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06 Dicembre 2025 - 15:33
Quando Antonio Angilletta, 65 anni, ex imprenditore di Ciriè oggi residente a Front Canavese, si è visto recapitare un avviso di accertamento per una Tari del 2022 data per non pagata, ha pensato a uno sbaglio banale. «Ero sicuro di aver pagato tutto», racconta. Invece, quella lettera del Comune ha riaperto un incubo che Angilletta credeva di essersi lasciato alle spalle, dopo una vita trascorsa tra la sua azienda Design Porte, gli anni in via San Maurizio e un passato di contenziosi tributari costati tempo, salute e denaro.
L’accertamento parla chiaro: risultano versati solo 8 euro sui 178 dovuti. Ma perché? Secondo quanto riferito allo sportello del Comune, l’origine sarebbe un errore della macchina postale o dell’operatore: «Mi hanno detto che probabilmente l’ufficio postale ha digitato un codice sbagliato e che il pagamento è stato registrato in modo parziale». Da quel momento in poi, il calvario.
Ad Angilletta viene detto che serve la ricevuta originale del pagamento. E qui inizia la parte più amara. Lo scorso 3 giugno, la sua casa è stata svaligiata: tutto sottosopra, documenti spariti, scatoloni rovesciati. «Non trovavo nulla, era impossibile recuperare la ricevuta dopo quel furto». Così l’uomo riparte da zero.
Si presenta all’ufficio postale di Ciriè. Trova una dipendente gentile che si mette a cercare nelle registrazioni informatiche. Dopo alcuni tentativi, emerge un dato cruciale: il pagamento risulta effettuato il 3 luglio 2022 presso l’ufficio di San Maurizio Canavese. Un’indicazione preziosa, ma non definitiva. Angilletta si reca a San Maurizio, ma la direttrice non c’è. Torna il giorno dopo: «Mi hanno detto che mi avrebbero richiamato, poi finalmente mi hanno dato la ricevuta». Una ricevuta chiara e completa: pagamento regolarmente eseguito il 4 luglio 2022. Caso chiuso? Nemmeno per sogno.
Convinto di aver risolto, Antonio prende la macchina, percorre i chilometri da Front a Ciriè e si presenta all’ufficio tributi. Secondo gli orari sul sito, l’ufficio è aperto. «Mi hanno fatto entrare, poi mi hanno detto che quella ricevuta non era sufficiente. Serviva l’estratto conto». Una pretesa che, agli occhi del cittadino, suona paradossale: se la ricevuta postale certifica il pagamento, perché il Comune non la ritiene valida?
«Se ti porto la prova che ho pagato, perché mi chiedi altro?», sbotta Angilletta, che intanto vede scorrere il conto alla rovescia dei 60 giorni entro i quali deve pagare per evitare che la pratica finisca all’Agenzia delle Entrate-Riscossione.
Dietro al malumore dell’ex imprenditore c’è però una vecchia ferita. «Qualche anno fa il Comune mi ha chiesto 45 mila euro di arretrati», racconta. Una richiesta basata — sostiene — su una presunta errata dichiarazione della superficie della sua azienda, che lui ha sempre contestato. Per far valere le sue ragioni ha dovuto pagare 30 mila euro di avvocati. Alla fine ha avuto ragione, e il contenzioso è stato chiuso con una cifra minima. «Ma ho pagato io, e caro, per un errore che non avevo commesso». La sensazione, anche oggi, è di essere di nuovo finito sotto una macchina amministrativa che non lascia scampo.
In questi giorni Angilletta ha chiesto un incontro con il sindaco e con l’assessore al Bilancio Pugliesi. «Mi sono rivolto anche al vicesindaco Fossati. Ho chiesto solo una cosa: che qualcuno guardi questa ricevuta e chiuda la questione». Ma l’ombra della burocrazia resta lunga: per contestare l’accertamento, gli sarebbe stato suggerito un ricorso alla Corte dei Conti. Una strada surreale per un tributo comunale già pagato.

L'assessore Fossati
«Ma quale ricorso? Io non devo ricorrere contro nessuno. Io ho pagato», ribadisce. La paura è una sola: che l’accertamento, se non viene annullato in tempo, si trasformi in un atto esecutivo. «In 60 giorni rischia di passare all’Agenzia delle Entrate. E poi chi li ferma più?».
La storia di Angilletta è, purtroppo, il ritratto fedele di una macchina amministrativa che spesso pretende precisione assoluta dai contribuenti, ma non sempre garantisce la stessa precisione in cambio. Un errore di digitazione può trasformarsi in un presunto debito. Un furto può diventare un problema irreparabile. Una ricevuta validamente rilasciata da Poste Italiane può non valere agli occhi di un ufficio comunale.
«Io non chiedo favori, chiedo giustizia», conclude l’ex imprenditore. «Ho lavorato tutta la vita, ho pagato tutto quello che dovevo, e ora non voglio perdere la serenità per una Tari che risulta pagata. Basta poco per controllare. Basta volerlo».
Una vicenda che invita a riflettere: quando lo Stato chiede, è perentorio. Ma quando è il cittadino a chiedere che venga riconosciuto ciò che ha fatto, la strada si riempie di ostacoli.
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