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Iran, il sistema che arricchisce pochi e affama molti: chi guadagna davvero dal petrolio sotto sanzioni?

Dalle petroliere fantasma alle importazioni di farmaci e cibo, l’inchiesta sul potere economico parallelo che incassa commissioni miliardarie, controlla valuta e scavalca lo Stato

Iran, il sistema che arricchisce pochi e affama molti: chi guadagna davvero dal petrolio sotto sanzioni?

Iran, il sistema che arricchisce pochi e affama molti: chi guadagna davvero dal petrolio sotto sanzioni?

Una notte di fine autunno, al largo di Singapore, due petroliere avanzano senza segnali di tracciamento. I transponder sono spenti, le bandiere cambiate più volte. Le navi si affiancano, il greggio passa da uno scafo all’altro e, con una semplice riscrittura dei documenti, il petrolio iraniano diventa ufficialmente “malese”. Poche ore dopo, un bonifico compare nei registri di una società di comodo a Hong Kong. Da lì, attraverso una sequenza di passaggi tra shell companies, coperture bancarie e circuiti di hawala (sistemi informali di trasferimento di denaro), i proventi iniziano il viaggio di ritorno verso Teheran. Non arrivano mai direttamente. Ogni passaggio trattiene una quota, una percentuale che nel gergo degli addetti viene chiamata “commissione di trasferimento”.

Secondo fonti industriali e documenti giudiziari consultati in diverse inchieste internazionali, nelle operazioni più complesse questa commissione oscilla tra l’8 e il 10 per cento del valore trasferito. In alcuni casi la percentuale compare nero su bianco nei conti interni di grandi conglomerati para-statali finiti sotto indagine. Quella che in origine era una pratica tollerata per aggirare le sanzioni è diventata, nel corso di vent’anni, un sistema strutturato: un’economia parallela che incassa, decide e redistribuisce risorse senza rispondere a controlli parlamentari o a reali meccanismi di trasparenza.

Il petrolio resta la principale fonte di valuta per l’Iran. Negli ultimi due anni i ricavi da esportazione hanno oscillato, secondo stime convergenti di OPEC (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio), EIA (Energy Information Administration degli Stati Uniti) e fonti ufficiali iraniane, tra i 40 e i 50 miliardi di dollari l’anno, nonostante sanzioni e controlli. Attorno a questi flussi si è consolidato un intreccio di fondazioni para-statali, holding legate alla Guida Suprema e strutture economiche dei Pasdaran (IRGC, Islamic Revolutionary Guard Corps – Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), che presidiano non solo l’export energetico ma anche l’importazione di beni essenziali come medicinali, alimenti e mangimi.

iran

Negli ultimi anni il peso diretto dell’IRGC sulle esportazioni petrolifere è cresciuto in modo marcato. Analisti e funzionari occidentali stimano che fino alla metà dei volumi esportati sia oggi gestita direttamente o indirettamente dai Guardiani della Rivoluzione, contro circa un quinto di tre anni fa. Il fulcro operativo è la cosiddetta shadow fleet, una flotta di petroliere che cambia bandiera, spegne i sistemi di identificazione automatica e utilizza trasferimenti nave-a-nave per confondere l’origine del greggio. Intorno a questa flotta opera una rete di broker e società di trading registrate soprattutto negli Emirati Arabi Uniti, a Hong Kong e a Singapore, incaricate di mascherare rotte, carichi e pagamenti.

Il principale sbocco commerciale resta la Cina, che assorbe oltre l’80 per cento del greggio iraniano esportato. A comprare sono spesso le raffinerie indipendenti, le cosiddette “teapots”, attirate da sconti che oscillano mediamente tra gli 8 e i 10 dollari al barile, con punte più elevate nelle fasi di maggiore pressione sanzionatoria. L’aumento del petrolio iraniano stoccato in mare, stimato recentemente tra i 166 e i 170 milioni di barili, conferma sia la capacità dell’Iran di mantenere l’export, sia il ruolo tattico della flotta ombra come magazzino galleggiante in attesa di “ripulire” i carichi prima dello sbarco.

Dietro le navi si muove una rete finanziaria che il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha iniziato a colpire con maggiore frequenza. Le indagini dell’OFAC (Office of Foreign Assets Control) e del FinCEN (Financial Crimes Enforcement Network) descrivono un sistema di “banche ombra” che utilizza case di cambio iraniane, decine di società di comodo all’estero e, in alcuni casi, anche criptovalute per incassare i proventi del petrolio e farli rientrare. Nel solo ultimo biennio, le autorità statunitensi hanno sanzionato reti attive tra Hong Kong, Emirati e Turchia, coinvolgendo mediatori logistici, proprietari di navi e figure definite apertamente come “oligarchi del gas di petrolio liquefatto”.

Questo sistema ha un costo fisso. Sconti ai compratori asiatici, premi di rischio per armatori e assicurazioni, spese per i travasi offshore e, soprattutto, commissioni agli intermediari finanziari erodono il valore di ogni barile. La “commissione di trasferimento” è il pedaggio più visibile. Applicata a flussi che in alcuni anni hanno superato i 50 miliardi di dollari, produce cifre enormi. In ambienti industriali di Teheran circola una stima, non verificabile in modo indipendente, di circa 200 miliardi di dollari accumulati in vent’anni sotto forma di commissioni. È una cifra che va trattata con cautela, ma che restituisce la percezione diffusa del peso sistemico di questa rendita.

I beneficiari non sono solo i mediatori del greggio. Un ruolo centrale è giocato dalle grandi fondazioni para-statali, le bonyad, formalmente enti caritatevoli ma di fatto conglomerati economici con esenzioni fiscali e bilanci opachi. Tra le più rilevanti figurano la Bonyad Mostazafan (Fondazione dei Diseredati), l’Astan Quds Razavi e l’EIKO/Setad(Esecutivo dell’Ordine dell’Imam Khomeini). Secondo stime consolidate, Setad controlla asset per decine di miliardi di dollari. La Bonyad Mostazafan, sanzionata dagli Stati Uniti nel 2020 insieme a molte controllate, è descritta come un impero attivo in energia, edilizia, miniere e logistica. Queste entità rispondono direttamente alla Guida Suprema, non sono sottoposte a revisione parlamentare e possono acquisire beni pubblici tramite privatizzazioni pilotate o compensazioni politiche.

Accanto alle fondazioni opera il braccio economico dei Pasdaran, in particolare il conglomerato Khatam-al Anbiya, attivo in grandi opere, infrastrutture e progetti nel settore oil & gas. Designato da Unione Europea e Stati Uniti oltre dieci anni fa, il gruppo ha ammesso che parte dei ricavi esteri rientra sotto forma di baratto, ulteriore conferma dell’aggiramento sistematico dei canali bancari tradizionali.

Il potere economico parallelo si manifesta anche all’interno del Paese. Nel settore alimentare, la Government Trading Corporation of Iran (GTC) mantiene il monopolio sulle importazioni di grano e gestisce acquisti e stoccaggi con risorse pubbliche. Negli ultimi anni i suoi conti hanno registrato perdite miliardarie e scandali ricorrenti, mentre resta forte il sospetto che l’accesso a dollari sovvenzionati venga utilizzato per arbitraggio sul differenziale tra tassi ufficiali e paralleli. La State Livestock Affairs Logistics (SLAL) svolge un ruolo analogo nel settore dei mangimi, influenzando prezzi e disponibilità lungo l’intera filiera.

Ancora più delicata è la situazione dei medicinali. Sebbene farmaci e dispositivi medici siano formalmente esentati dalle sanzioni, il blocco bancario e l’over-compliance di molti istituti stranieri rendono i pagamenti difficili. Il canale umanitario Swiss Humanitarian Trade Arrangement (SHTA), avviato nel 2020 con il supporto della Svizzera, ha consentito alcune forniture, ma su volumi limitati. In questo contesto, gli importatori collegati a fondazioni o a banche sanzionate, dotati di canali di pagamento privilegiati, continuano a intermediare a condizioni che il mercato interno non può negoziare, alimentando penurie intermittenti e un mercato grigio.

La forza di queste strutture deriva da un’architettura istituzionale che le rende di fatto indipendenti dallo Stato. Le bonyad rispondono alla Guida Suprema, godono di esenzioni fiscali, non sottopongono i bilanci al voto parlamentare e dispongono di risorse proprie. Le sanzioni internazionali, paradossalmente, hanno rafforzato questo modello: restringendo i canali formali, hanno aumentato il valore di chi sa come aggirarli, facendo crescere il premio dell’intermediazione.

Nel complesso, studi indipendenti stimano che sconti e costi di elusione possano erodere fino a un quinto del valore potenziale delle esportazioni petrolifere in un dato anno. Su un arco di due decenni, la rendita dell’intermediazione finanziaria è diventata una leva di potere capace di influenzare il bilancio pubblico, l’economia reale e la proiezione regionale dell’IRGC, dai programmi militari al sostegno a gruppi alleati all’estero.

Per i cittadini iraniani, tutto questo si traduce in un effetto concreto: quando i flussi finanziari si inceppano, le farmacie restano senza medicinali e i prezzi dei beni essenziali salgono. Finché la governance resterà opaca e le fondazioni para-statali continueranno a muoversi fuori dal perimetro della rendicontazione pubblica, la “commissione di trasferimento” resterà un costo presentato come inevitabile e ormai divenuto struttura. In questo sistema, ogni barile difficile da tracciare vale più di uno trasparente, e ogni corsia d’ospedale in attesa di un farmaco diventa, nei fatti, un mercato.

Fonti utilizzate: OPEC, EIA, Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, OFAC, FinCEN, documenti giudiziari statunitensi, analisi di centri di ricerca internazionali su sanzioni e commercio energetico iraniano, fonti ufficiali iraniane.

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