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16 Settembre 2025 - 22:49
Il sindaco Matteo Chiantore e l'assessore Francesco Comotto
Diceva Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova». E a Ivrea, tre episodi accaduti in pochi mesi dicono molto più di quanto l’amministrazione comunale vorrebbe ammettere. L’impressione – sempre più diffusa – è che i rapporti tra la giunta Matteo Chiantore e l’Ufficio tecnico non siano lineari, anzi, che la politica abbia ormai messo un piede dentro il campo che dovrebbe restare di competenza dei funzionari e i funzionari, o un parte di loro, abbiano dichiarato guerra alla giunta.
Gli indizi sono tre: il taglio degli alberi del parcheggio di via Di Vittorio, il supermercato Tigros e la nuova Commissione paritetica consultiva.
Partiamo dal primo. L’11 settembre, quando ormai le motoseghe hanno terminato il lavoro, l’Area tecnica emette l’ordinanza dirigenziale n. 116 che testualmente dispone: «la sospensione immediata dei lavori eseguiti in difformità dalle norme urbanistiche e senza autorizzazione ai sensi del Regolamento del Verde» e vieta di proseguire anche con la manutenzione ordinaria fino a nuovo provvedimento. Peccato che tre mesi prima, con una comunicazione firmata dal geometra Davide Luciani, lo stesso ufficio avesse scritto che i lavori rientravano in edilizia libera, «purché vengano rispettate le prescrizioni del PRGC e sia garantita la sostituzione degli alberi rimossi con altri della stessa specie, di altezza non inferiore a metri 4». Un via libera condizionato, ma che il proprietario Valter Martinetti aveva interpretato come autorizzazione a intervenire. Risultato: sedici alberi tagliati, un parcheggio fermo a metà e un Comune che prima dice sì e poi no. «Dodici di quelle piante erano sul confine – ha ricordato Martinetti –. Non potevano essere sostituite per legge. Io avevo le diffide dei vicini, non potevo far finta di nulla». La legge, infatti, parla chiaro: l’articolo 892 del Codice civile impone una distanza di tre metri dal confine per alberi di alto fusto. Quei dodici non torneranno mai più.
Altro giro altro “braccio di ferro”. Viene a galla il 17 luglio in Consiglio comunale. A denunciarlo è la consigliera Elisabetta Piccoli. Il dito è puntato sul supermercato Tigros. «Il rendering - dichiara -mostrava un muro di cemento rosso alto dieci metri e lungo cinquanta. L’Ufficio tecnico si è espresso due volte in senso contrario, ma il parere è stato ribaltato da una semplice determinazione del Segretario comunale, basata su un parere legale». Il parere in questione è quello dell’avvocato Andrea Castelnuovo, che definisce “probabile” la sconfitta del Comune in un ricorso al TAR presentato dalla società proponente. Un parere definito addirittura “magmatico”. Da qui la scelta: meglio non rischiare, meglio approvare. Ma la stessa Piccoli ricorda che «il PEC avrebbe dovuto essere pubblicato per legge e reso accessibile a chiunque volesse presentare osservazioni. Questo passaggio non è mai avvenuto». Una mancanza che mina la trasparenza e la partecipazione. Anche il consigliere Paolo Noascone sottolinea in aula: «Tutto ciò che l’Ufficio tecnico ha evidenziato in fase istruttoria è stato superato da un parere legale. E il parere legale è per sua natura di parte». E mentre il progettista Alberto Redolfi, ex assessore PD e paladino dell’urbanistica “colta”, firma il progetto del “muro rosso”, la città si divide. Alcuni lo chiamano “il muro della vergogna”, altri “un carcere”. Resta il fatto che i tecnici sono stati ignorati, e a decidere è stato un avvocato.
Infine la Commissione consultiva paritetica approvata con il delibera del 16 aprile. L’articolo 5 della delibera dice testualmente: «gli accordi prodotti costituiscono base giuridica vincolante per i procedimenti in corso».Non solo linee guida, dunque, ma direttive che hanno forza di legge per i tecnici. In aula, la consigliera Piccoli tuona: «Questa commissione non è prevista da alcuna norma di legge e rischia di trasformarsi nell’ennesimo ingranaggio utile più alla politica che alla città. È una forzatura pericolosa». E avverte: «La mancata applicazione delle sue direttive può determinare responsabilità disciplinare per i funzionari comunali». Il segretario comunale Gerardo Burolo, estensore del documento, spiega che l’obiettivo è creare «uno strumento tecnico che fornisca direttive astratte, come le circolari ministeriali». Ma la differenza non è da poco: le circolari non hanno mai potere vincolante sui singoli casi, questa Commissione sì. E un funzionario, fuori dall’aula, commenta amaro: «Se il geometra Luciani pensa che una casa non si possa costruire, arriva la circolare della Commissione e lui deve dire di sì, pena sanzione disciplinare. Altro che autonomia tecnica».
Via Di Vittorio, il Tigros, la Commissione. Tre episodi diversi ma collegati da un filo rosso: la marginalizzazione dell’Ufficio tecnico. Una volta i pareri vengono smentiti in corsa, un’altra volta aggirati da pareri legali, un’altra ancora commissariati da una Commissione politico-tecnica. La prova, dunque, è davanti agli occhi di tutti. Non si tratta di coincidenze. È un cambio di paradigma. A Ivrea, la tecnica non decide più. Decide la politica, che ora scrive regole, interpreta regolamenti, corregge pareri, e – se necessario – smentisce se stessa.
E qui la parte più amara. Perché non si tratta solo di alberi tagliati, di muri di cemento o di commissioni inventate dal nulla. Si tratta di fiducia nelle istituzioni. Quando i cittadini vedono un Comune che prima autorizza e poi revoca, che ignora i suoi stessi tecnici, che inventa organi ibridi per piegare le decisioni, la sensazione è una sola: che il confine tra tecnica e politica non esista più. E quando il confine sparisce, sparisce anche la credibilità.
Insomma, Agatha Christie non avrebbe dubbi: un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza. Tre indizi fanno una prova. La prova che a Ivrea è in corso una guerra tra la giunta Chiantore e una parte dell’Ufficio Tecnico e a farne le spese sono stati gli alberi del parcheggio di via Di Vottorio. Morale? Il problema non è solo tecnico. È politico.


Si dice che l’urbanistica sia roba da tecnici. Ed è vero, almeno finché i tecnici restano soli. Poi arriva la politica, e l’urbanistica diventa subito una disciplina letteraria, tutta interpretazioni e figure retoriche. Prendiamo Ivrea. I tecnici hanno scritto che i lavori si potevano fare, purché rispettando certe condizioni. Poi hanno scritto che non si potevano fare. Nel frattempo gli alberi erano già caduti, poveretti, e il sindaco è corso a fermare i lavori che non c’erano più. È un po’ come ordinare al cameriere di portare indietro il dolce quando il piatto è già vuoto: gesto nobile, ma inutile.
Oppure il supermercato Tigros. Due volte i tecnici hanno detto no. Poi è arrivato un avvocato, che ha spiegato che in caso di ricorso al Tar il Comune avrebbe perso. Non è una previsione tecnica, è una previsione astrologica: Mercurio in opposizione, Saturno dissonante. E così il no è diventato sì. Perché i tecnici sanno le regole, ma l’avvocato guarda le stelle.
E infine la Commissione paritetica consultiva, che già dal nome sembra uscita da un romanzo di Kafka. Nasce per “armonizzare le interpretazioni” sul nuovo piano regolatore, e in effetti le armonizza: i tecnici dicono no, la Commissione dice sì, e l’armonia è fatta. Con la differenza che la Commissione è vincolante, i tecnici no. Se non si adeguano rischiano la sanzione disciplinare. Cioè: se un tecnico fa il suo mestiere, sbaglia. È la Commissione voluta dalla politica a dire cosa è giusto o sbagliato in urbanistica. Una specie di rovesciamento del principio di realtà.
Non c’è scandalo, intendiamoci. Tutto regolare, tutto legittimo. È solo che non si capisce più chi governa l’edilizia: l’Ufficio tecnico, il sindaco, la giunta, l’avvocato o la Commissione? È un gioco delle tre carte: sposti la carta, ti sembra di aver trovato la regola, e invece sotto non c’è niente.
Si dirà: è normale dialettica istituzionale. Forse. Ma a furia di dialettica non si sa più se credere ai regolamenti, agli avvocati o alla Commissione. E quando non si capisce chi ha ragione, alla fine hanno torto tutti.
E allora sì, l’urbanistica è materia tecnica, e la politica dovrebbe restarne alla larga. Non per legge, ma per igiene. Perché quando la politica si interessa dei mattoni, succede che i muri diventano rossi come carceri, gli alberi cadono comunque, le commissioni parlano più dei geometri e gli avvocati più degli ingegneri. Non è un reato, ma è un peccato: quello di credere che la politica possa fare anche il geometra. E poco importa se l’assessore ai lavori pubblici lo è davvero.
La politica dovrebbe limitarsi al mestiere che le riesce meglio: i nastri, le inaugurazioni, le forbici lucide. Perché con i mattoni, lo sappiamo già, finisce sempre che crolla tutto.
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