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29 Novembre 2025 - 00:30
Siria, la notte del massacro: raid, droni e una moschea colpita
Una porta di metallo divelta, un corridoio reso irrespirabile dalla polvere e il rimbombo secco dei colpi che scivola giù dalle colline del Golan: a Beit Jinn, villaggio a una quarantina di chilometri da Damasco, la notte tra il 27 e il 28 novembre 2025 si spezza alle due in punto. “Sono arrivati con quattro veicoli civili e un carro armato; poi il cielo si è riempito di droni,” racconta un giovane ferito nell’ospedale universitario Al-Mouwasat, mentre i medici tentano di stabilizzarlo. Nel caos, la popolazione si rifugia nella moschea, ma il riparo non basta: la struttura, dicono testimoni oculari, viene centrata durante i bombardamenti. Poche ore dopo, il conteggio è agghiacciante: almeno 13 mortisecondo fonti locali e internazionali, stime che in seguito arrivano fino a 15. Tra le vittime ci sono donne, bambini, e un’intera famiglia — padre, madre e due figli — schiacciata dalle macerie della propria casa.
Secondo ricostruzioni convergenti, reparti dell’esercito israeliano fanno irruzione a Beit Jinn con mezzi non contrassegnati, supportati da carri armati e copertura aerea. La dinamica, confermata da testimonianze raccolte sul terreno, parla di un’operazione che nelle intenzioni voleva essere “di routine”, e che degenera quando alcuni militari cercano di effettuare arresti mirati. È in quel momento, al primo scontro con residenti armati, che entrano in campo droni, elicotteri e artiglieria. L’IDF sostiene di avere colpito “terroristi” e di aver arrestato tre sospetti riconducibili alla Jamaa Islamiyya, senza ammettere vittime civili, e conferma sei soldati feriti, tre dei quali in condizioni critiche.
La Jamaa Islamiyya, formazione islamista con base in Libano e legami storici con Hamas, respinge le accuse di attività operative in Siria. A Beit Jinn, intanto, le ambulanze faticano a raggiungere i feriti: il sorvolo dei droni e l’artiglieria che batte i margini del villaggio trasformano ogni strada in una trappola. Le autorità siriane parlano apertamente di “aggressione” e accusano Israele di “crimine di guerra”.
Sul terreno, il quadro è quello di una città ferita. Case sventrate, cortili crivellati, porte spalancate da perquisizioni casa per casa. I racconti dei residenti, confermati da immagini provenienti dagli ospedali e da dichiarazioni della difesa civile, convergono su un punto: l’uso di fuoco pesante per coprire il ritiro delle unità a terra. Diversi testimoni riferiscono che la moschea dove decine di persone avevano cercato scampo è stata colpita. La lista dei caduti comprende bambini. Nel caso più citato — e riportato da più fonti — la demolizione di una casa provoca la morte di genitori e figli intrappolati nella stanza in cui avevano trovato riparo.
Le cifre oscillano nelle ore successive: da dieci a tredici morti secondo le prime comunicazioni ufficiali, fino a quindici secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR), che conta sette civili tra le vittime e oltre venti feriti. Il Washington Post e Associated Press confermano almeno tredici morti, inclusi minori. L’alto numero di sfollati — “decine di famiglie” — è un indicatore della violenza dei bombardamenti e della rapidità con cui la popolazione fugge verso le valli circostanti.
L’IDF presenta l’operazione come un’azione mirata per neutralizzare cellule della Jamaa Islamiyya impegnate, secondo la versione israeliana, a “preparare attacchi contro civili e soldati israeliani”. A sostegno di questa tesi, Tel Aviv evoca precedenti raid, compresa l’azione del 12 giugno 2025, quando nello stesso villaggio furono arrestati diversi sospetti. Fonti siriane contestano la definizione di “militanti”, insistendo sul fatto che gli arrestati sarebbero “civili” del posto. Già l’episodio di giugno aveva riacceso il contenzioso sulla sovranità siriana; quello di fine novembre alza ulteriormente la posta, per intensità e impatto sulla popolazione.
Il contesto è quello di un sud della Siria destabilizzato dal crollo del governo di Bashar al-Assad nel dicembre 2024 e dall’ascesa a Damasco di un’autorità di transizione guidata da Ahmed al-Sharaa. In quest’area, diventata una striscia grigia di confine, si moltiplicano le incursioni israeliane, spesso condotte dentro o ai margini della zona cuscinetto dell’UNDOF. Tel Aviv rivendica l’obiettivo di creare una “zona di sicurezza” smilitarizzata per impedire il ritorno di Hezbollah e gruppi affiliati a Iran o Hamas. La popolazione locale parla invece di una occupazione silenziosa, di una militarizzazione crescente di aree civili, di un equilibrio che si sposta senza che nessuno lo dichiari apertamente.
Nella notte di Beit Jinn convivono versioni inconciliabili. Secondo i residenti, tutto comincia con perquisizioni casa per casa che degenerano quando alcuni abitanti rifiutano l’ingresso dei militari. Scoppiano sparatorie su più fronti; arrivano aeromobili, droni armati, artiglieria, carri. La moschea diventa un bersaglio tra gli altri. Alcune famiglie restano intrappolate sotto le travi spezzate. La versione israeliana parla di “operazione mirata”, sei soldati feriti, “terroristi neutralizzati” e tre sospetti arrestati. Nessun riferimento a civili. Quella siriana definisce l’azione una violazione su territorio sovrano, un “crimine di guerra” con vittime bambini. Arabia Saudita condanna la “violazione” e invoca un intervento internazionale. Sullo sfondo, media vicini all’asse Teheran–Damasco parlano di tredici militari israeliani feriti e di un veicolo distrutto, poi bombardato dagli stessi israeliani per impedirne la cattura: dettagli non confermati da fonti indipendenti e da trattare con cautela.
Beit Jinn non è un punto qualsiasi sulla mappa. È un villaggio druso-sunnita arroccato tra le pieghe delle montagne che scendono verso il Golan e il Monte Hermon. In tempi ordinari, la sua vicinanza alla linea di disimpegno dell’ONUimporrebbe prudenza; in tempi di frizione, ne fa un corridoio ideale per reparti che cercano manovra rapida, copertura aerea immediata e ritirata garantita dal rilievo. Negli ultimi dodici mesi, tra raid e incursioni, il sud della Siria vede crescere la frequenza delle operazioni israeliane contro depositi, convogli e presunte cellule di Hamas e Jamaa Islamiyya riposizionatesi nell’hinterland di Damasco dopo la guerra di Gaza e l’escalation con Hezbollah. Ogni operazione che lascia a terra vittime civili scava fratture, alimenta reclutamento e irrigidisce fronti politici già fragili.
Restano aperte diverse domande cruciali. L’identità degli arrestati: l’IDF parla di affiliati alla Jamaa Islamiyya, fonti locali li definiscono giovani del villaggio senza alcuna militanza. L’accesso indipendente alle zone di detenzione è impossibile. Le regole d’ingaggio: l’uso combinato di droni, carri e artiglieria in un centro abitato densamente popolato solleva interrogativi sulla proporzionalità della forza impiegata, soprattutto considerando che la moschea colpita era usata come rifugio da civili. E il bilancio finale: tra dieci, tredici e quindici vittime, il dato resta fluido nelle prime ventiquattro ore, con convergenza prudente su almeno tredici morti, inclusi minori.
La condanna della Lega Araba e dei principali paesi del Golfo è prevedibile, ma colpisce la prontezza con cui Riyadhdefinisce l’operazione “una grave violazione della sovranità siriana”, rilanciando l’appello al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. È un messaggio che pesa mentre Israele insiste sulla necessità di una zona smilitarizzata nel sud della Siria, sostenendo di voler proteggere comunità druse e i propri confini. Sul terreno, la notte di Beit Jinn si inserisce in una più ampia “guerra di usura” che Israele porta avanti da mesi tra Libano e Siria, per impedire a Hezbollah e ad altri attori ostili di ricostruire capacità missilistiche e logistiche. Ogni vittima civile alimenta pressioni interne sui governi della regione e crea rischi di rappresaglie asimmetriche.
Dagli ospedali di Damasco e dai villaggi vicini arrivano frammenti di vite strappate. C’è chi rivendica il diritto di “difendere la propria casa” e chi ammette che la reazione armata di alcuni residenti abbia “condannato” l’intero villaggio. Le evacuazioni precipitose — vestiti addosso, documenti in tasca, bambini in braccio — tornano in ogni racconto. “Hanno colpito tutto quello che si muoveva,” dice un parente di un ferito, mentre il dolore per la famiglia sterminata diventa un punto di non ritorno nella memoria collettiva dell’evento.
Sul piano militare, è probabile che operazioni del genere continuino, anche con profilo più discreto ma con la stessa determinazione. Beit Jinn dimostra che, senza canali di de-conflitto efficaci, ogni blitz può degenerare in battaglia urbana con costi umani altissimi. Sul piano politico, la trattativa di sicurezza tra Israele e Damasco è ferma da mesi. L’episodio indebolisce chi cerca un accordo e rafforza chi invoca la linea dura. Le condanne arabe danno copertura diplomatica alla Siria, mentre Israele continuerà a rivendicare la legittima difesa oltre confine. Sul piano umanitario, le “decine di famiglie” in fuga chiedono assistenza, e tra le macerie restano ordigni inesplosi che rendono impossibile immaginare un rientro rapido.

Beit Jinn riguarda tutti. È un campanello d’allarme per una Siria post-2024 dove la ricostruzione resta un miraggio e per un Levante intrappolato in una spirale di incidenti transfrontalieri. La notte del 28 novembre 2025 racconta l’evoluzione di una dottrina militare che combina superiorità aerea e ingaggio a distanza applicati a contesti civili vulnerabili. Quando la forza armata incontra il tessuto sociale di un villaggio, il margine di errore si allarga e il prezzo lo pagano sempre i non combattenti. Nel linguaggio della strategia, Beit Jinn è un “punto caldo” tra confine, alture e la rete stradale che conduce a Quneitra e Daraa. Nel linguaggio delle famiglie, è la notte in cui una moschea diventa bersaglio e una casa smette di essere casa. Finché questa distanza resterà così ampia, ogni “operazione mirata” rischia di trasformarsi in un nuovo massacro.
Le informazioni riportate in questa inchiesta sono state verificate incrociando fonti di diverso orientamento: testate internazionali con corrispondenti sul campo, agenzie indipendenti, osservatori e dichiarazioni ufficiali. Dove le versioni divergono, lo indichiamo. Alcuni dettagli — come il numero esatto delle vittime o l’identità degli arrestati — potrebbero subire aggiornamenti alla luce di nuove verifiche. In uno scenario così fluido e opaco, la prudenza non è un optional: è l’unico modo per restituire una verità che, da Beit Jinn al resto della regione, resta ancora in movimento.
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