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14 Gennaio 2026 - 07:59
Corea del Sud, perché i pm chiedono la pena di morte per l’ex presidente Yoon Suk Yeol
La mattina del 3 dicembre 2024, a Seul, alcuni deputati dell’Assemblea nazionale scavalcano cancelli, forzano barricate e superano un cordone delle forze dell’ordine per raggiungere l’aula parlamentare. Devono votare in fretta. Poche ore prima, l’allora presidente Yoon Suk Yeol ha firmato un decreto di legge marziale, la misura più estrema prevista dall’ordinamento sudcoreano. È il primo tentativo, dalla fine delle dittature militari, di sospendere di fatto l’equilibrio costituzionale. Il Parlamento riesce a riunirsi, boccia il decreto e costringe il governo a revocarlo. Ma il danno politico e istituzionale è fatto. Quattordici mesi dopo, quella decisione porta i procuratori speciali a chiedere per Yoon Suk Yeol la pena di morte, accusandolo di essere il promotore di un tentativo di insurrezione.
La richiesta viene formalizzata davanti alla Seoul Central District Court, il Tribunale distrettuale centrale di Seul, al termine del processo per insurrezione. A sostenerla è l’ufficio dello special counsel, il procuratore speciale, guidato da Cho Eun-suk. Secondo l’accusa, Yoon Suk Yeol avrebbe usato la legge marziale per tentare un auto-golpe, con l’obiettivo di prolungare il proprio potere e neutralizzare Parlamento, magistratura e Commissione elettorale nazionale. Per l’ex ministro della Difesa Kim Yong-hyun la procura chiede l’ergastolo. La sentenza di primo grado è attesa tra la prima e la metà di febbraio 2026.
La scelta dei pm è eccezionale ma si muove dentro una cornice giuridica rigida. In Corea del Sud, il reato di “capo di insurrezione” prevede solo tre pene possibili: pena di morte, ergastolo o ergastolo con lavori forzati. Non esistono sanzioni intermedie. Allo stesso tempo, il Paese applica una moratoria di fatto sulle esecuzioni dal 1997, anno dell’ultima pena capitale eseguita. Per questo, molti giuristi ritengono più probabile una condanna all’ergastolo, anche in caso di riconoscimento della responsabilità penale.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, la mattina del 3 dicembre 2024 Yoon Suk Yeol dichiara la legge marziale introducendo misure che prevedono la sospensione di funzioni costituzionali, limitazioni all’attività politica e parlamentare, possibili restrizioni ai media e il dispiegamento di reparti militari nei punti strategici della capitale, compresi i dintorni dell’Assemblea nazionale. Il piano fallisce nel giro di poche ore grazie alla reazione dei deputati e alla pressione dell’opinione pubblica. Per i pm, l’obiettivo era impedire un voto parlamentare considerato ostile e consolidare un controllo extra-costituzionale degli apparati statali. Yoon Suk Yeol ha sempre respinto questa lettura, sostenendo di aver agito legittimamente contro una presunta “minaccia anti-statale” rappresentata dall’opposizione.
Alcune inchieste giornalistiche sudcoreane e internazionali hanno riferito che la pianificazione dell’operazione sarebbe iniziata già nell’autunno 2023, con scenari che includevano la manipolazione della catena di comando militare e l’ipotesi di ridurre al silenzio media e organi elettorali. Sono elementi citati dall’accusa come contesto, ma non ancora pienamente accertati in sede giudiziaria.
La dichiarazione di legge marziale innesca una crisi istituzionale senza precedenti nella storia democratica recente del Paese. Il 14 dicembre 2024 l’Assemblea nazionale vota l’impeachment e sospende Yoon Suk Yeol dalle sue funzioni. Il 31 dicembre 2024 un tribunale approva un mandato di arresto. Dopo giorni di stallo tra la scorta presidenziale e gli investigatori, Yoon viene arrestato a metà gennaio 2025, diventando il primo presidente in carica a finire in custodia. Ad aprile 2025, la Corte costituzionale conferma l’impeachment e lo rimuove definitivamente dall’incarico. Nel luglio 2025 l’ex presidente viene arrestato di nuovo nell’ambito delle indagini speciali.
Parallelamente finiscono sotto processo altri esponenti dell’esecutivo e degli apparati di sicurezza. Oltre a Kim Yong-hyun, viene coinvolto l’ex capo della Polizia nazionale, Cho Ji-ho. Il procedimento principale contro Yoon Suk Yeole altri sette imputati si chiude in primo grado dopo un anno di udienze, culminando con una requisitoria durata 11 ore.
#Corée du sud : peine de mort requise contre l' ex préside #Yoon Suk- yeol pic.twitter.com/P9jnDCjn5j
— evodie kanjinga (@kanj40351) January 13, 2026
Durante quella maratona processuale, l’accusa insiste sulla “natura anti-statale” dell’atto presidenziale e sull’uso improprio di risorse pubbliche che avrebbero dovuto essere impiegate esclusivamente nell’interesse collettivo. La difesa ribatte parlando di azioni preventive per evitare un presunto blocco istituzionale e utilizza paragoni storici che fanno discutere, accostando Yoon Suk Yeol a figure come Galileo Galilei e Giordano Bruno. Un richiamo suggestivo, ma che non incide sul nodo giuridico centrale.
Quel nodo riguarda la proporzionalità della pena. Il dibattito è netto: è legittimo chiedere la pena di morte per un tentativo di insurrezione che non ha causato vittime e che è stato sventato in poche ore? I pm rispondono affermativamente, sostenendo che conta la natura del crimine, non il suo esito. I critici ricordano la moratoria sulle esecuzioni e indicano l’ergastolo come soluzione più coerente con gli standard internazionali. Le organizzazioni per i diritti umani, a partire da Amnesty International, definiscono la richiesta dei pm un passo indietro e richiamano gli obblighi della Corea del Sud come Stato parte del Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR).
Pesano anche i precedenti. Negli anni Novanta, gli ex presidenti Chun Doo-hwan e Roh Tae-woo furono condannati per il loro ruolo nei colpi di Stato militari: il primo alla pena di morte, poi commutata, il secondo all’ergastolo. Entrambi beneficiarono in seguito di riduzioni di pena e della grazia. Un precedente che molti osservatori evocano per capire quali potrebbero essere gli sviluppi del caso Yoon.
L’inchiesta non si limita all’insurrezione. I pm contestano anche abuso d’ufficio, violazioni delle procedure di sicurezza nazionale e ostruzione della giustizia durante il confronto istituzionale del gennaio 2025. In altri filoni si ipotizzano interferenze sul sistema elettorale e l’istigazione a proteste aggressive dopo l’arresto. Yoon Suk Yeol respinge tutte le accuse e ha già annunciato ricorso in caso di condanna.
Sul piano politico, dopo la rimozione di Yoon, il Paese è guidato dal nuovo presidente Lee Jae-myung. Il governo attuale ribadisce la propria fiducia nell’indipendenza della magistratura e prende le distanze da letture vendicative del processo. Nelle piazze, però, la polarizzazione resta forte: settori conservatori difendono l’ex presidente come baluardo contro l’opposizione, mentre i progressisti chiedono una risposta severa contro ogni tentazione autoritaria.
Il caso Yoon Suk Yeol non riguarda solo la Corea del Sud. È una delle principali economie asiatiche e un alleato strategico occidentale nell’area indo-pacifica. Il giorno della legge marziale i mercati hanno reagito con volatilità e la diplomazia ha lavorato in modalità di contenimento. Il messaggio che arriva da questo processo è chiaro: anche il potere presidenziale può essere sottoposto a controllo e giudizio. Resta aperta la questione della pena. La decisione dei giudici dirà se la democrazia sudcoreana sceglierà la linea dell’esemplarità o quella della coerenza con un diritto penale ormai distante dalla pena capitale.
La sentenza di primo grado è attesa per febbraio 2026. Qualunque sarà l’esito, seguirà quasi certamente un appello. In gioco non c’è solo il destino giudiziario di Yoon Suk Yeol, ma il modo in cui una democrazia matura giudica se stessa quando le sue regole vengono messe alla prova dall’interno.
Fonti
Seoul Central District Court
Ufficio dello Special Counsel (Cho Eun-suk)
Assemblea nazionale della Repubblica di Corea
Corte costituzionale della Repubblica di Corea
Amnesty International
Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR)
Stampa sudcoreana e internazionale
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