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29 Novembre 2025 - 18:48
Friedrich Merz
La Germania torna all’attacco sul fronte europeo delle emissioni, rimettendo in discussione uno dei capisaldi della strategia green dell’Unione: lo stop alla vendita di auto nuove con motore termico dal 2035. Un tema che, a Bruxelles, sembrava ormai cristallizzato, ma che il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha riportato con forza al centro del dibattito comunitario.
Nelle ultime ore Merz ha inviato una lunga lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, invitandola a riconsiderare la scadenza del 2035, considerata troppo rigida e potenzialmente devastante per l’industria automobilistica europea, ancora oggi pilastro dell’economia continentale. Nel documento, il cancelliere ribadisce la necessità di un approccio “tecnologicamente neutrale”, formula che in Germania significa soprattutto lasciare aperta la porta ai carburanti sintetici, ai biocarburanti avanzati e, più in generale, a tutte le soluzioni che non impongano un’uscita traumatica dal motore termico.
«Il governo federale è convinto che questo approccio tecnologicamente neutro per i veicoli di nuova immatricolazione – spiega Merz – ci consentirà di raggiungere i nostri obiettivi climatici complessivi. Dobbiamo considerare le emissioni dell’intero parco circolante, sia delle nuove immatricolazioni sia dei veicoli già esistenti. Esiste ancora un potenziale di riduzione delle emissioni nel parco attuale. Le quote di miscelazione dei carburanti sintetici e dei biocarburanti avanzati dovrebbero essere adeguatamente aumentate. Anche i biocarburanti tradizionali devono continuare a svolgere il loro ruolo».
Una posizione che non sorprende: la Germania, patria di colossi come Volkswagen, Bmw e Mercedes, è da tempo in prima linea nel contestare un percorso definito troppo veloce, troppo costoso e troppo rischioso per la tenuta industriale europea rispetto a Cina e Stati Uniti. E proprio questo punto viene implicitamente rafforzato dalle parole di Merz, che chiede all’Ue di non trasformare la transizione ecologica in una corsa contro il tempo capace di mettere in ginocchio migliaia di lavoratori e intere filiere.
Non a caso, il ragionamento del cancelliere trova un alleato importante anche in Stellantis, gruppo che negli ultimi anni ha più volte sollevato dubbi sulla sostenibilità – economica e produttiva – di un passaggio integrale e immediato all’elettrico. «Accogliamo con favore tutte le misure che favoriscono un ritorno rapido e sostenibile alla crescita dell’industria automobilistica europea», ha commentato il responsabile europeo, lasciando intendere come la richiesta tedesca vada nella direzione auspicata da una parte significativa del settore.

Emanuele Cappellano
Mentre a Bruxelles si discutono strategie e scadenze, nelle fabbriche italiane la transizione viene vissuta in modo molto diverso: non come una sfida tecnologica, ma come un’emergenza occupazionale. A Termoli, dove la realizzazione della Gigafactory promessa da Stellantis non è mai realmente partita, si respira aria di esasperazione. In mille sono scesi in piazza per difendere lo stabilimento e il proprio futuro: operai, famiglie, lavoratori dell’indotto, amministratori locali. Presenti anche i sindaci del Basso Molise e il presidente del consiglio regionale Quintino Pallante, a testimoniare quanto il timore di un crollo industriale sia ormai trasversale.
«Sono stati spesi centinaia di milioni di euro ma le auto elettriche circolanti in Italia sono l’1 per cento. Termoli e il Molise rischia di perdere 2.500 posti di lavoro con l’indotto, il più colpito da questa crisi. Noi non li abbandoneremo. Non accetteremo che il Molise diventi un museo industriale», ha tuonato il segretario nazionale della Uilm, Rocco Palombella, denunciando l’apparente scollamento tra le strategie globali delle multinazionali e la realtà dei territori.
Parole dure, alle quali fanno eco le preoccupazioni della Fim-Cisl. «Questa transizione è fallita. Aspettiamo la decisione che verrà presa il 10 dicembre prossimo, dove auspichiamo che l’Ue ne prenda atto. Devono riportare i motori sulle macchine. Bisogna ripartire dai veicoli ibridi non per abbandonare la transizione ma per farla con intelligenza», afferma il coordinatore nazionale automotive Stefano Boschini, rilanciando l’idea – condivisa da più fronti – che una rivoluzione industriale non possa funzionare se non è accompagnata da passaggi intermedi, investimenti certi e tempi compatibili con la realtà produttiva.
Sulla stessa linea anche la Uglm, che vede negli ibridi una possibile ancora di salvezza per lo stabilimento. «Dopo la presentazione della 500 ibrida a Torino ci sarà un po’ di lavoro nel 2026 a Termoli. Ci sono le condizioni per creare un’opportunità per quanto riguarda gli endotermici e i motori ibridi», evidenzia il segretario nazionale Antonio Spera, indicando come alcuni spiragli industriali esistano, ma richiedano scelte politiche chiare e tempi certi.
In sostanza, mentre la Germania chiede un ripensamento della strategia europea sulle emissioni e l’industria vede riaprirsi la partita tecnologica, nelle fabbriche italiane la transizione non è un dibattito accademico: è una questione di sopravvivenza. E lo scontro sul 2035, ormai, non è più solo una questione ambientale, ma il nodo centrale del futuro industriale del continente.
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