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17 Ottobre 2025 - 17:39
Povertà in Canavese: oltre cinquantamila persone in bilico tra crisi economica e fragilità sociale
Da Bruxelles arriva un dato che sembra incoraggiante, ma che dietro le cifre nasconde una verità più amara. Secondo Eurostat, in Piemonte 573.969 persone vivono in condizioni di rischio di povertà o esclusione sociale. Un numero in calo rispetto agli anni precedenti, ma ancora altissimo, che tradotto in termini concreti significa oltre mezzo milione di vite sospese tra il timore della quarta settimana e la difficoltà di far quadrare i conti. Nel Canavese, questa fragilità assume contorni più precisi: famiglie che resistono con redditi troppo bassi, giovani che rinunciano, anziani che non arrivano alla fine del mese, piccoli centri dove la distanza dai servizi rende tutto più difficile.
In un territorio a forte vocazione manifatturiera come il Canavese, dove il lavoro resta legato a piccole imprese e contratti a termine, la povertà non sempre coincide con la disoccupazione. Molti lavorano, ma non guadagnano abbastanza per vivere con serenità. I dati raccolti negli ultimi mesi dall’Agenzia Piemonte Lavoro segnalano che oltre il 70 per cento delle nuove assunzioni è a tempo determinato o part-time, con stipendi che raramente superano i 1.200 euro. La precarietà è diventata la norma, e con essa cresce la dipendenza da sussidi, aiuti informali e reti familiari che faticano sempre più a reggere.
La situazione peggiora nelle zone più periferiche, dove mancano infrastrutture e collegamenti adeguati. Nei paesi più piccoli del Canavese, l’accesso ai servizi è un lusso. Chi non ha l’auto vive in una condizione di isolamento economico e sociale. Gli affitti nelle aree più urbanizzate come Ivrea o Rivarolo sono aumentati, mentre nei comuni montani si moltiplicano le case vuote e gli edifici abbandonati. È un equilibrio fragile, fatto di diseguaglianze territoriali che diventano diseguaglianze di destino.
La cosiddetta “quarta settimana” è ormai un’espressione ricorrente tra le famiglie canavesane. È quel momento in cui il portafoglio si svuota e ogni spesa diventa un problema. Le bollette, l’affitto, la spesa quotidiana: tutto pesa di più, e l’inflazione, anche se in lieve rallentamento, continua a erodere il potere d’acquisto. A Ivrea e nei comuni limitrofi sono sempre di più le persone che si rivolgono ai servizi sociali o alle associazioni per chiedere beni di prima necessità. Gli operatori del territorio parlano di una povertà nuova, silenziosa, fatta di persone che fino a pochi anni fa avevano una vita stabile e che ora si trovano improvvisamente ai margini.
La povertà economica si intreccia con quella educativa. Nel Canavese, come in tutto il Piemonte, un ragazzo su quattro è a rischio povertà relativa. Questo significa meno libri, meno opportunità culturali, meno accesso alle attività extrascolastiche. Nelle famiglie in difficoltà, spesso si rinuncia a internet, ai corsi di musica o di sport, e anche all’università, quando la distanza e i costi rendono tutto insostenibile. La povertà, insomma, diventa ereditaria: chi nasce in un contesto fragile rischia di restarci per tutta la vita.

Nonostante tutto, nel Canavese si muove una rete di solidarietà che cerca di arginare l’emergenza sociale. Le parrocchie, le associazioni di volontariato e alcune cooperative lavorano ogni giorno per distribuire pasti, raccogliere abiti, sostenere le famiglie indebitate o aiutare gli anziani soli. Nei centri più grandi come Cuorgnè e Castellamonte sono attivi sportelli di ascolto, mense e progetti di inclusione che cercano di restituire dignità a chi è rimasto indietro. Ma gli operatori denunciano una carenza strutturale di fondi e personale. Gli aiuti pubblici, pur presenti, sono spesso episodici, legati a bandi o a finanziamenti temporanei, e non riescono a incidere davvero sulle cause del problema.
Il piano regionale contro la povertà, varato dalla Regione Piemonte, prevede misure per il sostegno al reddito e la promozione dell’inclusione sociale, ma sul territorio canavesano la distanza tra i programmi e la realtà resta ampia. Le amministrazioni locali fanno quello che possono, ma i Comuni di piccole dimensioni hanno bilanci limitati e non riescono a garantire continuità ai servizi. Così la rete sociale rischia di diventare una coperta corta: dove si copre un bisogno, se ne scopre un altro.
Le stime parlano di oltre 50.000 persone nel Canavese a rischio povertà o esclusione sociale, una cifra che non lascia spazio all’ottimismo. Si tratta di uomini e donne che vivono sospesi tra la paura di perdere il lavoro e la certezza di non potersi permettere un imprevisto. Persone che spesso non compaiono nelle statistiche della miseria estrema, ma che affrontano ogni giorno scelte dolorose: pagare l’affitto o la bolletta, fare la spesa o comprare i libri scolastici ai figli.
Eppure, proprio da questo territorio potrebbe arrivare un segnale di riscatto. Alcuni progetti locali stanno provando a invertire la rotta: corsi di formazione per i disoccupati, percorsi di reinserimento lavorativo, incentivi per le imprese che assumono giovani e donne, laboratori sociali che creano comunità. Sono piccoli germogli, ma indicano una direzione: la povertà si combatte con la rete, non con la rassegnazione.
Resta però un dato politico e culturale: la povertà non è un tema lontano, né un’emergenza da archiviare dopo una statistica europea. È un fenomeno strutturale, che attraversa i centri industriali e le valli, le periferie urbane e i paesi agricoli. In Canavese non riguarda più solo gli “ultimi”, ma una parte crescente della classe media impoverita, quella che lavora, paga le tasse e non riesce comunque a vivere con tranquillità.
La fotografia arrivata da Bruxelles non è una condanna, ma un monito. Dice che la direzione è giusta, ma che la strada è ancora lunga. In Piemonte, e ancor più nel Canavese, la povertà è una realtà quotidiana, fatta di numeri e volti, di resistenza silenziosa e di dignità ferita. I dati Eurostat dicono che le cose migliorano, ma chi vive qui sa che non basta. Le famiglie continuano a stringere la cinghia, i giovani cercano di andarsene, e gli anziani vivono di pensioni troppo basse.
Finché mezzo milione di piemontesi continuerà a vivere sull’orlo del baratro, ogni progresso resterà parziale. E il Canavese, con le sue fabbriche che chiudono, i suoi negozi vuoti e la sua tenacia quotidiana, continuerà a essere lo specchio più fedele di una regione che, nonostante tutto, non smette di lottare per restare in piedi.
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