Cerca

Attualità

Consiglio comunale, che vergogna: Rivoira zittisce la cittadina e lascia parlare l’assessora a piacere

Sarah Trovato denuncia le falle del sistema contro la violenza sulle donne. Il presidente la interrompe dopo tre minuti, mentre Chiara Gaiola si concede monologhi autocelebrativi. Una serata che umilia il coraggio dei cittadini

Consiglio comunale, che vergogna: Rivoira zittisce la cittadina e lascia parlare l’assessora a piacere

Luca Rivoira

Si alza, respira, guarda il Consiglio comunale e parla con un peso sul cuore. Ma già dopo pochi secondi, più del contenuto è la scena a colpire: una cittadina che tenta di raccontare la realtà della violenza sulle donne e un presidente del Consiglio che le intima di restare nei tre minuti come se stesse dettando legge in un’aula di tribunale.

Ieri sera, a Settimo Torinese, il presidente Luca Rivoira ha scelto di interpretare questo ruolo, pronto a zittire la voce di una donna che chiedeva soltanto ascolto e rispetto. Rigidissimo, inflessibile, nemmeno un secondo in più. Curioso, perché la stessa disciplina non è valsa quando a prendere parola è stata l’assessora Chiara Gaiola, che del limite dei cinque minuti ha fatto un concetto molto elastico, dilatando a piacimento un intervento che poco aveva a che fare con le domande poste e molto con gli elogi al sistema, al servizio sociale, agli operatori, fino a concedersi persino battute sui “volantini a pioggia” sparsi in città.

E mentre il presidente sorvolava su quel surplus di tempo, come se nulla fosse, veniva spontaneo chiedersi quale idea di partecipazione e rispetto animasse davvero quella maggioranza. Perché quando i cittadini trovano il coraggio – enorme – di partecipare al dibattito consiliare, la politica dovrebbe ascoltare, non controllare l’orologio. E invece no: ieri sera è andata in scena l’ennesima lezione rovesciata, quella per cui chi amministra viene prima e chi parla “dal basso” deve farlo di corsa, possibilmente senza disturbare. Inutile sottolineare che questo modo di far politica fa cadere le braccia.

E questo vorrebbe essere il modello di comunità che questi "giovani" immaginano?

Ma ciò che più conta, in mezzo a questo piccolo teatro istituzionale, è la sostanza del messaggio portato da Sarah Trovato, che ha preso la parola senza ruoli, senza bandiere, solo come cittadina, e ha raccontato con una lucidità spiazzante la condizione di tante donne che vivono ciò che nessuno dovrebbe vivere.

«Nel mio percorso di uscita dalla violenza», ha detto, «sono stati proprio alcuni uomini — assistenti sociali, operatori, carabinieri — a mostrarmi più ascolto e rispetto di altre donne».

un momento

Una frase che da sola basterebbe a far crollare più di un luogo comune.

Poi, con una calma dolorosa, è andata oltre: «Non parlo di me. Parlo di chi non è riuscita a salvarsi, di chi non viene ascoltata». In un Paese che si riempie di panchine rosse, cerimonie, comunicati, titoli roboanti sul femminicidio, lei ha ricordato ciò che molti evitano di dire: i simboli non salvano nessuno. Se bastassero, non vivremmo in un’Italia dove troppe donne continuano ad avere paura, a tacere, a restare sole, a morire. Mentre ci agitiamo per decidere se dire sindaca, assessora o consigliera — e la serata di ieri non è stata da meno — la realtà è che il rispetto non sta nelle declinazioni, ma nei gesti quotidiani.

E quei gesti, spesso, non sono all’altezza: donne che denunciano violenze fisiche, psicologiche, economiche, e si ritrovano a rischiare di perdere i figli; donne trattate come colpevoli invece che come vittime; donne accusate persino di aver fatto assistere i propri bambini alle botte ricevute, come se potessero materialmente evitare ciò che subivano.

Intanto, chi le maltrattava viene in molti casi trattato con leggerezza, con mille attenuanti, con una comprensione che stride con quella negata alla vittima. La cittadina avrebbe voluto raccontare - ma Rivoira non glielo ha concesso - anche l’assurdità di chi non può comprarsi nemmeno un paio di mutande senza chiedere soldi al partner violento. E poi c’è il sistema: donne che cambiano quattro o cinque assistenti sociali nel giro di pochi anni, spesso giovanissimi e costretti a gestire casi troppo complessi; donne che non vengono informate dei loro diritti, dei sostegni possibili, delle alternative. Così perdono fiducia, tacciono e restano intrappolate in un vortice da cui pochi riescono a uscire.

«Io, semplice cittadina», ha detto, «mi ritrovo ad accompagnarle, ascoltarle, guidarle. E mi chiedo: com’è possibile che io ci riesca e il sistema no?». Una domanda che in aula è risuonata molto più forte di qualsiasi comunicato del Comune.

E poi, le tre domande finali, quelle che avrebbero meritato risposte, non propaganda: il Comune è davvero consapevole di come i servizi sociali riconoscano la violenza non fisica? Esistono figure realmente preparate e formate da anni su questi temi? Chi informa le donne sui loro diritti, sugli aiuti disponibili, sulle opportunità economiche, abitative, lavorative? E, soprattutto, il Comune dispone di dati chiari su quante donne, dopo aver denunciato, abbiano rischiato di perdere i figli o li abbiano persi davvero?

Domande precise, legittime, pesanti. Domande che avrebbero meritato attenzione, profondità, rispetto. E invece la scena che resta è quella di un presidente che ammonisce una cittadina perché deve “stare nei tempi”, e di un’assessora lasciata parlare a braccio finché le pare, tra complimenti al sistema e battute che con la violenza di genere non c’entravano nulla. Se questa è la sensibilità istituzionale, c’è davvero da preoccuparsi. Ieri sera Sarah Trovato ha portato coraggio, verità, vita vissuta. L'amministrazione comunale guidata dalla sindaca Elena Piastra, invece, ha portato il timer. Insomma.

La democrazia

In molte città la politica ascolta i cittadini. A Settimo, invece, li misura col timer. È la nuova frontiera della partecipazione: parli pure, ma in fretta, senza emozioni, senza disturbare. Poi però, quando a parlare è un membro della maggioranza, il tempo si dilata come un elastico. È curioso: la prepotenza non conosce mai l’ora.

Non è solo maleducazione istituzionale. È l’idea che il Consiglio sia proprietà privata, non luogo pubblico. Chi governa decide chi può parlare e per quanto, come si fa con i bambini quando si annoiano gli adulti. È la politica ridotta a piccola coreografia di potere: prima io, poi io, poi ancora io. Il cittadino, al massimo, fa da comparsa.

E così funziona la democrazia a senso unico: ai deboli si applica il regolamento, ai forti la deroga. Il resto sono conferenze stampa sul “dialogo”, che fa sempre fine. Ma la realtà è più semplice: chi amministra ha paura di chi non può controllare. Di chi arriva senza tessere, senza padrini, senza inchini.

È per questo che una voce libera viene trattata come una minaccia e non come una ricchezza. Il potere non trema per le opposizioni, ma per i cittadini che parlano senza chiedere permesso. Ed è qui che la prepotenza diventa metodo.

A Settimo la politica non teme chi urla: teme chi dice la verità con calma. E allora lo si zittisce in fretta. Per carità: c’è un regolamento. C’è sempre un regolamento quando serve a rimettere qualcuno al suo posto.

Il problema è che, a furia di mettere a tacere i cittadini, si resta soli ad ascoltare se stessi. E la democrazia, lì dentro, si spegne piano piano, senza fare rumore.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori