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Sei mesi da incubo: dopo l'alluvione di aprile, 20 famiglie vivono ancora isolate a San Sebastiano Po

La strada che portava alle loro abitazioni è stata spazzata via. L'unica alternativa è quella di passare a piedi nel bosco

La via che porta a Case Zucca è impraticabile da sei mesi

La via che porta a Case Zucca è impraticabile da sei mesi

Sono passati sei mesi esatti dall’alluvione del 14 aprile scorso, quella che ha devastato il territorio tra San Raffaele Cimena e Cavagnolo, colpendo duramente San Sebastiano da Po. Sei mesi di promesse, sopralluoghi, carte e burocrazia. Ma per venti famiglie, oggi, non è cambiato nulla: vivono ancora senza strada, raggiungendo casa solo a piedi attraverso il bosco, di giorno con fatica, di notte con paura.

A via Casotto, nella frazione Moriondo, e nella zona di Case Zucca, traversa di via Nobiei, la quotidianità è diventata una lotta contro l’isolamento. I residenti parcheggiano le auto a valle e si incamminano per centinaia di metri di sentiero fangoso, tra radici, pietre e rovi. L’unica strada comunale, franata in più punti, è transennata e interdetta. In caso di emergenza, i mezzi di soccorso non possono salire. E con l’inverno alle porte, la situazione rischia di trasformarsi in un incubo.

Le difficoltà sono concrete e quotidiane: legna, pellet, Gpl, tutto deve essere trasportato a mano o con carriole. Le fosse biologiche non possono essere svuotate, i lavori di ristrutturazione restano sospesi, i costi aumentano. Di notte, attraversare il bosco significa esporsi ai pericoli della fauna selvatica. E se qualcuno si sentisse male, la speranza sarebbe affidata alla rapidità di un’ambulanza che, però, non potrebbe arrivare fino alla casa.

A raccontarlo, con amarezza, è una delle abitanti, che ha scritto una lunga lettera ai media:
«Nel Chivassese, la scorsa primavera, poco prima di Pasqua, si è abbattuta un’ondata di maltempo insistente e duratura. È piovuto per giorni e notti in modo torrenziale e, in due giorni, il territorio tra San Raffaele Cimena e Cavagnolo è stato devastato da alluvione e frane. È un evento paragonabile a quello del 1994, ma, a differenza di allora, se ne è parlato meno. E oggi, dopo sei mesi, ci sono ancora famiglie isolate».

Poi il racconto personale, che dà la misura del dramma:
«Viviamo a Case Zucca, siamo una famiglia di quattro persone, due sono bambini. Da sei mesi percorriamo più volte al giorno quattrocento metri di bosco per tornare a casa. La strada è chiusa da transenne e cartelli di divieto. È stata dichiarata la calamità, riconosciuta l’emergenza, ma nulla di concreto è stato fatto. Abbiamo chiesto spiegazioni, sollecitato interventi, ma il tempo, per le amministrazioni, si è fermato. Non per noi, che continuiamo a elemosinare attenzioni e a temere l’inverno. Le bombole del gas le portiamo con la carriola. E la paura è che nessuno si ricordi più di noi».

Un grido d’allarme che fotografa una ferita aperta. Perché la calamità è stata riconosciuta, ma i fondi stanziati non bastano nemmeno a ripristinare le vie di accesso principali.

Il sindaco di San Sebastiano da Po, Beppe Bava, non nasconde la propria esasperazione: «La situazione è triste e preoccupante. Abbiamo 8 milioni di euro di danni e, nella proposta di finanziamento, la Regione ci ha assegnato 1 milione e 700 mila euro su 16 milioni complessivi, ma devono ancora essere stanziati dal Ministero. Alcune zone, come via Casotto e Case Zucca, sono state escluse dai fondi iniziali. Abbiamo chiesto la riammissione dei progetti, due interventi da 450 mila euro, che potremmo realizzare anche con la metà, se ci autorizzassero a usare i fondi già disponibili. Attendiamo una risposta da Roma».

Il primo cittadino, però, difende i cittadini e comprende la loro rabbia:
«Hanno diritto di protestare, e lo farei anch’io se mi trovassi nella loro situazione. Ho parlato col direttore generale della Regione: mi ha detto che forse per fine mese arriveranno i soldi. Ma anche gli altri fondi assegnati devono essere autorizzati dal Ministero. E intanto il tempo passa».

Il quadro complessivo è pesante: 25 frane in tutto il territorio comunale. Solo in via Nobiei se ne contano tre, altre quattro in via Bricco Capra e nuove criticità in via Serrabassa. Tutte chiuse. E le famiglie, tagliate fuori.

Nemmeno la Strada Provinciale 100, che sale verso la frazione Villa, è percorribile: è chiusa da sei mesi. Lì, dove si trova il borgo storico con il castello e un ristorante, si arriva solo passando da via San Lorenzo e via Valpiana, strade secondarie strette e dissestate. L’intervento da 850 mila euro richiesto dalla Città Metropolitana per sistemare il tratto franato di via Rigonda non è stato finanziato.
«La SP100 è chiusa da aprile — spiega Bava — e al momento non abbiamo risorse. Sto valutando di proporre agli enti superiori la realizzazione di una nuova strada che salga alla Villa, perché così non si può andare avanti».

Mentre le famiglie continuano a vivere isolate, il rischio è che l’inverno faccia il resto. Le prime piogge autunnali hanno già riattivato alcuni smottamenti minori e il terreno, saturo da mesi, non reggerà a lungo. «Sono molto preoccupato — ammette il sindaco —. Se dovessero arrivare nuove piogge intense, la situazione potrebbe peggiorare in modo drammatico».

Intanto la vita quotidiana, per chi abita in collina, resta un percorso a ostacoli. «Ogni giorno — raccontano gli abitanti — saliamo e scendiamo con le borse della spesa, con le bombole, con la legna. È estenuante. Abbiamo paura per l’inverno. Non è solo un disagio: è la sensazione di essere stati dimenticati».

A sei mesi da quella notte di pioggia torrenziale, le ferite della terra sono ancora aperte e la ricostruzione è ferma ai verbali. Le transenne sono rimaste al loro posto, come simbolo di un immobilismo che brucia.
E mentre lo Stato e la Regione discutono di cifre e capitoli di spesa, venti famiglie camminano ogni giorno nel fango, portando a mano la legna e sperando che la prossima pioggia non cancelli anche quel sentiero nel bosco, l’unico modo per tornare a casa.

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