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07 Gennaio 2026 - 11:57
Brigitte Macron
l tribunale di Parigi ha tracciato una linea netta: dieci persone sono state condannate per cyberbullismo contro Brigitte Macron. Non satira, non opinione, non libertà d’espressione. Aggressione. È questo il senso della sentenza che chiude una delle più violente campagne di disinformazione personali mai rivolte alla first lady francese.
«Non si gioca con la genealogia di una persona, né con il suo certificato di nascita», ha detto Brigitte Macron all’uscita dal processo. Una frase secca, che vale più di qualsiasi arringa: l’identità non è un meme, e la menzogna ripetuta non diventa verità solo perché corre veloce sui social.
Gli imputati sono otto uomini e due donne, tra i 41 e i 65 anni, ritenuti responsabili di aver alimentato per anni una macchina dell’odio fatta di insulti, allusioni e teorie complottiste. Le pene vanno dai corsi obbligatori contro l’odio online fino a otto mesi di reclusione con sospensione della pena. Per i giudici, i contenuti diffusi erano «particolarmente degradanti, offensivi e maliziosi». Tradotto: lo spazio digitale non è una zona franca.
Al centro dell’attacco, una falsità martellata fino a diventare virale: l’idea che Brigitte Macron sarebbe nata uomo. Da lì, la deriva. Insinuazioni sulla sua vita privata, accuse infondate di pedofilia legate alla differenza d’età di 24 anni con Emmanuel Macron, video e post condivisi a catena. Centinaia di migliaia di visualizzazioni, un sospetto trasformato in arma politica e personale.

Brigitte Macron non era in aula. A raccontare il prezzo umano di questa persecuzione è stata la figlia, Tiphaine Auzière, testimone chiave del processo. Ha parlato del “deterioramento” della vita quotidiana della madre, di un clima che ha travolto anche lei e i nipoti. «Non potete ignorare le cose orribili che si dicono su di lei», ha detto ai giudici. Dietro la cronaca giudiziaria, una ferita privata che non smette di sanguinare.
Tra i condannati spicca Delphine Jegousse, 51 anni, conosciuta online come Amandine Roy. Nel 2021 aveva pubblicato su YouTube un video di quattro ore, presentato come un’inchiesta, per “smascherare” una presunta identità transessuale della first lady. In aula sono comparsi anche un funzionario eletto, un insegnante, un informatico. Difesa comune: l’ironia. Ma l’ironia, quando diventa sistematica, non assolve. I giudici hanno separato ciò che molti fingono di confondere: critica e denigrazione, libertà e violenza digitale.
«Un certificato di nascita non è cosa da poco», ha ribadito Brigitte Macron. In quella frase c’è il cuore del verdetto: difendere l’identità personale dall’erosione organizzata della menzogna. Nessun bavaglio al dibattito pubblico, ma un principio semplice e spesso dimenticato: la libertà senza responsabilità è abuso.
E il caso non finisce qui. Negli Stati Uniti è aperto un procedimento parallelo contro l’influencer Candace Owens, segno che la battaglia si sposta dove l’eco digitale è più potente. La posta in gioco resta la stessa: stabilire che la reputazione non è sacrificabile sull’altare dei clic, e che la velocità della rete non cancella il diritto alla verità.
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