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La cittadinanza onoraria secondo il vangelo di Giglio. Niente cittadinanza onoraria alla giornalista

Nel consiglio comunale di Ivrea va in scena la parabola della cittadinanza negata: la giornalista Delia Mauro non è all’altezza dei santi laici del Pantheon eporediese. Parola di Francesco Giglio.

La cittadinanza onoraria secondo il vangelo di Giglio. Niente cittadinanza onoraria alla giornalista

Andrea Cantoni, Francesco Giglio e Massimiliano De Stefano

Si alza in piedi per leggere il regolamento sulla cittadinanza onoraria con il piglio di un parroco alla messa della domenica. Non sa se ha tra le mani quello di Ivrea, ma poco importa. “Saranno tutti uguali”, borbotta tra sé e sé, con quella sicurezza tipica di chi comunque vuole partire lancia in resta. È così che Francesco Giglio, consigliere comunale e segretario cittadino del Pd, dà il via al suo personalissimo match tra i banchi del consiglio comunale di Ivrea, riunitosi lunedì 30 giugno. Menare duro, parola d’ordine.

“Non ci sono dubbi. La cittadinanza non si può dare – stigmatizza – Questa città – mi vengono i brividi – ha assegnato la cittadinanza a Nelson Mandela, che è la persona per cui ho pianto leggendo la biografia. Ritengo offensivo, e non solo provocatorio, il fatto che l’opposizione la proponga per la giornalista Delia Mauro, a cui va la nostra solidarietà, ma non rientra in alcun modo tra i casi previsti. Avete preso un fatto singolo per farne una bandierina contro l’Amministrazione Comunale, o la città, o il sindaco, o non so nemmeno bene cosa. Ripeto: offensivo. Per Ivrea e per la giornalista stessa…”

E se la cifra è Nelson Mandela, da lì in su e in giù non c’è trippa per gatti. Figurarsi per i giornalisti. Servono santi laici, icone globali, profeti armati di pace: Martin Luther King, Papa Francesco, roba così.

Peccato che la realtà dica che Ivrea conferisce la cittadinanza onoraria anche a personaggi meno globali. Come Liliana Segre, Julian Assange, la giornalista iraniana Elahe Mohammadi, il testimone di giustizia Pino Masciari, la Premio Nobel Rigoberta Menchú Tum… e pure al Milite ignoto. Evidentemente, niente di paragonabile a Delia Mauro, la giornalista di Rete 4, circondata, inseguita, insultata per le strade di Ivrea. Se la cittadinanza spetta solo a chi il mondo lo cambia, e non a chi lo racconta, allora Delia Mauro può pure accomodarsi fuori dal municipio.

Tant'è! Come ammette Massimiliano De Stefano, primo firmatario, “la proposta è simbolica”.

“Vogliamo condannare il gesto in modo forte, netto…”

De Stefano confessa che all’inizio tutto nasce come provocazione, poi comincia a crederci davvero. Succede: certe idee, a furia di ripeterle, diventano convincenti.

Con lui, Andrea Cantoni, capogruppo di Fratelli d’Italia, uno che il regolamento preferisce non leggerlo come fosse il Vangelo secondo Giglio. Anzi, lo dice chiaramente: servirebbe un po’ di sensibilità in più e meno faziosità. E magari anche un gesto concreto per compensare quanto vissuto dalla giornalista in città.

“Abbiamo dato tante cittadinanze inutili, viste solo come simboli e segnali…” osserva con disarmante sincerità. “Il valore di questa proposta va oltre: non è solo un riconoscimento, ma è ammettere che noi – come città – abbiamo avuto bisogno di quella persona. Il Re è nudo: se non fosse venuta a Ivrea, oggi non staremmo nemmeno parlando di un problema che c’è, ed è sotto gli occhi di tutti, ma che questa e altre amministrazioni non hanno mai voluto affrontare…”

Un tentativo, insomma, di dare una mano di vernice sul volto di una città andata in onda in prima serata. Ma non come capitale della cultura. “Dobbiamo far vedere che non siamo quella roba lì. E come lo facciamo? Con un gesto. E qual è il gesto? La cittadinanza…”

Sembrano parole da standing ovation, ma niente. La maggioranza vacilla, chiede tempo, riflette. Persino il consigliere Andrea Gaudino ammette che il gruppo di governo si è interrogato.

“Mi sento di sottoscrivere il senso. Condivido tutto, ma non ravvediamo i presupposti per assegnare la cittadinanza onoraria. Detto questo, massima solidarietà alla giornalista. Noi siamo per il giornalismo libero. Ma non accettiamo le provocazioni. La cittadinanza onoraria è una cosa seria…”

E la parola “provocazione”, guarda caso, è la stessa usata da De Stefano. Che, a quel punto, non si trattiene più.

“Abbiamo dato la cittadinanza a Pino Masciari, calabrese contro la ‘ndrangheta. Un atto simbolico. L’iraniana, pure. Poi Assange. Serve davvero spiegare il senso di assegnare la cittadinanza a una donna lavoratrice? Sì, è nata come provocazione. L’incursione che la giornalista ha fatto al sindaco non è piaciuta nemmeno a me. Però ha fatto il suo lavoro. E questo, oggi, non è scontato…”

E ancora, sempre lui, a ricordare che si tratta di una donna che viene a lavorare a Ivrea. E sempre lui, quasi commosso, a ringraziare tutti per non aver affossato il dibattito. Con l’aggiunta, non proprio velata, di una stoccata al sindaco Matteo Chiantore, che durante l’intervista sembra tutto tranne che a suo agio: “non so chi siano”, prima. “Certo che li conosco, sono nato a Ivrea”, poi. Una performance degna dei migliori Zelig.

Il colpo di teatro lo firma Barbara Mannucci, capogruppo del Pd, che con sguardo da investigatrice digitale informa l’aula che basta una rapida ricerca online per scoprire che Delia Mauro non è nuova a certe situazioni. E che avrebbe potuto “organizzarsi con le forze dell’ordine”. E, già che c’è, bacchetta anche l’uso del genere: “Perché sottolineare che è una donna? Siamo tutte spesso soggette a violenze verbali, in ogni ambiente di lavoro…”

Apriti cielo.

De Stefano sbotta. “Dire così è come dire che se l’è cercata. Che quanto accaduto era prevedibile. Ecco, io spero che ci siano tante altre Delia Mauro, che ci facciano vedere quello che succede davvero. Se ho interpretato male, chiedo scusa. Ma questa è l’impressione che ho avuto…”

E mentre il consigliere Paolo Noascone sfoglia il Vangelo secondo Giglio, cercando e trovando tra i “meriti” le prestazioni a vantaggio degli abitanti, la consigliera comunale Marzia Vinciguerra punta il dito su una presa di posizione sterile…

Gran finale con Andrea Cantoni, che assesta l’ultimo colpo: “Mi unisco alla solidarietà al sindaco, ma verosimilmente il motivo per cui questa proposta viene bocciata è che ha fatto fare una brutta figura alla città…”

Com’è andato il voto? Quattro favorevoli, tre contrari e tutti gli altri astenuti.
Titolo: la parabola della cittadinanza onoraria negata.

Sipario.

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Il senso di tutto questo...?

Un tempo la cittadinanza onoraria si dava a chi aveva salvato vite, liberato popoli, scritto la Costituzione o almeno vinto un Nobel. Poi sono arrivati i testimoni di giustizia, i sopravvissuti alla barbarie, i simboli della resistenza civile. E fin qui, nulla da dire. Ma a un certo punto le cittadinanze onorarie sono diventate un po’ come le lauree honoris causa: in Italia si distribuiscono come caramelle nelle sagre di paese, purché ci sia un microfono, una fascia tricolore e una telecamera accesa.

Così ogni Comune ha cominciato a darsi arie da Vaticano laico. A volte si premia chi ha cambiato il mondo, altre volte chi ha vinto Sanremo. Dipende dall’umore della maggioranza, dalla sensibilità dell’assessore alla cultura o da cosa ha twittato il sindaco la sera prima.

La cittadinanza, però, non è per tutti. È una medaglia, certo, ma di quelle con la chiusura a scatto: funziona solo se chi la propone è simpatico, se chi la riceve è comodo, se chi vota non rischia brutte figure. Perché sì, la cittadinanza onoraria è simbolica – ma anche i simboli, in Italia, sono pieni di pregiudizi.

E infatti, ogni volta che si propone una cittadinanza a chi rompe la narrazione dominante, scatta il riflesso pavloviano della prudenza. Non è il momento giusto. Non ha i requisiti. Non politicizziamo.

In realtà, il vero problema della cittadinanza onoraria è che la politica la prende sempre maledettamente sul serio – ma solo quando fa comodo.

E poi ancora: a cosa serve davvero una cittadinanza onoraria? A riconoscere un merito? A lavarsi la coscienza? A farsi belli col coraggio altrui?
Forse, semplicemente, serve a capire chi siamo. E soprattutto, chi non vogliamo essere.

Cosa voglio dire con tutto questo? Nulla, ovviamente. Salvo un elogio al difficile mestiere del giornalista. Quello di chi ancora ha voglia di farsi rincorrere dai “sinti”, di farsi querelare, di raccontare la “mala”, di rischiare la vita..
Ce ne sono sempre di meno, e sono sempre di più quelli che alla fatica e al pericolo preferiscono la comodità del racconto innocuo. Del comunicato stampa copiato e incollato. Del “Non creiamo polemiche”. Del “Meglio non esporsi”. Del “chi me lo fa fare”.

È giusto, allora, che il consiglio comunale di Ivrea abbia detto no.
E ancora più giusto che – pur dicendo no – abbia riconosciuto il valore di quel servizio giornalistico.
Che resta lì, tra le immagini, le parole, le urla e i silenzi.
A ricordarci che fare il proprio lavoro non è così scontato.

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Commenti all'articolo

  • Sovietico Eporediese

    01 Luglio 2025 - 11:30

    Non si dà la cittadinanza a chi vuole insinuarsi in un quartiere con lo scopo evidente di creare razzismo e creando disagio ulteriore ad una minoranza etnica. Soprattutto da parte di chi è della fazione di Berluscones che per decenni hanno denigrato i Rom e Sinti e idem per quanto riguarda alcune persone Eporediesi della stessa Coalizione di Maggioranza della precedente Amministrazione di Destra.

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