbando, vengono registrati all’estero, passano di mano. Le Monde parla di circa 50.000 abbonati; altre stime arrivano a 100.000 dispositivi, considerando che un singolo piatto può servire più appartamenti o interi edifici. La soglia delle decine di migliaia resta la più attendibile. Per molte famiglie il costo è proibitivo, ma il valore è nel canale stesso: la possibilità di far uscire video, testimonianze, prove.
Sul piano internazionale, un ruolo centrale è stato giocato dagli Stati Uniti. Nel settembre 2022 il Dipartimento del Tesoro USA ha emesso la General License D-2 dell’OFAC (Office of Foreign Assets Control), che amplia le deroghe alle sanzioni per facilitare l’accesso degli iraniani a servizi, software e hardware legati alla comunicazione, inclusi strumenti anti-censura, VPN (Virtual Private Network) e sistemi di messaggistica. L’obiettivo dichiarato è colpire l’apparato repressivo senza isolare i cittadini. Per l’hardware Starlink, tuttavia, restano zone grigie che attivisti e diaspora hanno cercato di colmare con iniziative informali.
Il blackout arriva mentre il Paese è attraversato da proteste iniziate a dicembre 2025, prima legate alla crisi economica e poi trasformate in contestazioni politiche. Organizzazioni indipendenti parlano di centinaia di vittime e migliaia di arresti. Senza rete, documentare diventa estremamente difficile. All’estero arrivano solo frammenti: clip di pochi secondi, audio interrotti. In questo contesto Starlink non è una rete di massa, ma uno strumento che consente a una minoranza di far emergere ciò che altrimenti resterebbe invisibile.
Il jamming satellitare ha però limiti concreti. Richiede energia, antenne direzionali e coordinamento. È costoso e individuabile se esteso su vaste aree. Per questo, secondo gli esperti, l’Iran adotta blocchi localizzati e temporanei, spesso coincidenti con le manifestazioni. L’effetto principale è l’incertezza: chi usa un terminale attende il momento giusto per inviare, salvare e poi cancellare ogni traccia.
SpaceX ha dimostrato in altri contesti di poter aggiornare rapidamente software e terminali per ridurre interferenze e tentativi di localizzazione. Anche nel caso iraniano, secondo diverse inchieste giornalistiche, sarebbero in corso contromisure. Ma il rischio non è solo tecnico. Ogni terminale acceso in un quartiere sorvegliato può attirare controlli, aggravati da una legislazione sempre più dura. La resilienza tecnologica non elimina il pericolo per chi la utilizza.
La dimensione geopolitica è entrata in gioco fin dalle prime ore del blackout. Washington ha ribadito il proprio sostegno alla libertà di Internet in Iran e ha segnalato l’intenzione di discutere con Elon Musk possibili opzioni per ripristinare la connettività, riconoscendo a Starlink un ruolo critico nei contesti di crisi. Teheran, al contrario, ha intensificato le sue azioni sia sul terreno sia in sede ITU (International Telecommunication Union), l’agenzia delle Nazioni Unite per le telecomunicazioni. È uno scontro asimmetrico: da una parte uno Stato che controlla infrastrutture e forze di sicurezza, dall’altra cittadini che si affidano a tecnologie fuori rete.
Quando si legge che la connettività è scesa all’1 per cento, non si tratta di un semplice interruttore spento. Significa che restano attivi solo flussi minimi, spesso legati a reti governative o a varchi controllati, che non rappresentano l’esperienza quotidiana degli utenti. Il ritiro degli indirizzi IPv6 equivale a rendere invisibile gran parte della rete mobile. La connessione satellitare, inoltre, non è accessibile a tutti: richiede hardware costoso, visibilità del cielo, energia elettrica e comporta rischi legali molto concreti.
In un Paese di 85 milioni di abitanti, anche 50.000 terminali non possono sostituire la rete nazionale. Possono però impedire il silenzio totale. È per questo che il regime ha alzato il livello dello scontro, passando dal filtraggio tradizionale al disturbo diretto del segnale.
Durante la breve guerra con Israele del giugno 2025, l’Iran aveva già sperimentato forme di jamming contro satelliti televisivi. Oggi la novità è l’estensione di queste tecniche alle costellazioni in orbita bassa. L’obiettivo non è solo tecnico, ma psicologico: rendere il collegamento imprevedibile e scoraggiare chi tenta di usarlo.
Per chi racconta l’Iran dall’esterno, il lavoro cambia radicalmente. Con la rete terrestre bloccata e quella satellitare instabile, la verifica delle informazioni si basa su indizi minimi: metadati, suoni, immagini, conferme incrociate. Molto dipende da poche migliaia di utenti che riescono a tenere acceso un terminale anche solo per un minuto, il tempo di inviare un file di pochi secondi. In Iran, oggi, quel singolo ping riuscito è già una notizia.
Fonti
NetBlocks
Cloudflare Radar
Le Monde
Miaan Group
Dipartimento del Tesoro USA – OFAC
ITU (International Telecommunication Union)
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