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Un minuto di silenzio che fa rumore

Il presidente del Consiglio comunale chiede un momento di raccoglimento “per tutte le vittime della politica”. Omaggio sincero o mossa strategica?

Un minuto di silenzio che fa rumore

Luca Spitale

In apertura del consiglio comunale di Ivrea di lunedì scorso il presidente Luca Spitale si è alzato in piedi e ha chiesto un minuto di silenzio “per tutte le vittime della politica”. Frase ad effetto, parole scelte con cura, un gesto carico di simbolismo che ha colto tutti i consiglieri comunali di sorpresa specie quelli seduti tra le file dell'Opposizione.

Il riferimento, almeno nelle intenzioni dichiarate, è a “eventi nazionali di cronaca nera che riguardano in maniera contingente fatti politici storici”. Una formula contorta, volutamente allusiva, con la quale Spitale ha evocato un clima che sembrava sepolto nel passato.

“Il mondo sembra tornato indietro di almeno cinquant’anni”, ha sottolineato Spitale, parlando di “polarizzazioni preoccupanti, tra mondo progressista e mondo conservatore”. Un linguaggio che non lascia spazio a equivoci: l’idea che il Paese stia entrando in un vicolo buio, dove lo scontro culturale rischia di trasformarsi in conflitto fisico.

Succede questo, forse non a caso dopo l’omicidio di Charlie “Kirk” attivista e figura del movimento conservatore americano ucciso il 10 settembre 2025 durante un evento alla Utah Valley University (Utah, Stati Uniti)

Non è peregrino pensare che Spitale abbia voluto evitare che fosse proprio il capogruppo dei Fratelli d'Italia Andrea Cantoni, o qualcun altro dell'Opposizione , a chiedere quel minuto di silenzio, magari attribuendogli una “firma politica”. Con la formula “tutte le vittime della violenza e della politica”, Spitale ha coperto lo spazio: non solo “Kirk” — che è il richiamo più immediato — ma anche chiunque altro possa essere interpretato come vittima del clima politico esasperato.

Il gesto è elegante e ambiguo: un minuto di silenzio che sull’onda emotiva è difficile contestare, ma che lascia dietro sé ombre di strategia. È un modo per non restare fuori, per non essere accusato di parzialità, per mantenere un’“autorità neutra” nel momento in cui tutti cercano di occupare la scena.

Il risultato, però, è un paradosso. A chi si riferiva davvero Spitale? 

Domanda che – come spesso accade in politica – rimarrà senza risposta...

Le vittime della politica in Italia: una memoria lunga e dolorosa

Ogni volta che in Italia si parla di “vittime della politica”, la memoria collettiva (la mia di sicuro) si apre come un archivio pieno di nomi. La verità è che parlare di “vittime della politica” in Italia significa toccare una ferita aperta, un filo rosso che attraversa un secolo di storia. Significa ricordare che la democrazia, quando si lascia ingabbiare dall’odio, genera fantasmi che ritornano. E che ogni minuto di silenzio, se sincero, deve includere tutti: i nomi noti e quelli dimenticati, le bandiere di destra e quelle di sinistra, gli innocenti che hanno pagato un prezzo troppo alto per un Paese incapace di convivere con le sue differenze.

Il primo nome che mi viene in mente è Giacomo Matteotti, il deputato socialista rapito e ucciso dai fascisti nel 1924. La sua voce, soffocata con la violenza, aprì la strada alla dittatura mussoliniana. Ancora oggi il suo sacrificio resta il simbolo più alto di cosa significhi cadere per mano del potere politico usato come arma di morte.

Poi ci sono gli anni Settanta, la spirale nera e rossa del terrorismo. Anni in cui l’Italia è diventata un campo di battaglia non dichiarato, in cui la violenza non era più solo un rischio ma una certezza. L’episodio che tutti ricordano è l’omicidio di Aldo Moro, rapito e assassinato dalle Brigate Rosse nel 1978, ma lui non fu l’unico. Magistrati, giornalisti, politici, sindacalisti, semplici cittadini: centinaia di vite spezzate, colpevoli soltanto di incarnare un simbolo o di trovarsi nel posto sbagliato.

Alcuni nomi sono incisi a fuoco: Guido Rossa, operaio dell’Italsider, ucciso nel 1979 per aver avuto il coraggio di denunciare i terroristi; Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia, assassinato nel 1980 mentre cercava di portare pulizia nella politica siciliana; Roberto Ruffilli, senatore democristiano, ucciso dalle BR nel 1988, reo di rappresentare quello Stato che i terroristi volevano abbattere.

E ancora, a cavallo fra due secoli, altre morti hanno ricordato quanto la democrazia resti fragile: Massimo D’Antona, giurista, colpito a morte nel 1999; Marco Biagi, consulente del governo, assassinato nel 2002. Entrambi uccisi dalle Nuove Brigate Rosse, come se il Paese non fosse mai riuscito a liberarsi del suo incubo più cupo.

Ma le vittime della politica non sono solo quelle che hanno lasciato un segno nei manuali di storia. Ci sono i giovani militanti, vite spezzate dalla furia ideologica. Francesco Cecchin, militante di destra, morto dopo un’aggressione nel 1979. Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci (Fausto e Iaio), ragazzi di sinistra assassinati a Milano nel 1978. Storie minori, forse, nella narrazione ufficiale, ma non meno tragiche. Sono la testimonianza di una generazione che ha visto amici morire sotto colpi di pistola o spranghe di ferro, solo perché appartenenti a una fazione opposta.

Ecco perché parlare oggi di “vittime della politica” non è mai un esercizio di memoria sterile. È un monito, una sveglia. Ci ricorda che la politica, quando smette di essere confronto e diventa guerra, lascia soltanto macerie. Ci ricorda che la democrazia non è mai garantita per sempre. Ci ricorda che il nostro Paese ha già conosciuto l’odio e che quell’odio può tornare, se lo lasciamo crescere indisturbato.

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