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Italia, il paradosso delle famiglie: una madre disabile resta senza assistenza dopo anni di sacrifici. E ora deve chiedere aiuto per poter vivere con suo figlio

A Felizzano Francesca Penno lancia una raccolta fondi per sopravvivere: “Non chiedo compassione, chiedo rispetto”

Italia, il paradosso delle famiglie: una madre disabile resta senza assistenza dopo anni di sacrifici. E ora deve chiedere aiuto per poter vivere con suo figlio

Francesca e Ibra

Nel Paese che esalta la famiglia come “pilastro sociale”, una madre disabile deve aprire una raccolta fondi per sopravvivere. 

Lo Stato applaude alla natalità, ma abbandona chi costruisce davvero una casa e una vita.

C’è un’Italia che celebra la “famiglia tradizionale” nei discorsi pubblici e un’altra, reale, che la rende impossibile da mantenere.

La seconda è quella in cui vive Francesca Stefania Penno, 42 anni, di Felizzano (AL), madre di un bambino di cinque anni e persona disabile con alti bisogni di supporto.

Una donna che negli ultimi anni ha investito tutto – energie, tempo, risparmi – per ristrutturare una casa a Solero, poco distante da dove abita ora, sognando di andarci a vivere con la propria famiglia, garantendo a suo figlio, Mauro Ibrahima, un futuro stabile.

Quel sogno, però, si è infranto contro una realtà durissima: un divorzio in corso, la perdita dell’aiuto del coniuge, problemi di salute in aggravamento, e una rete istituzionale insufficiente.
Il risultato è una donna costretta a fare ciò che nessuno dovrebbe mai fare in uno Stato civile: chiedere donazioni per sopravvivere.

“Non voglio pietà, voglio vivere con mio figlio”

Francesca parla con la lucidità di chi ha passato anni a difendersi da un sistema che si nutre di burocrazia ma ignora la realtà.
«Ho investito tutto per poter vivere in autonomia con la mia famiglia – racconta –. Ho restaurato la casa di Solero pezzo dopo pezzo, convinta che sarebbe stato il nostro punto di partenza. Ma poi la vita ha cambiato direzione: il matrimonio si è sgretolato, la mia salute è peggiorata e l’assistenza che prima potevo garantirmi con il contributo del mio ex marito è svanita. Ora mi trovo a dover chiedere aiuto per poter stare accanto a mio figlio

Da anni, Francesca lavora per Famiglie SMA, dove coordina il numero verde nazionale di supporto a genitori e pazienti.

Nel 2020 è diventata madre, dopo una gravidanza complessa e quattro mesi e mezzo di ricovero tra Alessandria e il Centro Clinico Nemo di Milano.

Oggi, il piccolo Mauro Ibrahima, chiamato affettuosamente Ibra, è la sua forza e la sua ragione di vita.

Ma senza un adeguato sostegno assistenziale, anche la quotidianità diventa un percorso a ostacoli.

I contributi pubblici coprono meno della metà delle ore di assistenza necessarie.
Servono operatori qualificati – spesso due contemporaneamente – per gestire i movimenti, gli spostamenti, le attività domestiche e la cura del figlio.

Per questo Francesca ha dovuto aprire una raccolta fondi su GoFundMe con un obiettivo di 50.000 euro, destinati a coprire i costi di assistenza personale e consentirle finalmente di trasferirsi nella casa di Solero.

«Mettere la mia faccia su una raccolta fondi è stato difficilissimo — confessa — ma non c’era alternativa. La mia libertà e la mia possibilità di essere madre dipendono dal fatto che io possa pagare chi mi aiuta. Non chiedo compassione, chiedo rispetto: per me, per mio figlio, per la vita che ho costruito con fatica.»

Le donazioni sono arrivate da tutta Italia. Piccoli importi, messaggi di solidarietà, sostegno concreto. Ma ogni offerta è anche la prova dell’assenza dello Stato.

Un Paese che pretende natalità e coesione familiare, ma che abbandona chi la famiglia la costruisce davvero.

La vicenda di Francesca non è un caso isolato, ma l’effetto prevedibile di un modello politico che esalta la famiglia nei convegni e la dimentica nei bilanci.
Le persone disabili che decidono di formare una famiglia si trovano spesso senza strumenti concreti: contributi insufficienti, permessi rigidi, procedure frammentate.

Così, invece di essere sostenute, le famiglie vengono schiacciate dal peso della quasi totale mancanza di aiuti da parte dello Stato.
La tensione economica si somma a quella fisica e psicologica, e spesso finisce per distruggere i rapporti coniugali, logorati da anni di stress e mancanza di sostegni adeguati.

«Le difficoltà quotidiane si accumulano — spiega Francesca —. Il tempo, i costi, la fatica. Tutto ricade dentro la coppia. E quando lo Stato non c’è, non è solo la libertà a venire meno: è la possibilità stessa di tenere insieme una famiglia.»

Nel dibattito pubblico, una madre disabile è ancora considerata un’anomalia.

Le parole più usate per descriverla sono “coraggiosa” o “miracolosa” — mai semplicemente “madre”.
Ma dietro queste etichette si nasconde un pregiudizio antico, l’idea che una persona disabile non possa occuparsi di un figlio senza aiuti straordinari, e che dunque sia “inadeguata” di principio.

Come osserva la sociologa Elena Ponzio dell’Università di Torino, “in Italia le donne disabili che scelgono la maternità affrontano un triplice ostacolo: il giudizio sociale, la burocrazia e l’assenza dei servizi. Sono lasciate sole, e costrette a dimostrare ogni giorno la propria legittimità come madri.”

Questo stigma si intreccia con la povertà strutturale dei servizi: consultori inaccessibili, percorsi perinatali non inclusivi, assenza di assistenza domiciliare sufficiente.
La maternità, per le donne disabili, non è un diritto: è una conquista da difendere giorno per giorno.

Quella di Francesca non è una storia “commovente”. È una ferita aperta nella carne viva del Paese.
Perché non si tratta di generosità o di empatia: si tratta di diritti negati, sistematicamente, a chi non rientra nel modello del cittadino “performante”.

In Italia, l’assistenza alle persone disabili è ancora vista come un costo da contenere, non come un investimento in libertà.
Così, mentre lo Stato si ritira, le persone vengono spinte a fare affidamento sulla compassione pubblica per ottenere ciò che dovrebbe essere garantito per legge.

Francesca non chiede privilegi: chiede di poter vivere.
Chiede che suo figlio non debba crescere convincendosi che la sua sopravvivenza dipenderà sempre da una colletta.
E sì, c’è dell’eroismo nel chiedere aiuto per vivere, in un Paese che ti insegna a vergognartene, per quell’infima cultura dell’omertà e del pudore che si accanisce contro l’individuo invece di restituirsi allo Stato.

La verità è semplice, brutale, innegabile: non è Francesca a dover rinunciare a una vita autonoma — è l’Italia a dover smettere di voltarsi dall’altra parte.

La raccolta fondi per sostenere Francesca Penno e il piccolo Mauro Ibrahima è attiva su GoFundMe CLICCANDO QUI.

I fondi saranno utilizzati per garantire l’assistenza necessaria e consentire a madre e figlio di trasferirsi finalmente nella casa restaurata a Solero, simbolo concreto di una battaglia per la vita, la dignità e la libertà familiare.

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