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Affidati i lavori sulla villa confiscata alla ’ndrangheta a Torrazza Piemonte

Firmata la determinazione che affida i lavori per biblioteca e centro giovani. Dopo anni di attesa, l’immobile entra nella fase operativa. Era di proprietà di Rocco Schirripa, accusato dell'omicidio di Bruno Caccia

Il cortile della villa confiscata di Rocco Schirripa

Il cortile della villa confiscata di Rocco Schirripa

L’assegnazione dei lavori per la ristrutturazione del bene confiscato di via Gramsci 21 a Torrazza Piemonte è finalmente un fatto. Dopo anni di discussioni, mozioni, promesse e rinvii, il Comune ha firmato l’atto che affida il cantiere e impegna le risorse.

Non è una svolta simbolica, né una dichiarazione d’intenti: è una determinazione tecnica, asciutta, che mette nero su bianco un passaggio che fino a ieri mancava. Il bene confiscato alla ’ndrangheta entra, almeno sulla carta, nella fase operativa della sua trasformazione in biblioteca e centro giovani.

La determinazione è la numero 154 del 30 dicembre 2025. Con questo atto il Comune prende atto dell’aggiudicazione definitiva della gara e affida i lavori alla ditta EDIL C.R.E. di Marzano Fabio, con sede a Grugliasco.

L’importo dei lavori è di 176.488,16 euro oltre IVA, comprensivi di 3.160,08 euro di oneri per la sicurezza, non soggetti a ribasso.

La gara è stata gestita dalla Centrale Unica di Committenza della Città Metropolitana di Torino e si è chiusa con un ribasso del 18,318 per cento sull’importo a base d’asta. Tradotto: il progetto costa meno di quanto previsto, e questo consente di ridurre il quadro economico complessivo da 280.000 euro a 237.242,41 euro.

È da qui che bisogna partire, non dalle intenzioni.

Perché questa assegnazione arriva dopo una lunga sequenza di atti che hanno scandito, spesso con lentezza, il destino della villa confiscata di via Gramsci. Un bene sottratto alla criminalità organizzata da anni, rimasto a lungo vuoto, al centro di polemiche politiche e interrogativi legittimi. Un luogo che, per molto tempo, è stato più un problema da gestire che una risorsa da restituire alla comunità. Oggi il Comune, amministrato dal sindaco Massimo Rozzino, dice di aver chiuso la fase delle carte e di essere pronto ad aprire quella dei lavori.

Il progetto è quello già noto: manutenzione straordinaria e ristrutturazione edilizia leggera per realizzare una biblioteca e un centro giovani. Nessun cambio di destinazione, nessuna virata dell’ultimo minuto. L’indirizzo politico era stato fissato già nel 2023, confermato nel tempo, difeso anche quando dalla minoranza arrivavano proposte alternative, come l’utilizzo temporaneo dell’immobile per scopi scolastici. La Giunta ha tenuto la linea, e ora l’apparato tecnico la traduce in affidamento e impegni di spesa.

Dentro questo atto c’è tutta la macchina amministrativa che spesso resta invisibile nel dibattito pubblico. C’è il lavoro del Responsabile unico del progetto, ci sono le verifiche sul progetto esecutivo, la validazione tecnica, l’adeguamento al prezzario 2025, il passaggio in Centrale di Committenza, la verifica dei requisiti dell’impresa vincitrice. È la parte meno raccontata, ma è quella che fa la differenza tra un annuncio e un cantiere che può partire davvero.

Ed è qui che la politica locale deve fermarsi a riflettere. Perché l’assegnazione dei lavori chiude una fase, ma apre una responsabilità nuova. Finora il racconto è stato quello dei “ritardi ereditati”, delle procedure complesse, dei vincoli normativi. Ora non ci sono più alibi. I fondi sono impegnati, i capitoli di bilancio sono coperti, il contratto può essere perfezionato. Da questo momento in avanti, ogni mese che passa senza lavori visibili non sarà più giustificabile con le carte mancanti.

Il giorno della confisca della villa

Il bene confiscato di via Gramsci non è un edificio qualsiasi. È un simbolo, ma non nel senso retorico che spesso accompagna queste operazioni. È un test concreto sulla capacità delle istituzioni di trasformare una confisca in un servizio, un luogo sottratto alla criminalità in uno spazio realmente utile. Non basta intitolarlo, non basta annunciare progetti: serve aprirlo, farlo vivere, renderlo accessibile. Ed è su questo che l’amministrazione torrazzese verrà giudicata.

Per anni la villa confiscata è stata evocata nei consigli comunali come esempio di ciò che “prima o poi” sarebbe diventato. Oggi quel “poi” ha finalmente una data amministrativa e un nome scritto in chiaro. È un passaggio che va registrato senza enfasi, ma anche senza minimizzarlo. Perché, in un Comune piccolo come Torrazza Piemonte, l’apertura di un cantiere su un bene confiscato non è routine. È una scelta che parla di legalità praticata, non proclamata.

Resta l’ultima, decisiva verifica: quella del tempo. Il tempo dei lavori, il tempo delle promesse mantenute, il tempo dell’apertura reale alla cittadinanza. Fino a ieri si poteva discutere di atti. Da oggi si dovrà parlare di risultati. E quelli, a differenza delle determinazioni, non si pubblicano sull’albo pretorio: si vedono.

La villa di via Gramsci 21 non era un immobile qualunque: era di proprietà di Rocco Schirripa, esponente della ’ndrangheta, condannato all’ergastolo per l’omicidio del procuratore Bruno Caccia.

Rocco Schirripa

Rocco Schirripa non è un nome marginale nella storia criminale piemontese. Nato a Gioiosa Ionica, in provincia di Reggio Calabria, si trasferisce negli anni Settanta nell’area torinese, dove conduce una vita apparentemente ordinaria. Ufficialmente panettiere, Schirripa costruisce nel tempo una rete di relazioni che le indagini ricondurranno alla presenza strutturata della ’ndrangheta in Piemonte. Non un fenomeno improvvisato, ma un radicamento silenzioso, fatto di affari, coperture e controllo del territorio lontano dai luoghi comuni sulle mafie “di confine”.

Negli anni Novanta Schirripa viene coinvolto in inchieste per traffico internazionale di stupefacenti e sconta periodi di detenzione. Il suo nome riemerge con forza nel filone investigativo che porterà all’operazione Minotauro, la grande indagine che fotografa la mappa delle cosche calabresi al Nord e il loro intreccio con economia e politica locale. Ma è sull’omicidio del procuratore Bruno Caccia, ucciso a Torino il 26 giugno 1983, che il suo profilo criminale assume un peso storico. Dopo decenni di silenzi e depistaggi, Schirripa viene arrestato nel 2015 e riconosciuto come uno degli esecutori materiali dell’agguato. Nel 2017 arriva la condanna all’ergastolo, confermata nei successivi gradi di giudizio.

La confisca della villa di Torrazza Piemonte rientra in questo quadro. Un bene sottratto a chi ha fatto parte di una stagione criminale che ha colpito al cuore lo Stato, eliminando un magistrato simbolo della lotta alle mafie. Ricordarlo non è un esercizio di memoria astratta. È il presupposto per capire perché il destino di quell’edificio non possa essere trattato come una pratica edilizia qualunque. Ogni mattone recuperato, ogni spazio restituito alla collettività, porta con sé una responsabilità che va oltre il cantiere. Perché la vera sfida non è solo ristrutturare una villa, ma dimostrare che la legalità, quando arriva, non resta chiusa dietro un cancello.

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