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04 Settembre 2025 - 16:32
SCS, bilancio da presa in giro: l'azienda è in utile, ma la Tari "ammazza" tutti
Fiato alle trombe e rullo di tamburi, la Società Canavesana Servizi (SCS) ha pubblicato la quarta edizione del suo Bilancio di Sostenibilità, relativo all’anno di esercizio 2024. Un documento che, almeno sulla carta, dovrebbe fotografare con trasparenza lo stato di salute dell’azienda pubblica che gestisce i rifiuti in 57 comuni del Canavese. Nei comunicati ufficiali il bilancio viene presentato come un esercizio di chiarezza, un modo per “mettere nero su bianco”attività e risultati. Ma a leggere attentamente quelle pagine, più che una fotografia nitida sembra di scorrere un album patinato in cui si esaltano i progressi e si relegano le criticità a dettagli secondari.
Il presidente Calogero Terranova parla di “traguardi raggiunti e prospettive future”, il direttore generale Andrea Grigolon rivendica l’adeguamento alle direttive europee sulla rendicontazione di sostenibilità e il coinvolgimento degli stakeholder. Un linguaggio tecnico, infarcito di sigle come Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), VSME ed ESRS, che dovrebbe garantire autorevolezza e serietà. Ma qui sta la prima contraddizione: ci si vanta di aderire agli standard europei, salvo poi scoprire che gli indicatori chiave – raccolta, riduzione dell’indifferenziato, uso di rinnovabili – segnano progressi quasi invisibili. È la vecchia storia della forma che prevale sulla sostanza: grande attenzione alla rendicontazione, poca ai risultati.
Prendiamo la raccolta differenziata. Nel 2024 ha raggiunto il 71,3%. Un dato superiore alle medie regionale e provinciale, lo dicono anche i rapporti Ispra e della Città Metropolitana di Torino. Ma il progresso rispetto al 2023 è minimo, e soprattutto si resta semplicemente “in linea con l’obiettivo 2030”. In altre parole: ci si limita a dire che oggi, nel 2024, si è già arrivati a dove si dovrebbe essere tra sei anni. È questo il grande passo avanti? Nel frattempo il vero problema, quello che la Regione Piemonte aveva fissato come limite con una legge precisa, continua a peggiorare. La produzione pro capite di rifiuto indifferenziato è salita a 152,6 kg/abitante. Non solo è in crescita del 2% rispetto al 2023, ma supera di gran lunga i 126 kg previsti dalla normativa regionale. Nel bilancio si cerca di addolcire la pillola ricordando che il dato resta migliore della media piemontese (166 kg) e provinciale (185 kg), ma il punto resta: il limite di legge non viene rispettato. E per un’azienda pubblica che proclama la centralità della sostenibilità, questo non è un dettaglio.
Nemmeno sul fronte ambientale i dati autorizzano troppi sorrisi. L’uso di energie rinnovabili cresce dello 0,4%: una percentuale talmente ridicola da sembrare più un arrotondamento che un passo avanti. La riduzione dell’8% dei consumi idrici è positiva, ma anche qui siamo lontani da risultati che possano davvero cambiare la percezione di un’azienda che vuole presentarsi come modello di sostenibilità. Alla fine, le uniche cifre che impressionano sono quelle che dimostrano quanto poco si sia fatto per invertire la rotta.
Il bilancio dedica poi ampio spazio al personale. 125 dipendenti, il 94% con contratto a tempo indeterminato. Un dato certamente stabile, che rassicura sulla solidità occupazionale. Ma dietro questa immagine rassicurante si nasconde un’altra verità: solo il 14% dei lavoratori è donna. Un dato imbarazzante per il 2024, che testimonia come la parità di genere sia ancora un miraggio. SCS preferisce sottolineare il calo degli infortuni (-15%), segno di una maggiore attenzione alla sicurezza, ma non spende quasi una riga per affrontare seriamente il tema della rappresentanza femminile.
E così arriviamo alla comunicazione, forse il capitolo più curato di tutto il bilancio. Ci sono i 265 laboratori didattici nelle scuole, con 5.000 studenti coinvolti. Ci sono i canali social: Facebook, Instagram, YouTube, persino WhatsApp. C’è il sito internet, le newsletter, i comunicati. Un armamentario comunicativo che mostra come SCS sia attentissima a “raccontare” se stessa. Ma il racconto non è mai la realtà. E la realtà, per i cittadini, non si misura con i post su Instagram o i laboratori nelle aule scolastiche, ma con la qualità del servizio quotidiano: sacchi ritirati o lasciati a terra, centri di raccolta accessibili o intasati, strade pulite o sporche. Su questo, il bilancio è evasivo, quando non silenzioso.
Infine, la grande novità del 2024: la customer satisfaction. È la prima volta che SCS decide di misurare la soddisfazione degli utenti. E qui c’è forse la contraddizione più clamorosa. I questionari raccolti sono appena 315. In un bacino che copre 57 Comuni, decine di migliaia di famiglie, migliaia di utenze domestiche, si pretende di trarre conclusioni sulla base di qualche centinaio di click online. L’azienda parla di campione statisticamente rappresentativo, con margine di errore del 5%. Ma davvero bastano 315 persone per dire che i cittadini sono soddisfatti? Il risultato viene presentato come incoraggiante: l’80% avrebbe espresso valutazioni medio-alte. Peccato che resti un 20% insoddisfatto. Un cittadino su cinque che boccia il servizio. Non un dettaglio statistico, ma un campanello d’allarme. E invece nel bilancio scivola via quasi inosservato, coperto da parole come “dialogo”, “fiducia”, “partecipazione”.
E intanto resta fuori un capitolo intero: quello della Tari. Una tariffa che non è una tassa qualunque, ma una vera e propria stangata che pesa su famiglie e commercianti, già schiacciati da costi e rincari. Nel bilancio non c’è una sola parola su come ridurla, su come alleggerire chi la paga. Eppure, se sostenibilità deve essere, non si può ignorare la sostenibilità economica delle persone: quella che decide se un negozio resta aperto o chiude, se una famiglia arriva alla fine del mese o affoga nelle bollette.
In definitiva, il Bilancio di Sostenibilità 2024 di SCS non racconta una storia di cambiamento, ma di autocelebrazione. Una raccolta differenziata che cresce di decimali, un indifferenziato che aumenta, energie rinnovabili ferme allo zero virgola, donne ridotte a una minoranza, laboratori e post social usati come foglie di fico. E soprattutto un sondaggio di poche centinaia di risposte spacciato per voce del territorio. Tutto questo mentre i cittadini continuano a giudicare l’azienda dai fatti concreti: sacchi non ritirati, discariche abusive che proliferano, rifiuti ingombranti difficili da smaltire, e soprattutto una Tari troppo salata che ammazza cittadini e commercianti.
Se davvero la sostenibilità è trasparenza e responsabilità, questo bilancio lascia più dubbi che certezze. Perché i numeri che contano davvero dicono che, nel Canavese, c’è ancora molto da fare. Altro che bilancio di sostenibilità.

Calogero Terranova e Andrea Grigolon
C’è chi imprenditore lo è per natura, chi lo diventa rischiando capitali, affrontando mercati, immaginando strategie. E poi c’è un’altra categoria, tutta italiana, quella degli “imprenditori pubblici”: gente che non deve inventarsi nulla, non deve rischiare nulla, e soprattutto non deve neppure preoccuparsi di fare utili. Perché quando i conti non tornano, la ricetta è semplice, sempre la stessa: si alzano le tariffe ai cittadini e via, bilancio rimesso in ordine. Eccolo il grande segreto dell’“imprenditoria” di casa nostra.
Prendiamo la Società Canavesana Servizi (SCS) e il suo presidente, il commercialista Calogero Terranova. Professionista di lungo corso, revisore contabile, uomo radicato a Ivrea, Terranova è l’emblema perfetto dell’imprenditore pubblico. Non è nato imprenditore e non lo è diventato con il rischio del mercato: è la politica che lo ha messo lì, prima vicepresidente e poi presidente del Consiglio di Amministrazione, confermato più volte grazie a rapporti trasversali che spaziano dal Partito Democratico fino alla Lega. Un uomo che sa muoversi bene nei corridoi del potere, dove più che la capacità di generare profitti conta la fedeltà agli equilibri politici.
Nelle sue mani SCS ha chiuso il 2024 con un utile di oltre 900 mila euro su ricavi per 17 milioni e rotti. Numeri che Terranova racconta come segno di solidità aziendale, dimenticando però un dettaglio: qui non si compete sul mercato, qui quando serve basta aumentare la Tari ai cittadini.
E la Tari non è una “tassa” che passa inosservata. Alla fine dell'anno “cuba” e pure tanto. Lo sa anche lui che qualche anno fa ha chiuso con 3 mila euro un contenzioso da 18 mila euro con il Comune di Ivrea. Figura di merda sui giornaliconsiderando che da presidente s’è giustificato classificando la cosa come semplice “dimenticanza”.
Eppure oggi è proprio lui, commercialista con il piede ben piantato nelle stanze dei partiti, a spiegarci cos’è la sostenibilità. A firmare un bilancio che non dice una parola su come abbassare le tariffe, mentre le famiglie si ritrovano bollette più pesanti anno dopo anno. Nel documento ci sono capitoli su tutto: raccolta differenziata, consumi idrici, energie rinnovabili cresciute dello 0,4% (giusto uno zero virgola, nulla più), ma manca l’unico tema che dovrebbe stare in cima all’agenda: quanto paga il cittadino e come si può farlo pagare meno.
Perché questa è l’imprenditoria pubblica: un capitalismo senza capitalisti, dove chi guida non rischia nulla. In un’azienda privata, se i costi crescono, si taglia, si innova, si prova a competere o si fallisce. In un’azienda pubblica invece no: se i conti non tornano, si aumenta la tariffa. È un meccanismo comodo, che trasforma il cittadino in bancomat e l’amministratore in un manager senza rischio, seduto su una poltrona che la politica gli ha cucito addosso.
Solo così può uscire un Bilancio di Sostenibilità che si autocelebra parlando di laboratori nelle scuole, di 5.000 studenti coinvolti, di sondaggi online con appena 315 risposte spacciati per la voce di decine di comuni. Può vantarsi di differenziata al 71,3% e tacere sul fatto che l’indifferenziato cresce e resta sopra i limiti di legge. Può esaltare i social network e il dialogo con gli stakeholder, ma non sprecare una riga sulle tariffe che strangolano le famiglie.
E mentre i cittadini stringono i denti, il commercialista-presidente sorride e firma un bilancio “verde”, sostenibile solo per chi lo scrive. Perché la verità è che, in questa imprenditoria pubblica, l’unica sostenibilità garantita è quella dell’azienda: tanto a pagare ci pensano sempre i cittadini.
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