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13 Gennaio 2026 - 19:03
Marine Le Pen
Una porta metallica che si chiude alle spalle, il controllo all’ingresso, il corridoio del Palais de Justice di Parigi. Fuori le telecamere, dentro i faldoni e un calendario serrato. È in questo spazio che, dal 13 gennaio 2026, si apre l’appello destinato a pesare come pochi altri sul futuro politico francese. In gioco non c’è solo la sorte personale di Marine Le Pen, ma la leadership e la strategia del Rassemblement National e, indirettamente, l’assetto della corsa all’Eliseo del 2027. Non è un’udienza ordinaria: è un passaggio giudiziario che incrocia diritto penale, finanza pubblica europea e dinamiche di potere. Il calendario prevede udienze fino all’11 o 12 febbraio 2026, con una decisione attesa per l’estate. Una tempistica che, comunque vada, riduce al minimo i margini di manovra politica.
Il procedimento riguarda il caso degli assistenti parlamentari del partito, quando si chiamava Front National, oggi Rassemblement National. Secondo l’accusa, tra il 2004 e il 2016 una parte degli stipendi versati dal Parlamento europeo a collaboratori degli eurodeputati sarebbe stata utilizzata per attività di partito svolte in Francia, e non per il lavoro parlamentare a Bruxelles o Strasburgo. In primo grado, il tribunale di Parigi ha ritenuto Marine Le Penresponsabile di détournement de fonds publics, ossia distrazione di fondi pubblici.
— Marine Le Pen comparaît en appel dans l’affaire des assistants parlementaires européens. Condamnée en première instance à quatre ans de prison dont deux ferme et cinq ans d’inéligibilité, elle joue son avenir politique et sa candidature à la… pic.twitter.com/6iJBaTQPdt
— Mohammed Afiri (@Afiri1789) January 13, 2026
La sentenza del 31 marzo 2025 ha condannato Le Pen a quattro anni di reclusione, di cui due da scontare con braccialetto elettronico, a 100.000 euro di multa e a cinque anni di ineleggibilità con esecuzione provvisoria, quindi immediatamente applicabile nonostante l’appello. Al Rassemblement National è stata inflitta una sanzione di due milioni di euro, in parte sospesa secondo le ricostruzioni di stampa. È soprattutto l’ineleggibilità immediata ad aver trasformato una sentenza di primo grado in un evento politico dirompente.
Il nodo centrale dell’appello è proprio questo: l’exécution provisoire della pena accessoria. In termini giuridici significa che la privazione dei diritti politici produce effetti subito, senza attendere la conclusione dei ricorsi. È su questo punto che si concentra l’attenzione di osservatori e analisti, perché da qui dipende la possibilità, concreta o meno, di una candidatura presidenziale nel 2027. La Corte d’appello di Parigi ha accelerato i tempi proprio per evitare un’incertezza prolungata su un diritto politico fondamentale, indicando l’estate 2026 come orizzonte della decisione. Anche una parziale riforma della sentenza arriverebbe, comunque, in una finestra temporale estremamente compressa.
Le cifre del dossier restano oggetto di discussione. In primo grado il danno alle casse del Parlamento europeo è stato quantificato in circa 3,2 milioni di euro, dopo aver considerato rimborsi già effettuati per circa 1,1 milioni. Altre ricostruzioni parlano di un pregiudizio complessivo tra 2,9 e 4,8 milioni di euro, a seconda del perimetro considerato. L’assemblea di Strasburgo si è costituita parte civile e chiede il risarcimento del danno, indicato in “oltre 3 milioni di euro”. Sarà compito della Corte chiarire definitivamente l’entità economica e le responsabilità individuali.
Davanti ai giudici non c’è solo Marine Le Pen. L’appello coinvolge anche figure centrali del movimento: Louis Aliot, oggi sindaco di Perpignan, Julien Odoul, Nicolas Bay e Bruno Gollnisch, oltre al partito come soggetto giuridico. In totale gli imputati sono undici, meno che in primo grado, perché alcuni coimputati hanno rinunciato all’impugnazione. Le pene previste dall’ordinamento francese per reati di questo tipo possono arrivare fino a dieci anni di reclusione e un milione di euro di multa.
Il calendario giudiziario incide direttamente su quello politico. Quando arriverà il verdetto, tra giugno e settembre 2026 secondo le finestre indicate dalla stampa, resteranno pochi mesi per valutare una candidatura presidenziale. È in questo spazio che prende forma il cosiddetto piano alternativo, incarnato da Jordan Bardella, 30 anni, presidente del Rassemblement National e ormai indicato apertamente come possibile candidato. Dopo la condanna di primo grado, alcuni sondaggi hanno registrato un calo della percezione di competitività di Le Pen e un rafforzamento di Bardella, indicato come più “spendibile” da una parte dell’elettorato. Dati da leggere con cautela, ma sufficienti a descrivere uno spostamento interno.
La difesa di Le Pen insiste sulla mancanza di intenzionalità, sulla confusione dei ruoli tra attività politica nazionale e lavoro parlamentare europeo e sull’assenza, all’epoca, di istruzioni chiare sulle mansioni degli assistenti. Viene anche rilanciata l’idea di una giustizia che interferisce con il confronto politico, un argomento che pesa nel dibattito pubblico ma non incide sul giudizio di merito.
Il caso riguarda da vicino anche le istituzioni europee. Per il Parlamento europeo è una prova sulla capacità di tutelare i fondi comuni e di delimitare il confine tra attività parlamentare e militanza di partito. Per il Rassemblement National, già colpito da una pesante sanzione economica, l’impatto è anche organizzativo, in una fase in cui preparare una campagna presidenziale richiede risorse e stabilità.
La variabile Jordan Bardella è ormai strutturale. In caso di conferma dell’ineleggibilità, la sua candidatura diventerebbe la soluzione più probabile. La questione aperta è quanto del consenso costruito da Le Pen sia trasferibile. I primi segnali indicano una possibile continuità, ma la prova definitiva sarebbe il voto.
Questo processo va oltre una singola figura. Interroga il rapporto tra giustizia e politica in Francia, la gestione dei fondi pubblici europei e la capacità di un partito di separare la propria identità da quella della sua leader storica. La decisione d’appello dirà se Marine Le Pen potrà o meno correre nel 2027, ma dirà anche se il progetto del Rassemblement National è in grado di proseguire senza di lei come candidata.
Il fattore decisivo resta il tempo. Una candidatura presidenziale richiede mesi per raccogliere le 500 firme necessarie, costruire alleanze, definire il programma e organizzare una macchina nazionale. Anche per una struttura politica consolidata, ogni settimana persa pesa. L’estate 2026 segnerà quindi uno spartiacque non solo per una carriera politica, ma per l’intero campo della destra francese. La risposta, ora, è affidata ai giudici della Corte d’appello di Parigi.
Fonti:
Tribunal judiciaire de Paris, Cour d’appel de Paris, Parlement européen, Agence France-Presse, Le Monde, Le Figaro, Reuters, Associated Press, Politico Europe, El País.
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